Inquietanti analogie

Lug 8 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 115 Views • Commenti disabilitati su Inquietanti analogie

Eros N. Mellini

La Russia ha aggredito l’Ucraina? Sì, è innegabile. La Russia ha altre mire espansionistiche una volta terminato l’attuale conflitto? Può darsi di sì, può darsi di no, ma un’analogia con la politica di Hitler nel 1939 è purtroppo giustificata e allarmante. Ma cosa differenzia la Svizzera di oggi da quella della fine degli anni ’30 al punto di rinunciare alla sua neutralità per prendere palesemente (e pericolosamente, irresponsabilmente, stupidamente… gli avverbi abbondano) posizione a favore di una delle due parti belligeranti? Assolutamente niente, se non una classe politica che ha perso capacità e spessore e che non sa  far altro che seguire pedissequamente i dettami del cosiddetto «blocco occidentale», rappresentato dalla superpotenza USA e dalla sua filiale europea UE. Di pensiero politico autonomo svizzero, nella Berna federale, sembra proprio non esserci più nemmeno l’ombra. La sinistra segue acriticamente l’attuale «mainstream» globalizzato – o meglio, occidentalizzato, perché in Oriente pare che non abbia molta voce in capitolo – di stampo ecologico e climatico, volto a salvare un pianeta che in miliardi di anni s’è sempre salvato da solo, rispettivamente si è sempre risollevato da catastrofi naturali cicliche, senza addossarsi assurdi sensi di colpa per averle provocate. La destra economica si sta negli ultimi anni altrettanto sottomettendo ai dettami di un’economia mondiale perennemente alla ricerca di un’ipocrita immagine di purezza e innocenza che non le si addice e che non è richiesta se non dal fronte politico opposto nell’intento di indebolirla e di delegittimarla agli occhi dell’elettorato. Una catarsi imposta – come detto, molto ipocritamente – da Stati che, mentre predicano bene imponendo la fine del segreto bancario, lo scambio automatico d’informazioni fiscali e altre misure volte a castrare la nostra piazza finanziaria, razzolano molto male conservando al loro interno quei paradisi fiscali che considerano vergognosi all’estero (Delaware, Isole del canale, ecc.).

Quello che prevale oggi in Svizzera è quindi uno spirito da gregario che negli anni ’30 non esisteva. Sia a destra che a sinistra, si è imposto un ruolo di «portatori d’acqua» che è in antitesi a una politica autonoma e mirata primariamente agli interessi nazionali.

Non c’è paragone fra i ministri di allora – i Minger, Motta, Etter, eccetera – e il Consiglio federale di oggi, capitanato da un presidente che ebbe a vantarsi qualche anno fa dicendo: «Io non dirò mai “Switzerland first!”». Con questa premessa, come si può immaginare una Svizzera autonoma e orgogliosa di esserlo?

I blocchi sono diventati quattro, ma in realtà sono solo tre

Prima della seconda guerra mondiale, c’era una Germania con mire espansionistiche, alleata con l’Italia, cui si contrapponeva un’alleanza eterogenea composta da Inghilterra e URSS – peraltro entrata in guerra solo dopo l’invasione del proprio territorio da parte delle truppe di Hitler nel 1941. Polonia, Cecoslovacchia, Francia e Belgio erano sullo stesso fronte, ovviamente, ma solo sulla carta, in quanto già invasi dalle truppe tedesche. Sempre nel 1941, dopo Pearl Harbor, entrarono poi nel conflitto anche gli USA, fino a lì rimasti neutrali, seppure fornendo armi e materiale bellico alla Gran Bretagna.

Al termine della seconda guerra mondiale – in realtà già durante, quando era chiaro che le sorti volgevano a favore degli alleati – i vincitori si erano spartiti, senza tanti complimenti nei confronti dei paesi coinvolti, i territori dell’Europa orientale. In effetti, più che un’equa spartizione, fu un cedimento quasi totale alle richieste di Stalin, il quale si annesse le repubbliche dette poi «satelliti» Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, repubbliche baltiche, eccetera, che furono definite eufemisticamente «sfera d’influenza» del blocco orientale, in parole povere dell’URSS. All’Europa occidentale – che, come forza politica e militare non esisteva, era costituita da un’alleanza di Stati in perenne concorrenza fra di loro per vedere ci contasse di più nell’obbedire agli ordini dell’unica «potenza» occidentale degna di questo nome: gli USA – rimasero dei territori che, di fatto, già le appartenevano prima di questa spartizione: Francia, Italia, Austria e un pezzo di Germania. Oggi, questa è l’eredità di un’UE che però rimane un’entità effimera e traballante sotto i colpi delle mire nazionalistiche di sempre più Stati membri. Infine, gli USA – indiscussi leader del blocco occidentale si presero la «sfera d’influenza» sul lontano Oriente, politica che li portò a impantanarsi in modo fallimentare nelle guerre di Corea e del Vietnam.

Oggi, ai blocchi in contrapposizione si è aggiunta la Cina ma, data la presenza americana a influenzare, quando non a determinare, la politica di un’Unione europea a lei completamente asservita, la già quasi inesistente «sfera d’influenza» europea si è ormai fusa con quella statunitense formando un unico «blocco occidentale». E quindi, le grandi potenze continuano a essere tre: USA (Occidente), Russia e Cina. Tutti gli altri sono comprimari o, spesso, addirittura solo comparse.

Le mire espansionistiche dell’Occidente

Oggi si parla solo delle mire espansionistiche di Putin, paragonate a quelle di Hitler, e non si può negare una pericolosa analogia fra le due situazioni. Nel 1939, dopo aver accettato l’annessione dell’Austria e aver sacrificato la Cecoslovacchia concedendo a Hitler la regione dei Sudeti, l’invasione della Polonia costrinse  l’Inghilterra – convinta ormai che l’ingordigia dei Tedeschi non si sarebbe fermata lì – a dichiarare guerra alla Germania. Come non fare un’associazione di idee con l’odierna annessione della Crimea (Austria) e dell’occupazione dei territori russofoni dell’Ucraina (Sudeti) da parte di Putin? Come escludere che la Moldavia o le repubbliche baltiche siano la prossima Polonia? Ai posteri l’ardua sentenza.

Ma già che parliamo di mire espansionistiche, perché non chiamiamo con il loro nome anche quelle dell’Occidente? La continua ricerca da parte dell’UE di estendere il proprio territorio annettendosi – mascherate da plebisciti popolari (anche l’annessione dell’Austria alla Germania fu sancita da un «plebiscito» nel 1938) – la maggior parte dei paesi che, prima dello scioglimento dell’Unione sovietica, erano considerati satelliti di quest’ultima, con conseguente installazione in detti Stati di basi NATO palesemente ostili alla Russia, cos’è se non l’espressione di mire espansionistiche?

La politica del reciproco terrore

È quella che ha caratterizzato tutto il periodo della guerra fredda. Ciò che ha impedito per oltre mezzo secolo lo scatenarsi di un conflitto armato, è stata la consapevolezza del fatto che si sarebbe trattato di una guerra atomica, con la certezza per entrambe le parti, di portarsi in casa gli orrori – che nel frattempo l’evoluzione della tecnologia aveva decuplicato o centuplicato – che peraltro non ci si era eccessivamente preoccupati di infliggere a Hiroshima e Nagasaki.

E oggi, perlomeno da parte occidentale, è ancora così. E c’è a sperare che continui a esserlo. L’Ucraina oggi, è considerata «sacrificabile» sull’altare della pace, esattamente come lo furono l’Austria e la Cecoslovacchia negli anni ’30… se la cosa si fermasse lì. Il problema è che, se così non fosse, il mondo occidentale si troverebbe obbligato a un conflitto suicida per il 90% dell’umanità.

E allora, per i rappresentanti del rimanente 10% alla conferenza – quella sì per la ricostruzione – non sarebbero più necessari gli alberghi di Lugano, probabilmente basterebbe l’Hotel diffuso di Corippo. Sempre che l’abbandono della neutralità non ci abbia nel frattempo attirato sulla testa qualche bomba atomica.

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