Dai Concerti dell’Auditorio a Lugano Festival

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Spazio musicale

 L’ultimo concerto dell’Auditorio in abbonamento si è svolto l’11 aprile. Dopo la Serenata per tredici strumenti a fiato op. 7 di Richard Strauss, la cui ottima esecuzione ha riscattato per quanto possibile la scarsità di idee del pezzo, si è ascoltato “Quasi idilliaco” per hang e orchestra op. 27 di Mathias Steinauer. Questo hang è uno strumento idiofono messo in vibrazione dalle mani, inventato alcuni anni fa. Il brano eseguito presenta un programma enigmatico e mi domando se abbia uno scopo elencare le fasi di una composizione con parole il cui senso è comprensibile solo a iniziati, ammesso che ne abbiano uno. Su fruscii e stridori degli archi lo “hang” ha posto i suoi ritmi e i suoi rintocchi. Pur con tutta l’ammirazione per l’abilità del solista Tilo Wachter, confesso che mi è stato difficile vincere la noia. Altra atmosfera si è respirato nella seconda parte del concerto con la Serenata n. 9 KV 320 “Posthorn” di Mozart. Il direttore Arturo Tamayo ha messo in luce le qualità di un interprete di classe: sicurezza, chiarezza di idee, gesti che rappresentano indicazioni preziose per gli strumentisti. Quanto ha ottenuto da una Orchestra della Svizzera italiana in ottima forma ha costituito una prestazione più che notevole. E grazie a questa Serenata  si può dire che la stagione 2014 si sia conclusa molto felicemente.

 

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Aggiungo ora alcune considerazioni generali su quanto si è potuto ascoltare nei tre mesi da inizio gennaio a inizio aprile. La presentazione di numerosi strumenti poco conosciuti o totalmente sconosciuti ai frequentatori delle stagioni sinfoniche abituali è stata una buona idea. Si sono viste soluzioni tecniche molto speciali nella costruzione di strumenti e si sono apprezzati timbri inconsueti. Problematico in alcuni casi è stato il rapporto con l’orchestra, soprattutto per quanto attiene ai volumi. D’altra parte la qualità dei solisti invitati ha permesso quasi sempre di godere nel migliore dei modi le peculiarità dei vari strumenti.

 

Detto questo va aggiunto che il valore artistico dei brani presentati è rimasto a un livello relativamente basso. Anche quando si sono chiamati in causa compositori importanti come Gounod o Villa-Lobos gli esiti mi sono sembrati scarsi, inferiori a quelli della loro produzione più nota. In questo profilo molto opportuno è stato l’inserimento nella stagione di capolavori del repertorio sinfonico abituale (talvolta, come nel caso della Serenata n. 9 KV 320 di Mozart, con qualche particolarità, se non proprio stravaganza, come l’uso del corno di posta). Infatti i capolavori in questione non solo hanno soddisfatto i legittimi desideri del pubblico più ligio alle consuetudini, ma hanno conferito anche maggior peso e dignità artistica alla stagione. Insomma, si è creato un lodevole equilibrio tra curiosità e sostanza artistica.

 

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La sinfonia op. 43 di Sibelius, che ha occupato la seconda parte del concerto inaugurale di Lugano Festival, il 23 aprile, al Palazzo dei congressi, costituisce una transizione nel ciclo produttivo del compositore finlandese. Allinea aspetti nazionali ed elementi della tradizione sinfonica, ma senza pervenire ancora a uno stile completamente indipendente. Il primo tempo ha carattere pastorale, tuttavia sarebbe un errore pensare a una musica serena e tranquilla. Comincia con morbide note ribattute degli archi alle quali si sovrappone in un secondo tempo una fanfara di oboi e clarinetti, come un’eco di liete e fresche voci della natura; segue un breve, calmo e arioso passaggio dei corni. Eppure, nonostante le apparenze, non ci troviamo in presenza di una atmosfera puramente idilliaca. La fanfara suddetta, per esempio, non solo stilizza i fatti naturali, ma introduce in essi un che di nervoso e irrequieto che turba la loro spontaneità e delicatezza. All’inizio del secondo tempo un trillo dei timpani mette in moto un lungo episodio dei contrabbassi e violoncelli pizzicati che sembra l’aggirarsi di un personaggio misterioso. Su di esso di quando in quando i fagotti a ottave fanno sentire un motivo semplice ma cupo e severo come una minaccia. Qui Sibelius con mezzi estremamente sobri ottiene un risultato impressionante; purtroppo nel resto del tempo cede spesso alla tentazione degli effetti facili e cade nell’enfasi. Nello scherzo gli archi si lanciano in una ridda di crome, al tempo stesso raffinata e spettrale, interrotta o sovrastata da lamenti o bagliori portati da altri strumenti, che la rendono ansante. Il trio, che invece è semplice, dolce, cullante, tranquillo, veramente pastorale, nonostante una impennata fino al “forte” in zona centrale, svolge molto bene la funzione di contrasto. Lo scherzo immette direttamente nel finale, che parte decisamente con un piglio magniloquente, palesemente cajkovskijano. Esiti artistici migliori Sibelius consegue poco dopo

nell’”a tempo ma tranquillo”, dove sui saliscendi dei violoncelli e delle viole i legni posano alcuni brevi frammenti emananti un sentimento di desolazione. La conclusione è grandiosa.

 

Non tutto quanto ho scritto sopra sono riuscito a trovare nell’esecuzione della sinfonia ascoltata a Lugano. Ma è stata ugualmente une interpretazione memorabile. Gustavo Dudamel l’ha diretta con forza e acume. In particolare ha saputo dare splendido risalto all’opulenza timbrica della partitura. L’Orchestra sinfonica di Göteborg si è rivelata un complesso di valore in tutti i reparti. Meravigliosi sono stati gli archi nelle corse rapidissime dello scherzo. Un elogio senza riserve meritano i legni, ad esempio nel trio dello scherzo, dove l’oboista ha fornito una prestazione superlativa riuscendo, si potrebbe dire, a “far piangere” lo strumento con un fraseggio e accenti intensamente sentiti. Un discorso non meno positivo si giustifica per gli ottoni; anche qui faccio un esempio menzionando il loro intervento all’inizio del finale, subito dopo che gli archi hanno esposto il motivo “cajkovskijano”: poche note, ma sufficienti per rivelare con la loro perentorietà e la loro lucentezza il valore degli strumentisti.

 

In apertura di serata è stato eseguito “Il cigno di Tuonela”, secondo poema sinfonico di una serie di quattro. Il motivo del cigno, che domina la composizione, ha analogie, sia di forma sia di contenuto, con altri famosi motivi dedicati allo stesso animale: quello di Wagner, quello di Cajkovskij e quello di Saint-Saens. Nel lavoro di Sibelius tuttavia esso si inserisce, a differenza degli altri, in un discorso musicale monotono e privo di sviluppi interessanti. Certamente Dudamel e l’orchestra non hanno lesinato impegno ma ciò non è bastato per superare la mediocrità della partitura.

 

Commenti discordi ha suscitato l’esecuzione, venuta subito dopo, della sinfonia “Praga” di Mozart. Il primo tempo della composizione è costruito su due temi formalmente assai diversi (lineare e per grado congiunto il primo, sinuoso il secondo) ma simili nell’espressione, che è pacata, intima e tendente alla malinconia. Con essi contrastano gli interventi, assai marcati, a piena orchestra. Mi è sembrato che Dudamel abbia tentato di portare anche questi interventi nello spirito dei due temi, forse con l’intenzione di stabilire una unità espressiva per tutto il tempo, che è diventato così generalmente sommesso e ombroso, alla lunga grigio e scialbo. Ha insistito nella stessa direzione anche negli altri due tempi.

 

Il pubblico che gremiva il Palazzo dei congressi, tiepido al termine della prima parte, ha applaudito vivamente dopo la sinfonia di Sibelius. La temperatura in sala è salita ulteriormente quando, fuori programma, è stato suonato il finale della sinfonia del “Guglielmo Tell”. Un omaggio alla Svizzera da parte dei musicisti ospiti, di cui siamo grati. Ma una Svizzera fiera e orgogliosa, così diversa da quella di adesso.

 

Carlo Rezzonico

 

 

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