Dallo Stato di diritto allo Stato dei diritti acquisiti

Giu 26 • L'editoriale, Prima Pagina • 9 Views • Commenti disabilitati su Dallo Stato di diritto allo Stato dei diritti acquisiti

Eros N. Mellini

Premessa

Lo Stato di diritto è quella forma di Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo, insieme con la garanzia dello Stato sociale.

Questa definizione, tratta da Wikipedia, mi dà lo spunto per qualche riflessione – purtroppo pessimistica e al motto “si stava meglio quando si stava peggio” – su come la volontà di uno Stato sociale nato con le migliori intenzioni per alleviare le pene dei meno abbienti sia, a causa di un insensato buonismo che ha tollerato vieppiù l’ingordigia dei beneficiati, sfociato in un regime nel quale si attinge alle tasche dei contribuenti per finanziare il superfluo, quando non addirittura l’abuso di prestazioni sociali.

L’umanitarismo ragionevole

La Svizzera ha una tradizione umanitaria ben radicata nella popolazione che, quando sollecitata da catastrofi o da qualsiasi avvenimento che metta in crisi qualsiasi parte del mondo, non esita a offrire generosamente il suo aiuto con collette e raccolte di fondi. Ne sa qualcosa la Catena della solidarietà. Ma appunto, questa forma di solidarietà è facoltativa, e ognuno contribuisce volontariamente secondo le sue possibilità e il suo grado personale di umanitarismo. E se sospetta che si abusa sei suoi buoni sentimenti, chiude immediatamente il rubinetto, perché buono sì, ma scemo no.

L’assurdo umanitarismo di Stato

Lo scenario è tuttavia cambiato, in particolare degli ultimi decenni, con la smania di strafare – naturalmente all’insegna del politicamente corretto – dei politici di sinistra che ormai detengono la maggioranza alle Camere federali (PS, Verdi, Verdi liberali, ma troppo spesso anche PLR e PPD). Questo atteggiamento è dettato da molteplici ragioni. Innanzitutto, l’errato concetto che la politica debba avere gli stessi sentimenti che provano i singoli individui, e che quindi li debba esprimere -ovviamente mille volte più in grande – a livello di rapporti fra Stati. È un concetto totalmente sbagliato per una semplice ragione: a livello personale posso essere più o meno generoso verso il prossimo, ma mai farò mancare il necessario, ma anche un ragionevole superfluo, alla mia famiglia; mentre a livello pubblico, se decido di regalare miliardi all’estero, lo faccio a spese dei cittadini, sia di quelli che se lo possono permettere, sia di quelli che hanno bisogno fino all’ultimo centesimo guadagnato per garantire il massimo benessere possibile alla propria famiglia. Una seconda ragione è un ottuso senso di colpa per essere un paese benestante e di dovere perciò in qualche modo fare ammenda, senza considerare che il nostro benessere (peraltro relativo individualmente) è il risultato di secoli di lavoro e sacrifici delle generazioni che ci hanno preceduto. Generazioni che l’hanno fatto per giustamente farne beneficiare i propri figli, non per permettere a dei politici – spesso mediocri nel governare, ma fortissimi nel pavoneggiarsi – di brillare sulla scena internazionale. Credo sia stato De Gaulle a dire: “Gli Stati non hanno amici, hanno solo interessi”. La frase sarebbe quanto mai utile ai nostri governanti di oggi, sempre troppo timorosi di alienarsi le simpatie di Stati ipocriti e pronti a tradire qualsiasi nostra aspettativa. Se la Svizzera subordinasse la propria solidarietà a una contropartita nei suoi interessi, si potrebbe discuterne ma, così non è.

Si trascurano i nostri problemi per occuparci degli altri

La cosa più inaccettabile, è che questa deriva verso un discutibile umanitarismo verso l’estero, fa sì che gli abitanti della Svizzera (elvetici e no), debbano soffrire di carenze e trascuratezza. Tanto per dirne una, mentre destiniamo miliardi e miliardi di franchi per i rapporti con l’estero (sia per l’aiuto allo sviluppo, sia per accogliere e mantenere migranti economici nel nostro paese) – e spesso, paradossalmente, sono rapporti di sudditanza – le nostre assicurazioni sociali sono sull’orlo della rovina e si accarezza l’idea di finanziarle con ulteriori prelievi a carico dei cittadini svizzeri.

Ma anche la politica interna non è da meno

Qui le ragioni sono due: da una parte, la politica climatica e ambientale spinta al parossismo su pressioni – ancora una volta – di una platea estera della quale si vogliono a ogni costo gli applausi. Anche qui, carichiamo oltre il sopportabile cittadini ed economia con tasse sui carburanti, per abbassare ulteriormente un tasso di emissioni di CO2 che è già fra i più bassi al mondo, oltre a incidere in modo risibile sulla totalità delle emissioni del pianeta.

Dall’altra, uno Stato sociale che, ormai da decenni, va ben oltre la garanzia del necessario a una vita decente per i meno abbienti. In tempi di vacche grasse, si sono concesse prestazioni sociali che allora ci si poteva permettere, anche chiudendo un occhio su eventuali abusi. Sgravi fiscali per famiglie numerose, assegni per figli, studi, e quant’altro venisse in mente a una sinistra sempre pronta a fare il gay con il sedere degli altri, tanto i soldi c’erano. Ma quando le vacche diventarono più magre, addirittura anoressiche, ci si sarebbe dovuti aspettare che venissero tagliati almeno gli aiuti sociali non indispensabili. E invece no, sono diventati ormai dei diritti acquisiti e guai a toccarli. Non solo, ma se ne inventano ogni giorno degli altri. Gli ultimi in ordine cronologico sono il congedo di paternità e la rendita-ponte per i disoccupati anziani, misura quest’ultima inventata unicamente per tentare di contrastare la probabile approvazione popolare dell’iniziativa per la limitazione. Un esborso di centinaia di milioni che, con l’imminente crisi economica a seguito del Covid-19, sarebbe assolutamente ragionevole evitare.

Ma ormai, da Stato di diritto secondo la definizione di Wikipedia riportata sopra, siamo passati allo Stato dei diritti acquisiti.

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