Accordo quadro, l’inizio della fine

Ott 4 • Dal Cantone, Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 221 Views • Commenti disabilitati su Accordo quadro, l’inizio della fine

Battista Ghiggia
Avvocato, Candidato per il Consiglio degli Stati
Lega dei Ticinesi-UDC

La Svizzera a un bivio: o l’autonomia o lo smantellamento del Paese

Un accordo può essere definito in questo modo se rispetta gli interessi di due o più parti. Altrimenti si chiama Diktat. Le imposizioni di Bruxelles contenute nei documenti ancora al vaglio dell’Amministrazione federale per portare alla “facilitazione delle relazioni bilaterali tra l’Unione europea e la Confederazione svizzera” sono talmente numerose e di ampia portata da togliere ogni dubbio: la Svizzera, dall’Accordo quadro con l’UE, uscirebbe con le ossa rotte.

Il fatto che il Consiglio federale e i partiti di quasi tutti gli orientamenti fingano di volerlo rispedire al mittente, dipende solo dalle imminenti elezioni.  Tanto è vero che il governo si è politicamente già impegnato a “versare contributi autonomi” a Bruxelles. Non è, ovviamente, solo una questione di vil denaro. L’Accordo quadro va respinto perché mina l’essenza stessa dell’autonomia e dell’indipendenza della Confederazione elvetica. Contempla l’adozione “dinamica”, che in realtà è automatica, del diritto europeo, ovvero la messa in discussione del potere legislativo della Confederazione. Per non parlare del destino riservato alla democrazia diretta, uno dei cardini su cui si regge il nostro Paese. In caso di referendum o iniziativa, infatti, se le decisioni dei cittadini svizzeri cozzassero contro norme, leggi e regolamenti in vigore nell’Unione europea, dovrebbero essere neutralizzate, pena l’emanazione di sanzioni punitive e misure compensative fino alla “sospensione di uno o più accordi di accesso al mercato”. Basterebbe questo particolare per rigettare l’Accordo quadro, dal momento che in un Paese sovrano e indipendente non possono essere accettate imposizioni che ne snaturino la natura politica e l’impalcatura istituzionale.

Quello che, de facto, è un vero e proprio trattato di sottomissione, contempla una serie di norme che dovrebbero far inorridire una classe politica attenta agli interessi nazionali, anche se divisa da visioni del mondo differenti. A dare la tara dei problemi insiti nell’Accordo quadro non sono solo i politici di Lega e UDC, ma anche imprenditori di successo come Nick Hayek. Il quale, dando la sveglia a quella parte del mondo economico che si culla nell’illusione di poter fare affari pensando solo a guadagni immediati e non a strategie di medio e lungo termine, ha dipinto bene il quadro davanti al quale si trova il nostro Paese: “O la Svizzera non ha letto l’Accordo quadro – ha dichiarato il patron di Swatch – oppure persegue sconsideratamente interessi personali di denaro e potere a spese del nostro Paese e del nostro benessere”.

Non è davvero possibile accettare che, in caso di controversie tra il nostro Paese e Bruxelles, la decisione finale spetti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea o in alcuni casi al Tribunale arbitrale.

Dalla politica dei trasporti a quella agricola, passando per quella legata all’immigrazione, tutto, sarebbe in mano all’Unione europea, non a Berna.

In troppi fingono di essere convinti che un Paese di otto milioni e mezzo di abitanti come il nostro, riuscirebbe a fare valere le proprie ragioni contro un colosso di oltre 500 milioni. Come sia possibile essere così ingenui, sfida le leggi non solo della logica, ma dello scibile umano.

Non dimentichiamoci infine che, a volere l’Accordo quadro sono le stesse associazioni economiche e aree politiche che, nel 1992, in occasione della votazione sullo Spazio economico europeo, avevano previsto l’apocalisse se la Svizzera non vi avesse aderito. Com’è andata a finire è sotto gli occhi di tutti.

 

 

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