Shhhttt, silenzio: parla l’invidia!

Mag 18 • L'editoriale, Prima Pagina • 49 Views • Commenti disabilitati su Shhhttt, silenzio: parla l’invidia!

Eros N. Mellini

La vendita all’asta delle targhe tenutasi a Camorino lo scorso 4 maggio, ha scatenato una ridda di commenti sui «social network» i quali, una volta di più, dimostrano a mio avviso il clima d’invidia verso i più abbienti che inquina l’atmosfera (pseudosociale) ben più del cambiamento climatico o l’emissione di gas serra. Un’invidia che si riscontra anche di fronte a qualsiasi decisione politica volta a trattenere i buoni contribuenti accordando loro degli sgravi fiscali o a migliorare le condizioni-quadro dell’economia con incentivi alle aziende produttrici. Riguardo ai soldi spesi per le targhe, rilevo alcuni degli innumerevoli commenti letti su Facebook: «Trovo scandaloso che ci siano persone che spendono certe cifre per avere una targa simile, quando ci sono persone che non arrivano neanche a fine mese. Che schifo!»; «Un insulto alla povertà!»; «Soldi proprio buttati quando poi c’è gente che ne ha tanto bisogno…»; «Vergogna, uno schiaffo a chi non ha nulla!». E via di questo passo.

Quando si tratta di sgravi fiscali (e il 9 giugno andremo a votare la riforma fiscale che ne comprende qualcuno), la tiritera è quella dei «regali ai ricchi». Si parla di 13sima AVS ed ecco che si afferma – orrore, orrore! – che ne usufruisce «anche chi non ne ha bisogno». In qualunque campo si vada a parare, emerge un sentimento comune: l’invidia verso chi sta meglio di noi.

Se non posso io, non deve potere neanche lui

Laddove, ovviamente, l’«io» sta per il meno abbiente e «lui» per il tanto odiato ricco. Infatti, l’invidia potrebbe avere un effetto positivo fintanto che stimola a darsi da fare per avvicinarsi economicamente al modello di successo rappresentato dalla fascia più benestante della popolazione. Ma, purtroppo, la maggior parte di chi non possiede ricchezze tende a considerare il livellamento verso il basso un buon surrogato di quello verso l’alto che apparentemente gli è negato dalla sfortuna, dall’incapacità di chi ci governa, dall’egoismo dei ricchi o da qualsiasi altro fattore che non sia la propria inettitudine. E allora, se non vince il Lugano, che perlomeno perda l’Ambrì (o viceversa) all’insegna del «mal comune, mezzo gaudio!».

L’utopia comunista della ridistribuzione

Secondo il «Global Wealth Report 1922», la ricchezza mondiale netta ammontava in quell’anno a USD 454,4 trilioni, pari a una ricchezza per adulto di USD 84’718. L’ideale di una ridistribuzione equa della ricchezza, vorrebbe quindi che ogni adulto ricevesse un importo, appunto quasi 85’000 dollari, praticamente sufficiente a condurre una vita agiata senza far niente. Ma allora, chi lavorerebbe ancora, sapendo che una vita decorosa gli è comunque garantita e ogni dollaro guadagnato andrebbe ad alimentare il pentolone globale del quale usufruirebbe solo di un «ottomiliardesimo»?

E ancora, chi produrrebbe la ricchezza – fra cui i miei 85’000 dollari – se anche solo la metà degli attuali 8 miliardi di persone che popolano la terra non lavorasse più? È il gatto che si morde la coda. Al di là di questo astruso, surreale e ovviamente provocatorio calcolo della serva, l’evoluzione della nostra società ha fatto sì che nei secoli si sia proceduto a una parziale, ancorché ragionevole fino a qualche decennio fa, ridistribuzione della ricchezza. Aumenti salariali, diminuzione delle ore di lavoro, finanziamento di scuole, ospedali, sanità pubblica, servizi, trasporti pubblici, e così via, fanno parte del variegato pacchetto di ridistribuzione che chiamiamo «socialità» o «Stato sociale».

Dallo Stato sociale all’assistenzialismo

Purtroppo, l’appetito vien mangiando e, una volta avuto accesso a una ragionevole parte dei profitti di un’economia in evoluzione – e, di conseguenza, a sempre più agi e comodità un tempo riservati alla sola classe dirigente – nulla trattiene più la classe lavoratrice ma, soprattutto, quella non o scarsamente lavoratrice ben rappresentata da sindacati e diversi politici di sinistra, dall’esigere sempre di più da chi, «invece di darli a loro», spende parte dei propri soldi per una targa d’automobile o per altri sfizi peraltro legittimi e di cui non deve rendere conto a nessuno.

Uno deve poter scegliere liberamente se e come spendere il proprio denaro, senza essere giudicato malvagio perché paga uno sproposito per una targa mentre «c’è tanta gente che ne ha tanto bisogno…». Fare della beneficenza è una scelta del tutto lodevole, ma non si può biasimare chi i soldi guadagnati li spende invece per sé. E ancora meno si possono avanzare pretese sul patrimonio altrui inculcando nella testa dei benestanti un sentimento di cattiva coscienza.

Aiutare chi è finanziariamente in difficoltà è compito dello Stato, che lo dovrebbe fare con la dovuta parsimonia e pesando il meno possibile sui contribuenti. Purtroppo, delle concessioni fatte in tempo di vacche grasse e oggi ormai considerate diritti acquisiti, hanno trasformato lo Stato sociale in uno sconsiderato assistenzialismo che erode le casse pubbliche a scapito di chi paga le imposte. E queste sono in modo preponderante pagate proprio da quei ricchi – ma anche soprattutto da quel ceto medio che non può evaderle spostando il suo domicilio all’estero – tanto odiati.

Non si può sgravare fiscalmente chi è già esente

E allora, dato che vogliamo attirare più buoni contribuenti per metterci al passo con gli altri cantoni, a chi dovremmo applicare gli sgravi? Evidentemente, a chi le tasse le paga (ricchi e ceto medio), non certo a chi ne è già esente perché nullatenente.

Personalmente, sono grato a chi contribuisce in grande misura al finanziamento della spesa pubblica e ritengo sensato cercare di attirarne di più abbassandone l’aliquota fiscale. Ma io non sono invidioso, se non posso permettermi una targa personalizzata, non pretendo di vietarne l’acquisto.

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