Composizioni famose e meno famose a Lugano Festival

Mag 31 • Sport e Cultura • 2327 Views • Commenti disabilitati su Composizioni famose e meno famose a Lugano Festival

Spazio musicale

Il concerto del 19 maggio al Palazzo dei congressi, nel quadro di Lugano Festival, è iniziato con il Concerto in mi bemolle maggiore di Stravinskij. È chiamato “Dumbarton Oaks”, ossia con il nome di una proprietà situata nel distretto americano di Columbia, appartenente a Robert Woods Bliss, che lo commissionò per festeggiare i trent’anni di matrimonio. Il primo tempo è prevalentemente vivace, fresco, frizzante e festoso, come si conveniva all’occasione per la quale il concerto fu scritto. Stenta a prendere quota, invece, il secondo tempo, dove l’inventiva ha qualche cedimento, mentre convince un pochettino di più il terzo, con il suo particolare incedere ritmico e i suoi momenti di malinconia. L’esecuzione da parte di un gruppo di strumentisti della Mahler Chamber Orchestra, senza direttore, non ha dato piena soddisfazione: gli archi sono rimasti sempre su volumi scarsi mentre, specialmente nel primo tempo, alcuni interventi molto decisi dei fiati hanno appesantito la composizione, alla quale è mancata la vivacità e la freschezza di cui si è detto.

 

Passo al numero successivo. È raro che una stagione sinfonica includa nei suoi programmi un coro a cappella. Lugano Festival lo ha fatto presentando “O sacrum convivium!” di Messiaen, un lavoro relativamente giovanile (il compositore è nato nel 1908, “O sacrum convivium!” è del 1937) ma già recante alcuni tratti importanti della produzione successiva. Il testo celebra l’eucaristia. Nella musica domina la voce soprana, che insiste in reiterati movimenti ascendenti, seguiti da discese, come se esprimesse la volontà di rinnovare ogni volta una aspirazione allo spirituale e al sublime. È in fondo un atto di fede, non sorprendente in un musicista fortemente religioso e che di religione ha pervaso gran parte delle sue opere. Impeccabile è stata l’esecuzione del Coro filarmonico di Praga, diretto da Lukas Vasilek.

 

Molto attesa era la Fantasia per pianoforte, soli, coro e orchestra op. 80 di Beethoven, sconosciuta alla maggior parte dei presenti. La composizione ha aspetti curiosi, non soltanto per l’insolito organico ma anche per l’architettura: comincia con un lungo assolo del pianoforte, poi inserisce l’orchestra, prima timidamente e in seguito più decisamente, alla fine fa entrare il coro. Senza dubbio la Fantasia reca una certa impronta del genio beethoveniano ma rimane nei limiti di un’opera minore, con esiti artistici di scarsa levatura, se si eccettuano alcuni momenti lirici del pianoforte e, soprattutto, la perorazione finale con il coro. Qui il tema fondamentale è quasi identico a quello che il compositore utilizzerà, molti anni dopo, per l’Inno alla gioia della nona sinfonia. In fondo questo legame non stupisce, visto che il testo della Fantasia, opera di Christoph Kuffner, amico di Beethoven, è molto moraleggiante e quindi si avvicina al mondo spirituale dell’ultima sinfonia. L’esecuzione della Mahler Chamber Orchestra, del Coro filarmonico di Praga, dei solisti (membri del coro, tra i quali una bellissima voce di soprano) e naturalmente di Leif Ove Andsnes nella duplice veste di solista e direttore è stata di alta qualità.

 

Nella seconda parte della serata l’Andsnes, sempre in funzione doppia, e la Mahler Chamber Orchestra hanno presentato il quinto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven. L’Andsnes ha un modo di suonare molto fluido e agile. Predilige le finezze e le cesellature delicate, in ciò conseguendo risultati apprezzabili. Ma ne è uscita una interpretazione secondo chi scrive non del tutto beethoveniana e in ogni caso diversa da quella che gli accordi iniziali dell’orchestra, suonati in modo poderoso, avrebbero fatto supporre. Non mi spiego neppure per quale motivo il primo tema del primo tempo sia stato esposto dai primi violini così piano.

 

Pubblico delle grandi occasioni, molti applausi.

 

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Il concerto del 23 maggio comprendeva l’ottava sinfonia di Schubert (“Incompiuta”), il Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64 di Mendelssohn e la settima sinfonia di Beethoven. Troppa grazia, verrebbe voglia di scrivere. Inoltre, di fronte a una serie di capolavori eseguiti molto frequentemente, sorge il sospetto di un programma confezionato per accontentare una larga parte del pubblico ma, per quanto riguarda l’interpretazione, presentato senza approfondimenti, nell’ambito di quella che si potrebbe chiamare l’ordinaria amministrazione. Fin dalle prime battute, tuttavia, Semyon Bychkov dal podio e la Chamber Orchestra of Europe hanno eliminato ogni timore. Ci siamo trovati in presenza di esecuzioni aventi una precisa intenzione interpretativa, studiate in ogni particolare e capaci di mettere l’ascoltatore di fronte a prospettive musicali inconsuete.

 

Nell’”allegro moderato” dell’”Incompiuta” mi è parso che il direttore abbia voluto estendere a tutto il tempo il senso di mistero emanante dalle battute iniziali dei violoncelli e dei contrabbassi. Non ha dato un rilievo forte ai momenti drammatici. Il secondo tema è stato esposto con estrema morbidezza, come una carezza in musica. Per quanto concerne l’”andante con moto” gli aspetti di serena spiritualità sono venuti in primo piano, però sempre nell’ambito di una esecuzione raccolta, intima, perfino ovattata, rispettosissima dei “pianissimo” sparsi nella partitura. A chi ha saputo entrare nella visione interpretativa del direttore, servito con puntigliosa diligenza e attenta partecipazione dall’orchestra, questa esecuzione dell’”Incompiuta” ha procurato immensa soddisfazione.

 

Viceversa nei tempi estremi e nello scherzo nella settima sinfonia di Beethoven il Bychkov non ha esitato a liberare tutte le energie e la avvincente vitalità di questa musica. Ne è risultata una lettura smagliante, tra le più belle e luminose che abbia ascoltato. Quanto all’”allegretto”, apprezzata ancora una volta l’accuratezza straordinaria di ogni particolare, mi permetto di fare qualche riserva. All’inizio viole, violoncelli e contrabbassi hanno esordito con un volume di suono molto contenuto, producendo un sussurro appena percettibile. Qui si è mirato più a creare una atmosfera cupa e misteriosa che a far emergere chiaramente il ritmo e la melodia, che sono di altissima bellezza e rendono inconfondibile questo brano di musica. In punta di piedi è stato eseguito anche il fugato, facendogli perdere una parte del suo mordente. In generale nell’”allegretto” ho trovato troppo marcate le acciaccature.

 

Della Chamber Orchestra of Europe va detto ogni bene. Tutte le sue sezioni funzionano a dovere ma sanno anche fondersi in sonorità omogenee di gran pregio. Particolare ammirazione esprimo per i violini, sia per l’agilità sia per la meravigliosa lucentezza dei suoni. La settima sinfonia di Beethoven ha dato loro ampie possibilità di mostrare a piene mani le loro non comuni capacità.

 

Tra Schubert e Beethoven ha trovato posto Mendelssohn, come detto, con il Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64. Renaud Capuçon, un violinista molto conosciuto nel nostro Cantone per l’intensa partecipazione al progetto Martha Argerich, ne ha dato una buona interpretazione, ben accompagnato dal Bychkov e dalla Chamber Orchestra of Europe.

 

Pubblico numerosissimo, applausi assai convinti, specialmente dopo il concerto di Mendelssohn e la settima sinfonia di Beethoven.

 

Carlo Rezzonico

 

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