Apertura con “Tosca” diretta da Chailly alla Scala

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Spazio musicale

Nelle opere di Puccini, oltre alle trascinanti onde melodiche, esiste un tessuto orchestrale moderno, quasi d’avanguardia, ricco di bellissime sottigliezze. Purtroppo questo pregio è rimasto per lungo tempo in ombra: non lo hanno notato coloro che si sono lasciati abbagliare dalle grandi effusioni amorose, e qui troviamo gran parte del pubblico normale, ma neppure certi supponenti puristi i quali, sprezzando il canto spianato e le espressioni più aperte dei sentimenti, hanno giudicato indegna di attenzione la produzione del compositore. A entrambi i partiti, per così dire, è sfuggita la mirabile sintesi che Puccini ha saputo creare tra l’elemento appariscente (appariscente, ma spesso di alto valore artistico) e l’elemento raffinato.

La convivenza di aspetti diversi e la loro felice fusione emergono in modo speciale nella “Tosca”, l’opera che ha inaugurato la stagione 2019/2020 della Scala. Non occorrono molte parole per dire quanto il tema dell’amore, sviluppato ad ampie linee e con grande trasporto, si manifesti nelle arie e nei duetti di questo melodramma. Più impegnativo diventa il discorso se si vogliono indicare le finezze strumentali e le particolarità di altri compositori assimilate e messe a profitto, senza copiature e senza epigonismo, da Puccini. Prendiamo ad esempio le battute dell’orchestra che precedono “Recondita armonia”. Due brevissimi incisi dei violini secondi e poi dei violini primi costituiscono una specie di spinta generante disegni a quinte e poi a terze dei flauti, ai quali si uniscono in un secondo tempo clarinetti e arpe. Il tutto rappresenta non soltanto una delizia sul piano formale, ma evoca delicatezza e varietà di colori proprio nel momento in cui Cavaradossi sta dipingendo. Certamente è bella e appassionata l’aria che segue, ma non farebbe il medesimo effetto senza una così elegante e squisita introduzione strumentale.

Alla Scala (ho visto la seconda rappresentazione, il 10 dicembre) “Tosca” ha avuto un considerevole punto di forza nei cantanti. Anna Netrebko, oggi la soprano più ambita dal pubblico, ha confermato le sue notevoli qualità tanto sul piano tecnico, grazie a una voce voluminosa, limpida, estesa e dotata di un bel vibrato, quanto sul piano interpretativo. Buona è stata la prestazione del tenore Francesco Meli nei panni di Cavaradossi. Stupendo Luca Salsi, un baritono in possesso di mezzi eccellenti per forza e timbro, che ha saputo far risaltare in modo irreprensibile la figura crudele e lasciva di Scarpia. Sul podio c’era Riccardo Chailly. Ancora una volta l’insigne direttore ha voluto presentare una versione filologica dell’opera eseguita. Per “Tosca” ha scelto la partitura della prima assoluta di Roma come documentata dall’edizione critica a cura di Roger Parker per Ricordi. Il ritorno all’origine ha portato alcuni cambiamenti di un certo rilievo rispetto alle esecuzioni correnti. Così ha soddisfatto una curiosità storica, tuttavia guadagni o perdite importanti sul piano artistico non ne ho trovati. In ogni caso Chailly ha offerto una “Tosca” controllata, composta (talvolta fin troppo) eppure vissuta abbastanza intensamente su quasi tutto l’arco dello spettacolo, con risultati straordinari nell’espressione delle sofferenze subite dalla protagonista alle prese, nel secondo atto, con le efferatezze di Scarpia. Per gli aspetti veristici o espressionistici della partitura è stato accuratamente evitato ogni eccesso.

La parte visiva, dovuta a Davide Livermore per la regia, a Giò Forma per le scene e a Gianluca Falaschi per i costumi, si è basata, nei primi due atti, su grandiosi elementi architettonici che venivano spostati frequentemente a vista, introducendo nell’opera un dinamismo non sempre opportuno. Di grande effetto è stata la processione al termine del primo atto, sfociata nella composizione di un quadro conclusivo affascinante. La chiusura della vicenda ha mostrato una Tosca sospesa nel vuoto (ovviamente con l’impiego di una controfigura) come se stesse volando verso il Paradiso: una trovata originale, tuttavia la natura dell’opera avrebbe richiesto un finale crudo e assolutamente tragico.

Molto caldi i consensi del pubblico.

Sokolov al LAC

A Mozart e Brahms ha dedicato Grigorij Sokolov il concerto del 16 dicembre al LAC nel quadro della stagione di Lugano Musica. Del primo ha eseguito Preludio e fuga K 394, la Sonata n. 11 e il Rondò K 511; del secondo i sei pezzi dell’op. 118 e i quattro dell’op. 119.

Nell’op. 394 il preludio si svolge in forme molto libere: inizia con alcune battute solenni e prosegue su toni severi, decisi, qua e là perfino concitati. La fuga costituisce un esteso esercizio contrappuntistico che si conclude in modo imponente con un vigoroso passaggio a ottave nella mano sinistra. A un livello artistico da grande Mozart si presenta subito la Sonata n. 11. Il tema del primo tempo, al quale seguono sei variazioni, possiede la semplicità e la compostezza delle cose veramente belle. Le variazioni sono sciolte e agili ma di quando in quando, come nella terza e ancor più nella quinta, fanno affiorare ombre di dolce malinconia. Un elegante minuetto, delizioso specialmente nel trio, occupa la parte centrale. Chiude la composizione il famosissimo allegretto “alla turca”, così amato dagli ascoltatori che a Parigi, dove in passato il pubblico esigeva a tutti i costi un balletto in ogni opera, venne utilizzato per le danze aggiunte al  “Don Giovanni”. Il termine “rondò”, passo ora al terzo brano mozartiano suonato dal Sokolov, si associa nella mente dei frequentatori di concerti a un tema principale semplice, deciso, facilmente riconoscibile e, inoltre, a vivacità ed energia. Nulla di questo appare nel Rondò K 511 di Mozart. Il brano si fonda su un tema che presenta cromatismi, molte pause, anche un ritmo puntato. Fu scritto in occasione della morte di un amico e riflette il dolore del momento. Nell’esecuzione di questi tre lavori il Sokolov ha cercato di conferire a ogni singolo passaggio aspetti particolari in grado di attrarre l’attenzione dell’ascoltatore, ad esempio mediante scatti, sfumature come pure contrasti dinamici e agogici. Così la musica si è configurata come una successione di spunti meravigliosi senza un preciso filo conduttore e senza ricerca di unità.

Il discorso cambia per quanto riguarda la seconda parte della serata, quando l’insigne pianista si è addentrato con coerenza e totale sicurezza interpretativa nel romanticismo. Il primo intermezzo dell’op. 118 esordisce con un gesto sonoro di grande ampiezza e imponenza; anche gli altri pezzi in programma contengono episodi vigorosi, che il Sokolov ha suonato da par suo, con pieno dominio tecnico, empito melodico e accordi granitici. Ma la parte più interessante sul piano artistico, tanto nei sei pezzi dell’op. 118 quanto nei quattro dell’op. 119, è rappresentata dai passaggi ripiegati nell’intimità, delicatamente elegiaci e affettuosamente poetici. Inutile dire che la sensibilità del pianista ha fatto anche di questi episodi momenti accattivanti.

Sala gremita, consensi entusiastici e molti numeri fuori programma (ne ho perso il conto).

 

Carlo Rezzonico

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