Facebook: il tormento e l’estasi

Set 9 • L'editoriale, Prima Pagina • 156 Views • Commenti disabilitati su Facebook: il tormento e l’estasi

L’approccio (e le perplessità) di un anziano all’evoluzione tecnologica

Eros N. Mellini

Il paragone fra la tormentata vita di Michelangelo e le molteplici sfaccettature del popolare «social media» di Mark Zuckerberg è irriverente e del tutto arbitrario, ma rende a mio avviso l’idea di come siano cambiati nel tempo i valori cui la grandissima parte della popolazione dà importanza. Un’importanza – secondo me – ai tempi nostri spesso eccessiva, al punto di cadere in una patologica dipendenza che ci fa credere indispensabili usi e mezzi tecnologici di cui l’umanità ha dopotutto fatto a meno per secoli, senza peraltro subire particolar scosse.

Il tormento – rappresentato per Michelangelo da diversi episodi segnati dal difficile rapporto con il Papa Giulio II, rispettivamente dal passaggio dalla scultura alla pittura impostogli con il mandato per la decorazione della volta della Cappella Sistina – e l’estasi, costituita dal genio del Buonarroti e dalla creazione artistica delle sue sculture, si riflettono su noi semplici spettatori che ne ammiriamo le opere.

E facebook?

Facebook – come molti altri «social media» – non ha nulla di artistico. Da qui l’irriverenza e l’arbitrarietà del titolo, se si fa riferimento all’omonimo libro o al grande film con Charlton Heston. Ma prendendo per buono solo il titolo, ecco che una certa dose di estasi (o di semplice divertimento) e un’ancora maggiore quantità di tormento, vengono inflitte a coloro che frequentano il sito, proporzionalmente al loro livello di intelligenza e di cultura, di sensibilità, alla loro propensione a socializzare, al loro senso dell’umorismo, eccetera.

Cominciamo dall’estasi, ossia dalle buone qualità …

Innanzitutto, la possibilità di ritrovare amici, famigliari e vecchi compagni di scuola con cui si era perso ogni contatto. Salvo poi magari rendersi conto di non essere più quelli di una volta e quindi – al di là di un piacevole senso di nostalgia per dei bei momenti ma, soprattutto, per una gioventù irreversibilmente passata – rimanere un po’ delusi.

Ci sono poi molte opportunità di avviare delle discussioni più o meno interessanti e quindi di confrontare pareri e punti di vista su innumerevoli argomenti.

Ma, soprattutto, personalmente ne apprezzo l’inesauribile fonte di barzellette, vignette e collage umoristici e la possibilità di condividerli sulla mia pagina, contribuendo così alla loro diffusione.

Non dimentichiamo poi la segnalazione dei compleanni degli «amici» – perlomeno quelli che non pensano di rimanere giovani celando la propria data di nascita – che ti permettono di fare sfoggio di una buona educazione inviando loro gli auguri. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che, se vuoi essere coerente, il giorno del tuo compleanno lo passi a ringraziare chi gli auguri li ha fatti a te.

… al tormento, ossia quelle cattive

Condivido al 100% il parere di Umberto Eco quando dice dei social network: «Twitter e Facebook? La parola a legioni di imbecilli. Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, e di solito venivano messi a tacere. Ora chi scrive ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. Ma è normale: capita in tutte le comunità numerose. Nei gruppi con più di cinquanta persone quelli che si espongono di più sono sempre gli imbecilli».

Infatti, l’accesso a facebook ha dato agli avvinazzati dello «Stammtisch» della bettola del villaggio un palcoscenico con milioni di spettatori. Senza più nemmeno l’attenuante di essere ubriachi (ed è questo forse il tragico), le cazzate più allucinanti danno origine a veri e propri dibattiti pseudo – ma il più delle volte davvero solo pseudo – seri.

Ciò riduce la quota del social network fruibile con piacere da parte di un’intelligenza media – volendo essere generosi – a un 10%.

Ci sono profili dal pomposo nome pseudo-scientifico – di solito in inglese «Science o Research» seguiti da qualche attributo – che danno un alone di credibilità alle più inverosimili cazzate, con l’autoattribuzione di un altisonante titolo quale «Institute» o «University» o «Foundation for…».

A mio avviso, il complottismo – da sempre latente nell’animo umano – è stato «miliardiplicato» dall’accesso alla rete. Complottismo, ma anche anticomplottismo in uguale misura, dato che l’ignoranza, l’influenzabilità e la credulità degli utenti sono spalmate in dosi pari su entrambi i fronti. Personalmente, non sostengo né i provax né gli antivax, né i talebani del clima né tantomeno i negazionisti del cambiamento climatico, sono semplicemente contrario a qualsiasi imposizione in un senso o nell’altro al motto «Dio lo vuole!». Un Dio che ognuno è naturalmente sicuro di avere dalla sua parte in una moderna guerra di religione che oggi non lascia sul campo vittime sanguinanti ma che, al pari di quelle passate, utilizza dannazioni e anatemi vari per classificare il nemico.

È buffo vedere come ogni fronte disponga di – e pubblichi – studi scientifici la cui credibilità sembra inoppugnabile, cui si contrappongono in ugual misura opere ricercatrici che dicono l’esatto contrario con altrettanta apparente attendibilità.

Con Facebook si sono poi moltiplicate a dismisura le «fake news». Non capirò mai a chi servono queste bufale. Ci sono profili specializzati in annunci funesti. Ti presentano la foto di una star cinematografica con il titolo «Grave lutto nel cinema: a darne l’annuncio…», il che solletica naturalmente la curiosità. Clicchi allora sul link per arrivare all’intero articolo, dal quale apprendi che a morire non è l’attore ma un cugino omonimo quando non addirittura il suo gatto.

Un altro annuncio di presenta la foto di un esponente politico o di un campione sportivo o di una star del cinema: «XY non sapeva di essere ancora in onda…». Ohibò, chissà cosa gli è scappato di bocca… Anche qui, clicchi per approfondimenti (un tantino morbosi, lo ammetto) e ti ritrovi un offerta d’investimento in bitcoin che moltiplica la modesta somma di 250 franchi in un reddito mensile a 5 zeri.

Infine – ma solo per modo di dire, perché per descrivere i lati negativi dei «social media» occorrerebbe molto più spazio di quanto ne conceda questo articolo – Facebook evidenzia una discreta quantità di persone del tutto prive di umorismo che si sentono in dovere di replicare in tutta serietà a ogni battuta che, evidentemente, non hanno capito. Ironizzi sull’abbigliamento di Zelenskij e ti rispondono che è un «eroe democraticamente eletto che combatte per la sua patria» (sic). Condividi una vignetta che ironizza sull’elezione di un uomo a «Miss Netherlands» e ti stigmatizzano a difesa dei diritti LGBTQ+(…XYZ). E così via, a conferma che «un bel tacer non fu mai scritto».

Perché rimanere su Facebook, allora?

Per lo stesso motivo per il quale non ci si suicida di fronte all’imbecillità che ci circonda. La vita ci offre una limitata fonte di piacere alternata a molti momenti di dispiacere, tristezza, dolore, depressione, disillusione. Solo accettando i secondi ci è concesso di godere dei primi. Ebbene, sono arrivato alla conclusione che i «social media» riflettono esattamente la nostra vita: a una piccola percentuale di estasi, si contrappone una grande quantità di tormento. E il suicidio – letterale o metaforico che sia – non è una soluzione. Meglio godersi l’estasi e ignorare il più possibile il tormento.

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