«Influencer» e «deficienter»

Gen 13 • L'opinione, Prima Pagina • 105 Views • Commenti disabilitati su «Influencer» e «deficienter»

Phil O’Soph

“La maggioranza è la follia, la ragione è sempre stata soltanto dei pochi.” (Friedrich Schiller)

Al di là di ogni dubbio, navigando nel mondo di Facebook o di Instagram (e dei social media in generale) non si può non dare ragione al celebre drammaturgo tedesco. È infatti inverosimile, ai miei occhi, la credulità collettiva in personaggi cui i mezzi informatici hanno dato un immeritato palcoscenico. In effetti, il fenomeno non è nuovo, ne è una prova l’acclamazione delle folle di Hitler e Mussolini – tanto per citare solo un paio dei diversi dittatori che nel secolo scorso sono arrivati al potere con mezzi democratici, nel senso di un’elezione a maggioranza popolare – causando poi i danni che tutti conosciamo. Ma, al di là del diverso contesto e della motivazione più o meno sincera che spinse Tedeschi e Italiani a credere in utopie     destinate a condurli alla rovina, mai nella storia si era arrivati al livello di demenza al quale assistiamo oggi con l’imperversare dei cosiddetti «influencer».

Cosa si farebbe pur di non lavorare?

La domanda è lecita, quando si vedono certi insulsi personaggi crearsi il proprio gregge di sostenitori che – verosimilmente identificandosi con il basso livello intellettuale del prodotto offerto dall’imbonitore o imbonitrice di turno – ne garantiscono il successo a suon di «like» e di entusiastiche condivisioni. Basti pensare a quella che con le lezioni di «parlata in corsivo» (strascicando le vocali), si è vista seguire da oltre 700’000 fans per giudicare il basso livello intellettuale di cui sopra. Dei «follower», naturalmente, non degli «influencer» che, invece, dimostrano una grande intelligenza (o furbizia) nello sfruttare l’occasione. Il mercato, sempre attento a sfruttare ogni nicchia, quando uno di questi personaggi ottiene migliaia di lettori o ascoltatori comprovati dal numero di «like», interviene immediatamente facendone un ben pagato veicolo di pubblicità e di marketing, e coltivando così l’ambizione di altri che sperano – e malauguratamente spesso ci riescono – di fare a loro volta ottenere alle proprie insulsaggini un consenso quantificabile poi in soldoni.

Non ci sarebbero gli «influencer» senza i «deficienter»

Il neologismo è apparso negli stessi social media grazie all’umorismo di qualche benpensante – sì, ce ne sono ancora, per fortuna – e proprio qui sta il punto. I primi – quelli di maggiore successo – non potrebbero guadagnare oltre 70’000 euro per ogni singolo post se non ci fossero centinaia di migliaia di fans che non solo leggono o ascoltano le loro insulsaggini ma, soprattutto, acquistano i prodotti da loro pubblicizzati.

Guadagni assurdi?

Spesso e volentieri si sente la gente brontolare per i guadagni iperbolici degli assi sportivi. Ma questi sono pagati in base al consenso del pubblico che sanno suscitare: più spettatori, e tanti più milioni per calciatori, tennisti, eccetera. E lo stesso vale per questi «influencer». Tanti più spettatori li guardano e tanto più possono fatturare i loro post.

Quindi, l’assurdo non è tanto il guadagno degli interessati, quanto il mugugnare per delle retribuzioni che si contribuisce ad attribuire, seguendo con entusiasmo e a suon di «like» dei personaggi le cui prestazioni sono ben lungi dal meritare di essere celebrate. Confermando l’opinione di Friedrich Schiller citata all’inizio.

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