Dio benedica la digitalizzazione…

Mar 19 • L'opinione, Prima Pagina • 237 Views • Commenti disabilitati su Dio benedica la digitalizzazione…

Rolando Burkhard

…e ci risparmi, se possibile, le sue conseguenze negative

Recentemente, in una rivista specializzata ho letto quanto segue:

«La digitalizzazione ci porta verso un totale dilettantismo universale». Dietro questa affermazione c’è l’idea che il rilassamento intellettuale causato dalla digitalizzazione ci induca troppo a non più ragionare con la nostra mente.   

Questa affermazione dà veramente da pensare e quindi ritengo utili alcune mie riflessioni. Si pone la domanda fondamentale: fin dove si devono e si possono utilizzare senza rischi le facilitazioni tecniche che la computerizzazione ci offre (rispettivamente se oggi si possa ancora farne a meno), senza cadere in una completa fatale dipendenza? Iniziamo quindi dalla domanda a sapere cosa sia esattamente la «digitalizzazione».

Definizione di «digitalizzazione»

Una definizione di «digitalizzazione» condivisa da tutti non c’è, salvo una puramente tecnica: sarebbe «il processo di conversione che, applicato alla misurazione di un fenomeno fisico, ne determina il passaggio dal campo dei valori continui a quello dei valori discreti». Il che non ci aiuta neanche un po’. Perché questa evoluzione è in corso da secoli. Ha inizio nel 1829 con l’introduzione della scrittura Braille per i ciechi, poi è arrivato il Morse, in seguito la tecnica radio, il telefono, il telegrafo, il transistor, quindi il telex, il telefax e l’E-Mail. Nel 1993, la capacità d’informazione tecnologica digitale era ancora al 3%, nel 2007 era già al 94% (aumento della comunicazione a banda larga, Internet, E-Commerce, Smart Home o Industrie 4.0 – rispettivamente ben presto 5.0 – ecc.). Beninteso, i computer odierni elaborano informazioni ormai unicamente in formato digitale.

La tecnica digitale (e quindi tutta la tecnologia computeristica) utilizza unicamente dei segnali binari. Riconosce così, in un processo continuo, solo due tipi di segnale, 0 e 1, rispettivamente sì o no, per elaborare complessi testi analogici (testi o immagini scritti o parlati). Questo principio è alla base ormai di tutte le forme d’espressione della rivoluzione e della trasformazione digitali nella vita economica, sociale, lavorativa e privata.

Tutto meglio grazie alla computerizzazione?

È un fatto che la comunicazione collegata in via digitale migliora sensibilmente le molteplici possibilità di soluzione tecnico-organizzative e facilita, dal punto di vista puramente tecnico, anche la nostra comunicazione quotidiana. Senza computer e I-phone, oggi è ormai impossibile relazionarsi. Siamo lontani anni luce (ossia circa 50 anni fa) da quando io – studente in anni ancora analogici – scrivevo i miei lavori con una macchina per scrivere meccanica Hermes Baby e più tardi, percepii la mia prima macchine per scrivere elettrica a sfera IBM come una vera e propria rivoluzione (oggi, per la macchina per scrivere meccanica non ci sono più nemmeno i nastri inchiostrati né, tantomeno trovo i pezzi di ricambio per la IBM). Siamo lontani anni luce da quando, quale studente, potevo ancora discutere con i miei professori o corrispondere con loro tramite posta; e passavo ore e ore in biblioteca per ricopiare i dati necessari da un libro importante. L’apprendimento è oggi molto più semplice grazie a Internet, compresi gli esami. È meglio, si diventa davvero più intelligenti in questo modo?

Non ci porta, questa computerizzazione introdotta tramite la digitalizzazione della nostra vita – oltre agli innumerevoli vantaggi – anche dei considerevoli danni, non comporta addirittura gravi rischi? Eccone solo due:   

– L’impoverimento intellettuale

Certamente, grazie al computer, oggi siamo forse informati «meglio» (o, per meglio dire, molto più rapidamente), che in passato. Siamo lontani anni luce da quando, tradizionalmente, i giovani ricevevano ancora il loro patrimonio intellettuale e morale dai genitori, dai maestri o, tutt’al più, dal prete; o che acquistavano saggezza agendo e apprendendo sulla propria pelle (anche dai propri errori). Tempi passati. Questo tesoro d’esperienza è stato sostituito dal consumo quotidiano di «overflow of informations» (inondazione d’informazioni) dalla rete. Ma in questa rete circolano molte cose problematiche: dalle informazioni volutamente, in parte o totalmente, false (fake news), a tutte le più assolute assurdità che vengono diffuse irresponsabilmente e senza alcun controllo via «social media». Qui, con un clic, in un secondo qualsiasi idiozia viene diffusa in tutto il mondo, scatenando delle reazioni a catena del tutto irrazionali. La manipolazione delle opinioni, non ponderata o consapevole che sia, prende il posto dei fatti e quanto pubblicato viene acriticamente creduto dappertutto: tutto sommato, è già una forma di «dilettantismo universale».

All’impoverimento intellettuale contribuisce anche il fatto che la digitalizzazione – allo scopo di facilitare l’elaborazione tecnica e la trasmissione di contenuti mediante la segnaletica binaria – sta sempre più sostituendo la lingua differenziata con dei simbolismi. Si è cominciato con i pittogrammi, poi è arrivato il simbolismo delle icone, quindi gli Emoticon, eccetera. I simboli sostituiscono ormai quotidianamente, in particolar modo presso i giovani, la lingua imparata (o da imparare). Ciò fa sì che, sempre di più, i nostri ragazzi abbiano difficoltà a leggere e scrivere. E non è forse anche questa infantilizzazione della scrittura, questa tendenza alla regressione dell’adulto al livello di un bambino, un’altra forma di «dilettantismo universale»?

– L’enorme dipendenza

La tecnica computeristica introdotta con la digitalizzazione ha portato, come conseguenza, a un utilizzo sempre più indispensabile della propria infrastruttura elettronica, quindi un’enorme dipendenza dell’umano dalla tecnologia informatica. Non manca molto, e anche in Svizzera si potrà comunicare con le autorità solo elettronicamente via E-ID, o votare democraticamente oppure effettuare dei pagamenti o fare le spese alla Migros/Coop unicamente per via digitale tramite I-Phone o Smartphone (perché l’analogico denaro contante è sempre più «out»).

Tutto ciò è apparentemente inevitabile, ma è un male. Perché l’intera tecnologia IT è molto soggetta a panne ed estremamente vulnerabile.  Basta un minimo problema IT, e non funziona più niente, il mondo si arresta – sia a causa di panne involontarie, sia a seguito di attacchi di «hacker» (per la gioia della sempre più diffusa cybercriminalità). Ciò causa già oggi sempre più casi di collassi privati, locali, regionali o internazionali, spesso con gravi danni. Al riguardo, dietro richiesta già oggi diversi nostri funzionari di Uffici federali imbarazzati sono chiamati regolarmente a riferire (discretamente).

Una conclusione purtroppo (quasi) sconclusionata

In effetti, sarebbe opportuno che l’autore di questo critico articolo abbozzasse, almeno a grandi linee, una soluzione del problema. Come ormai ultrasettantenne, io non sono in grado di farlo. Anche perché la problematica del coronavirus ha recentemente imposto il lavoro al computer da casa (sebbene importanti categorie, quali gli autisti di bus o gli operatori nelle case anziani, non ne possano approfittare!). La digitalizzazione della nostra vita quotidiana continua allegramente, inarrestabile. Sicuramente ci ha portato benefiche facilitazioni per le nostre comunicazioni via computer e Internet ma, tutto sommato, nel senso delle sopraccitate riflessioni, anche un impoverimento intellettuale. Perciò, le facilitazioni digitali possono e devono (in una certa misura siamo obbligati) essere utilizzate. Ma dobbiamo anche stare molto attenti a non rinunciare a ragionare con la nostra mente. La rete non pensa per noi; lo dobbiamo fare da soli, anche se talvolta è più faticoso!

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