Dismenorrea – Materia da Gran Consiglio?

Ott 19 • Dal Cantone, L'opinione, Prima Pagina • 252 Views • Commenti disabilitati su Dismenorrea – Materia da Gran Consiglio?

Eros N. Mellini

«La dismenorrea o mestruazione dolorosa è un’alterazione mestruale, accompagnata da disturbi generali o locali e da dolori che interessano in genere la regione pelvica e l’addome (Wikipedia)»

Ma se le inventano di notte?

Dalla sinistra, un’altra richiesta assurda (come, del resto, la maggior parte delle proposte provenienti da quell’area), volta a favorire gli sfaticati – in questo caso le sfaticate – mascherandola sotto una pretesa di socialità. Con una mozione, sfociata in Gran Consiglio lo scorso 6 ottobre, infatti, il Gruppo PS, GISO e FA proponeva l’istituzione di un congedo mestruale (ovviamente retribuito) destinato alle lavoratrici che soffrono di dismenorrea. Tale congedo non avrebbe necessitato di certificato medico, né sarebbe stato computabile ai giorni di malattia. Tre giorni al mese, trentasei giorni l’anno, una «vacanza» supplementare di oltre 5 settimane dietro semplice esclamazione «ahi che male, ahi che male!»? Alle spese di chi? Per il momento solo dei contribuenti, visto che si iniziava con l’amministrazione pubblica. Ma il testo originale della mozione – poi corretto dai suoi autori in audizione commissionale – non lo specificava per cui, la si sarebbe dovuta applicare anche al privato, cosa tenuta poi in sospeso quale seconda tappa. E questo significava: a spese dei datori di lavoro (ma chi se ne frega, tanto quelli sono solo dei bastardi approfittatori!).

Una problematica inesistente

Non la dismenorrea, evidentemente, ma il congedo istituzionalizzato per la stessa. Infatti, già oggi l’assenza fino a tre giorni per malattia o disturbi fisiologici – come quello all’origine della mozione – non necessita di certificato medico, salvo quando si ripeta spesso. Una situazione quindi già riconosciuta e considerata dall’attuale diritto del lavoro, senza bisogno di un articolo  «ad hoc» nel già sovraffollato regime legislativo – il quale andrebbe semmai snellito anziché ulteriormente gonfiato con leggi inutili e di stampo prettamente ideologico.

La solita lagna delle femministe e dei femministi a oltranza

Il carattere prettamente ideologico dell’atto parlamentare emerge fra le righe laddove si parla del ciclo mestruale come di un «tabù sociale che pesa sulla vita lavorativa delle donne». La solita lagna. Si strumentalizza un disturbo fisiologico naturale – per poco o molto doloroso che sia – per sottolineare come la donna sia discriminata nel mondo del lavoro. Le mestruazioni non sono certo un tabù ma, ma è logico che, come altri diffusi disturbi fisiologici o patologici, non costituiscano un tema di discussione quotidiana.

A quando un «congedo diarreale, stiticale emorroidale o tonsillitico»?

Questi disturbi sono infatti innumerevoli e – meno discriminatori del ciclo mestruale – colpiscono indifferentemente uomini, donne e tutti i neo-generi che si annoverano sotto la sigla LGBTQ+ (XYZ). Istituiamo allora un congedo retribuito di tre giorni per chi è soffre di una diarrea acuta che lo costringe a ripetute «sedute fisiologiche» o ,viceversa, che sul gabinetto passa ore di inutili contrazioni intestinali a causa di una fastidiosa costipazione?  Oppure a chi è affetto da emorroidi, pure causanti un doloroso sanguinamento (seppure di un altro sfintere)? E che dire di quelle fastidiose infiammazioni delle tonsille con relativo mal di gola? E l’acidità di stomaco? E via dicendo. La relatrice Lara Filippini ha menzionato, nel suo intervento in sala, anche il mal di schiena cronico e le emicranie, ribadendo però, giustamente, che lo stato normativo attuale permette di ovviare ai casi effettivi, con il già esistente diritto a un’assenza fino a tre giorni per malattia o disturbi fisiologici e chiedendo il certificato medico solo in caso di ripetitività. Non c’è quindi alcun vuoto legislativo da colmare.

Ma è materia da Gran Consiglio?

No, non lo è. Ma lo diventa perché delle o dei talebani del femminismo ritengono opportuno coinvolgere il parlamento in un’inutile discussione, con un atto parlamentare destinato a costituire una pura perdita di tempo: per i funzionari incaricati di redigere il messaggio governativo, per i membri delle relative commissioni chiamati a discutere sul nulla, per la relatrice di maggioranza (nella fattispecie Lara Filippini) – dei relatori di minoranza non tengo conto, essendo praticamente gli stessi mozionanti, quindi: chi è causa del suo mal… – per eventuali «esperti» audizionati in commissione e, infine per il plenum del Gran Consiglio che, a causa del dibattito sui cicli mestruali, ha dovuto rimandare alla prossima seduta l’ultima trattanda in agenda.

Quanto è costata questa inutile operazione?

Non sono in grado di quantificare esattamente il costo ma – tenendo conto del tempo impiegato da funzionari, commissari, relatori e plenum del Gran Consiglio – credo di non sbagliare nel valutarlo a qualche bigliettone che, in ogni caso, sarebbe potuto essere risparmiato o speso in miglior modo. Bigliettone che va ad aggiungersi a quelli sprecati in superflue commissioni parlamentari d’inchiesta o sessioni extra per discutere di arrocchi e arrocchini. Fare spendere soldi non propri, è un’altra peculiarità della sinistra.

Cui prodest?

A chi giova tutto ciò? A nessuno. Serve al massimo a soddisfare la smania di visibilità – peraltro effimera e riservata alla loro stretta cerchia – di parlamentari affetti da una patologica logorrea. E se istituissimo un congedo «logorreale»? Tenere costoro assenti dal parlamento per tre giorni al mese costituirebbe già un passo avanti in materia di durata delle sedute e di freno dei costi.

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