Jan Lisiecki superlativo al Cinema Teatro di Chiasso

Feb 9 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 21 Views • Commenti disabilitati su Jan Lisiecki superlativo al Cinema Teatro di Chiasso

Spazio musicale

Mi domando per qual motivo il pianista Jan Lisiecki abbia deciso di eseguire nel concerto tenuto a Chiasso il 18 gennaio esclusivamente composizioni designate «preludi». Se in origine il termine servì a indicare, conformemente all’etimologia, un brano introduttivo a un lavoro più ampio, dal diciannovesimo secolo in avanti si rese indipendente da questa funzione, tuttavia senza assumere significati particolari. La rassegna offerta dal Lisiecki ne ha portato la dimostrazione facendo ascoltare, senza badare all’ordine cronologico, una larga messe di lavori assai diversi di sei compositori: Chopin, Bach, Rachmaninov, Szymanowski, Messiaen e Gorecki.

Nella prima parte del concerto hanno occupato un posto importante tre «Préludes pour piano» di Messiaen. La caratteristica più speciale di «La colombe» consiste nella ricorrenza, in zona acuta, di gruppi di accordi in rapida successione, che richiamano suggestivamente uno stormire di ali. Una scrittura estremamente complessa presenta «Chant d’extase dans un paysage triste», dove l’armonia è in funzione timbrica e le innumerevoli alterazioni sono da intendere non tanto come eccezioni al sistema tonale quanto come un superamento del sistema tonale stesso. L’espressione è quella di una desolante tristezza che si manifesta per accenni in modo frammentario. Una musica siffatta, trascinata per parecchio tempo (la durata è alquanto lunga, almeno nel confronto con gli altri due brani), non è fatta per stimolare l’interesse dell’ascoltatore. Abbastanza sciolto e piacevole è «Le nombre léger».

Chiaramente, dato l’assunto della serata, non potevano mancare numerosi lavori di Chopin: il preludio in do diesis minore op. 45 e tutti i 24 preludi dell’op. 28. Mi piace citare quanto scrisse Beniamino Cesi nella prefazione alla Raccolta completa delle composizioni di Federico Francesco Chopin ordinata e riveduta da lui: «Sono, per quanto brevi, pagine sublimi, ch’egli modestamente intitolava “Préludes”. Furono composti durante il suo soggiorno nella Certosa abbandonata di Valdemosa a Maiorca. E invero alcuni con canti di mestizia pare diano la visione dei frati estinti; altri sono melanconici, soavi, qualche poco di una tenerezza fosca e dolorosa; mentre deliziano l’orecchio straziano il cuore.» Assai significative le ultime parole, che pongono un problema arduo: come possono darci grande soddisfazione musiche che ci trasmettono strazio?

Jan Lisiecki possiede una tecnica impressionante. Anche negli uragani musicali contenuti in certi lavori di Rachmaninov e Gorecki, nonostante la velocità e il volume, ha mantenuto una padronanza totale della tastiera, senza mai affastellare, per cui gli ascoltatori hanno potuto percepire nettamente ogni elemento o aspetto della musica. Non esito a scrivere che, da questo punto di vista, le sue prestazioni sono state prodigiose. Occorre però mettere in guardia da due pericoli. Presso i grandi tecnici sorge facilmente la tentazione di fare della tecnica stessa una dominatrice assoluta. In ogni campo della vita, quando una cosa riesce bene, piace insistervi e metterla in primo piano. L’altro pericolo risiede nella tendenza a una certa secchezza delle interpretazioni. Per quanto riguarda il Lisiecki questi rischi mi sembrano soltanto incipienti. Nei momenti più espressivi ho ammirato la sua serietà, la sua compostezza e i suoi sforzi di approfondimento. Qualche volta però avrei desiderato una impostazione leggermente diversa. Faccio un esempio. Il preludio 15 dell’opera 28 si apre con una melodia di affascinante bellezza, che prende avvio con una originale figurazione discendente di tre note e poi si sviluppa su un accompagnamento caratterizzato da un la bemolle ribattuto: nell’esecuzione del Lisiecki non sono riuscito a trovarvi la sottile espressione e la poesia che gli spettano.

Curiosamente il preludio in questione è stato suonato due volte: all’inizio del concerto e poi di nuovo nel quadro dell’esecuzione integrale dei 24 preludi dell’op. 28. Ma a nessuno sarà dispiaciuto sentirlo ancora.

Pubblico numeroso, molti applausi.

Chiusura a Como con Madama Butterfly

L’edizione di «Madama Butterfly» andata in scena al Teatro Sociale di Como il 19 gennaio (con replica il 21) ha ricevuto una impronta assai marcata dal direttore Alessandro D’Agostini. Già il fugato iniziale, eseguito in modo assai stringato e aggressivo, si è imposto all’attenzione degli ascoltatori, prevenendoli, si potrebbe dire, che la parte strumentale avrebbe ricevuto una notevole attenzione. Così il primo atto, fino all’arrivo di Cio-Cio-San, poco interessante sul piano drammaturgico in quanto serve solo a mostrare la superficialità di Pinkerton e le apprensioni di Sharpless, è stato una fonte di godimento per lo scintillio dei colori prodotti dall’orchestra (i legni in particolare si sono distinti). Poi, nei momenti salienti della vicenda, il direttore ha saputo cogliere pienamente l’essenza delle onde melodiche pucciniane: fraseggi impeccabili, sonorità dense ed espressione ricca. La sola riserva concerne un certo squilibrio, in qualche momento dello spettacolo, tra il volume strumentale e quello delle voci; forse si sarebbe dovuto tener presente che queste, benché di buona qualità e adatte alle rispettive parti, non erano particolarmente robuste e che la struttura della scena non ha permesso ai cantanti di avanzare fino al limite del proscenio. Yasko Sato ha vissuto il suo personaggio con grande sensibilità e ha commosso. Benino il tenore Riccardo Della Sciucca nel primo atto, bene nella sua aria finale. A posto Asude Karayavuz, David Cecconi e Giuseppe Raimondo rispettivamente nei panni di Suzuki, Sharpless e Goro. Lodi siano dette per l’Orchestra I Pomeriggi musicali e il Coro Opera Lombardia, istruito da Diego Maccagnola. Sul piano visivo Takis ha allestito scene assai scarne con uno sfondo montagnoso poco consono al luogo della vicenda. Un caldo elogio sia fatto alla regia di Rodula Gaitanou, che ha dedicato molta cura non solo alla protagonista ma anche agli altri personaggi, in special modo a Suzuki, che assume forte rilievo con l’avvicinarsi della tragedia.

«Madama Butterfly» ha chiuso felicemente la stagione d’opera 2023/2024 del teatro comasco. Si è trattato di una rassegna coraggiosa nella scelta dei titoli, che ha reso omaggio anche all’opera tedesca e, per il resto, con la sola eccezione di «Butterfly», ha attinto al di fuori del repertorio più frequentato.

Carlo Rezzonico

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