“Accidenti a quei pretacci terzomondisti!…”

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Paolo Camillo Minotti

Articolo di Paolo Camillo Minotti pubblicato per gentile concessione di ticinolive.ch che ringraziamo

(Data la lunghezza dell’articolo, lo pubblichiamo in due puntate)

In ricordo di Elio Bernasconi (Prima parte)

Lunedì 7 gennaio si è svolta a Pregassona la cerimonia funebre di commiato dal signor Elio Bernasconi, classe 1923.

La mente si affolla di ricordi ripensando agli anni in cui ebbi a che fare con Elio Bernasconi. Lo incontrai per la prima volta a un’adunanza politica nei primi anni ’70 (l’anno esatto non me lo ricordo; io avrò avuto 15 o 16 anni e vi ero andato per accompagnare mio papà), e mi colpì sin dal primo momento per la sua verve, la sua capacità di argomentare in modo preciso ed essendo informato dei fatti (distinguendosi dal pressapochismo di qualche altro presente), la sua razionalità … nonché la sua caratteristica di accanito fumatore. Diversi anni dopo ebbi modo di incontrarlo sovente, dapprima a “Gazzetta Ticinese” nel periodo in cui vi lavorava, poi nell’ambito delle adunanze dell’Alleanza Liberi e Svizzeri (ALS) e in seguito anche nell’ambito UDC e della Cooperativa “Il Paese” quando iniziai a collaborare allo stesso.

Prima di iniziare la collaborazione con GT negli anni ’70 egli fu collaboratore occasionale del “Giornale del Popolo” di monsignor Leber, in specie con articoli di critica delle trasmissioni RTSI e del sinistrismo allora imperante (erano i tempi in cui i dicitori della RTSI chiamavano le BR “le cosidette Brigate Rosse” avallando di fatto la tesi cervellotica e assurda che dominava allora in certa stampa di sinistra italiana, secondo cui il terrorismo rosso non esisteva ma che si trattava di una macchinazione di forze oscure della Destra e della CIA!). Don Leber apriva le colonne del suo giornale anche a liberali agnostici come il professor Aldo Crivelli, purché si trovassero sullo stesso fronte in certe battaglie di costume e di civiltà, per es. nel 1974 per combattere la Legge sul cinema che sopprimeva la censura cinematografica, oppure per scrivere di argomenti culturali in cui Crivelli – come esperto di monumenti storici e di archeologia – era molto competente; in questi casi A.C. si firmava con l’acronimo “Lallo Vicredi”. Credo che fu proprio in occasione del referendum contro la legge sul cinema che Elio Bernasconi conobbe e divenne sodale di Aldo Crivelli. Di lì a poco il signor Luciano Danzi offrì poi loro di collaborare al settimanale “Il Paese”, dove potevano scrivere articoli più prettamente politici. Fino alla sua morte nel 1981, Aldo Crivelli diede al “Paese” un profilo combattivo, in specie denunciando il crescente indebitamento dello Stato e l’incapacità dei partiti di governo di tenere sotto controllo le finanze cantonali; mentre Elio Bernasconi scriveva regolarmente un “pezzo” su altri temi politici (in specie: critica della RTSI, politica federale e internazionale). Nel 1981 E.B. (così lo chiamavamo noi del “Paese”, perché così si firmava) divenne poi il redattore principale del settimanale, curando tra l’altro l’indimenticata rubrica “Senza rete”; e ne restò editorialista fino al 2002.

Nel frattempo, sulla scia dei temi sopra citati, si arrivò nel 1977 alla fondazione dell’ALS, di cui Elio, assieme a una pattuglia partiticamente trasversale, fu uno dei promotori, poi per molti anni anche segretario e (fino alla cessazione della pubblicazione nel 2017) redattore del giornaletto trimestrale “Cronache”. Mi sono rimaste impresse nella memoria soprattutto le affollate assemblee della CORSI in occasione della nomina del rispettivo comitato, per cui gli aderenti ALS si mobilitavano liberamente, coordinati da E.B. (dall’altra parte c’erano i precettati della partitocrazia, della sinistra e dei dipendenti RTSI i quali ultimi, vergogna inaudita che durò anni, partecipavano all’elezione del gremium che teoricamente doveva vigilare sul loro lavoro).

Per alcuni anni, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, E.B. fu pure come già detto giornalista a tempo pieno presso “Gazzetta Ticinese”, che verso la fine degli anni ’70 si era rinnovata, passando da giornale strettamente di partito a giornale d’opinione liberale, aperto anche a contributi di esponenti di altri partiti e a voci indipendenti. “Gazzetta Ticinese” di quegli anni – sia pure suscitando aspre resistenze all’interno del PLRT – stimolò un rinnovamento di quel partito ma anche degli altri giornali, che negli anni seguenti si aprirono maggiormente a ospitare la voce dei lettori e/o si liberarono un po’ dalla rispettiva sudditanza partitica o clanistica, fin che poi si arrivò a una rivoluzione che alla fine degli anni ’70 sarebbe stata impensabile: la scomparsa dei quotidiani di partito e via via alla situazione odierna con soli due quotidiani sopravvissuti…

E.B. era un libero pensatore nel vero senso del termine, non nel senso più comune di ateo militante come i seguaci della rivista “Libero pensiero” del noto docente comunista Guido Bernasconi. Diceva e scriveva quel che pensava, non importandogli molto che cosa fosse la “linea” del partito “x” o “y” al riguardo. Raramente si adattava a moderare un suo punto di vista o a glissare su un dato tema, se sullo stesso si trovava in contrasto con la linea sostenuta dal partito di riferimento del giornale; e tantomeno era disposto a farlo se ciò era suggerito solo da considerazioni opportunistiche e di quieto vivere. A quei tempi il “Paese” era un foglio d’opinione formalmente indipendente dall’UDC, anche se vicino ad essa, per cui i contrasti fra le due parti facevano parte della normalità; perdipiù, l’UDC ticinese a quei tempi non era ancora profilata nei temi di politica federale sulla linea “blocheriana”, mentre “Il Paese” l’aveva in un certo qual senso precorsa e aveva una linea più di destra. Politicamente E.B. si definiva un liberal-conservatore, e già questo nel Ticino settariamente partitante di qualche decennio fa suscitava ancora qualche equivoco e qualche stupore, perché nel senso comune “liberali” e “conservatori” erano avversari. Egli postulava uno Stato sorretto da cittadini liberi e responsabili, consapevoli dei propri diritti ma anche dei propri doveri; la sua concezione era agli antipodi di una certa politica completamente basata sul rivendicazionismo di diritti sociali. Sull’essere di destra di E.B. occorre però precisare: non della destra che pensa solo all’economia; era un fautore della libertà economica e del mercato, ma contemperati dall’interesse nazionale. Quando era in gioco l’interesse generale del Paese, la sua identità e la sua coesione, l’economia doveva adattarsi ai superiori interessi nazionali e lo Stato doveva porre dei paletti: per esempio in materia di immigrazione o al fine di salvaguardare l’agricoltura svizzera.

Bisogna poi precisare: di destra, ma non di estrema destra. Egli era fieramente ancorato alla tradizione democratica svizzera. Dell’ideologia e del regime nazista tedesco (e, accessoriamente, di quello fascista italiano dal momento che si era asservito al primo) ebbe sempre un giudizio radicalmente negativo. Siccome conosceva bene la Storia, oltre a rammentarsene “in presa diretta” dai suoi anni giovanili, aveva orrore del fanatismo e della violenza connessi a tale ideologia, con il corredo di soppressione della libertà e dello Stato di diritto. Peraltro egli, in linea con alcuni storici e studiosi del pensiero politico, sosteneva la tesi che il nazionalsocialismo e il fascismo furono dei fenomeni rivoluzionari e quindi “di sinistra”. Da certi avventati nostalgici di Adolf “baffetto” lo distingueva poi la sua refrattarietà a qualsiasi forma di anti-semitismo; era un sostenitore di Israele, vedeva in esso un baluardo dell’Occidente nel Vicino Oriente e, storicamente, giustificava la creazione dello Stato di Israele anche come una parziale riparazione della vergognosa persecuzione anti-ebraica per mano dei nazionalsocialisti tedeschi e dei loro complici un po’ in tutta l’Europa. La nomina a direttore del “Paese” nel 2002 – decisa dalla dirigenza UDC Ticino – del povero Gianfranco Montù che sosteneva tesi di destra radicale e che egli conosceva bene come un nostalgico di quei regimi, gli causò amarezza non tanto per il fatto di venir messo da parte ma per la correzione della linea del giornale in un senso a lui inviso. (N.B.: Fortunatamente il direttore in questione e la sua linea durarono solo pochi anni e vennero presto archiviati).

E.B. era invece più indulgente per alcuni regimi autoritari di altri Paesi, sorti in determinate circostanze storiche e che andavano giudicati in rapporto allo stadio di evoluzione del paese in questione. Rispettava il generale Francisco Franco (tra l’altro conosceva abbastanza bene la Spagna, perché vi fece alcune visite negli anni ’50) e distingueva nettamente il suo regime dal fascismo italiano e tedesco. Giustificava il golpe franchista del luglio 1936 con la situazione di anarchia e le condizioni rivoluzionarie imperversanti nel paese (nella Spagna del Fronte popolare si ammazzavano allegramente gli avversari politici e l’autorità lasciava fare…) e sostenendo che, se non vi fosse stato il golpe, la Spagna sarebbe diventata una dittatura comunista. E quindi, fra le due alternative: meglio un regime autoritario di destra. Ma ricordava anche che la guerra civile spagnola fu un bagno di sangue spaventoso, con episodi di inaudita ferocia da entrambe le parti. E che forse anche perciò gli spagnoli nel dopoguerra sopportarono di buon grado la dittatura di Franco: perché avevano orrore che potesse ricominciare la guerra civile, erano stati insomma vaccinati contro l’estremismo.

La conversazione con lui era piacevole e ci si attardava anche per delle ore a parlare, quando ci si incontrava per qualche occasione o quando ci si sentiva al telefono per accordarsi sugli articoli da scrivere rispettivamente per il “Paese” o per le “Cronache”; si faceva per così dire il giro del mondo, commentando gli avvenimenti del momento (politici o meno), partendo dalla politica internazionale, passando per quella francese o italiana, per arrivare a quella federale svizzera e infine a quella cantonticinese e ai fatti vari. Di transenna non si risparmiavano giudizi schietti e impietosi su questo o quel politico o capo di stato che aveva detto o fatto una sciocchezza, su questo o quel giornalista che aveva sostenuto in qualche articolo una tesi a nostro parere assurda o demenziale. Talvolta, specialmente quando si parlava al telefono, si andava un po’ sul pesantuccio nei giudizi – e con l’età egli aveva un po’ attenuato quel garbo e quel rispetto delle persone che sempre però mantenne in pubblico e nei suoi scritti -; e mi ricordo che una volta era caduta una allusione del tipo “ma se almeno la TSI a Comano bruciasse una volta” al che l’altro prontamente rispondeva scherzando “speriamo che la telefonata non sia registrata perché altrimenti rischiamo di prenderci una querela!” oppure “speriamo che non ci sia qualche attentato davvero, che poi se qualcuno ci ha sentito proferire queste parole, incolpa noi del misfatto!”. Oppure, quando era indignato di qualche dichiarazione o di qualche sit-in da parte di un qualche parroco o pastore strenui fautori – anche in violazione della legge – dell’accoglienza indiscriminata dei migranti, talvolta gli scappava detto l’imprecazione: “Accidenti a questi pretacci!”.

Gli epiteti appioppati ai vari consiglieri federali che si sono avvicendati negli anni e il cui agire egli riteneva nefasto (da Felber a Koller passando per Leuenberger e su su fino a Burkhalter, Leuthard e Simonetta Sommaruga), talvolta erano pure molto colorìti. A Koller non perdonò mai la proposta di devolvere l’oro della BNS in esubero alla Fondazione Solidarietà – poi fortunatamente spazzata via in votazione popolare – al fine di lavare l’onta delle presunte colpe della Svizzera nella seconda guerra mondiale. Al consigliere federale Villiger rimproverava invece l’ingenuità per aver chiesto per primo scusa al mondo in un famoso discorso pubblico per il predetto comportamento della Svizzera, ciò che equivaleva a una ammissione di colpa e che quindi avvalorò le richieste di risarcimento dei noti ambienti finanziari nuovayorkesi sul cosidetto “oro ebraico” o oro nazista transato dalla Svizzera. In quanto poi ai suoi giudizi su Burkhalter e Sommaruga, sono irriferibili in questa sede, dato che in luogo pubblico occorre esprimersi in termini urbani, ma non ce n’è neanche bisogno perché le gesta dei sullodati sono recenti e quindi ancora ben presenti nella memoria dei lettori che – ne siamo convinti – avranno avuto gli stessi identici pensieri di Elio. Forse negli ultimi anni, non scrivendo più eccettuato che per l’appuntamento trimestrale delle “Cronache”, sentiva il bisogno più accentuato di sfogarsi nella conversazione con gli amici.

Prosegue nel prossimo numero

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