A questi capi non importa nulla della Svizzera

Mar 22 • Dall'UDC, L'opinione, Prima Pagina • 865 Views • Commenti disabilitati su A questi capi non importa nulla della Svizzera

Dalla Weltwoche del 14 marzo 2019 l’editoriale di Roger Köppel

I top manager stranieri in Svizzera sostengono l’integrazione nell’UE. Ricchi eredi di banchieri ginevrini e perfino i successori di Alfred Escher sventolano la bandiera bianca. I mercenari dei grandi gruppi industriali saranno i primi a lasciare la Svizzera con le loro aziende, quando le conseguenze delle loro colpevoli raccomandazioni politiche saranno tangibili.

La settimana scorsa, ha suscitato molte reazioni il mio editoriale. Trattava degli eroi liberali svizzeri del 19° secolo, i pionieri dello Stato federale parlamentare, imprenditori e politici che coraggiosamente contrastarono le minacce e le ingerenze straniere e i continui tentativi di portare questa Svizzera – per allora quasi unico Stato di diritto – sotto il giogo delle vecchie e arrugginite monarchie.

Chi guarda agli ordini di battaglia di allora dalla calda e comoda poltrona della retrospettiva, non finisce mai di sorprendersi. A quel tempo, la Svizzera era ancora una piantina altamente vulnerabile, non ancora consolidata istituzionalmente, economicamente un paese emergente, ma circondata da Stati autoritari armati dalla testa ai piedi, che esercitavano pressioni. Ma questi Svizzeri recalcitranti, semplicemente non si arresero. Imprenditori politici temerari, con un marcato senso della realtà.

Voltagabbana senza spina dorsale

Lo so: chi oggi guarda l’attualità rievocando il passato, rischia ormai di venire imbalsamato dai guardiani dello spirito del tempo e relegato in un museo. Tuttavia, uno sguardo su quell’epoca affascinante e fonte d’ispirazione, rende comunque evidente quali smidollati, voltagabbana senza spina dorsale e approfittatori affollino i ponti di comando di questo Stato e di molte aziende, una Svizzera che peraltro ha raggiunto il successo solo perché, a suo tempo, la gente come Escher era fatta di tutt’altra pasta.

Troppo duro? Troppo polemico? Per niente. È così. Guardiamo un po’ più a fondo qualcuno di questi mercenari dei grandi gruppi industriali pagati milioni. Stando alle loro concrete risposte sulla questione più importante e spinosa del giorno d’oggi, ossia l’accordo-quadro istituzionale con l’Unione europea, sembrano aver dimenticato o mai aver saputo che cosa sia la Svizzera, che cosa ne determini il successo e quali principi politico-istituzionali abbiano fatto sì che le imprese per le quali oggi lavorano, siano nate, cresciute o semplicemente siano venute in Svizzera.

Negli ultimi mesi e settimane, sono state pubblicate molte interviste e prese di posizione di questi pezzi grossi dell’economia. Nei piani alti risuona sempre la stessa eco monotona, priva di fantasia e di originalità, positiva nei confronti di questo accordo voluto dall’Unione europea, che vuole in futuro togliere alla Svizzera la possibilità di decidere autonomamente in importanti settori della politica economica e sociale, di stabilire lei stessa le proprie leggi e regole sottostando a tribunali svizzeri. In futuro, dovrebbero invece valere le regole dell’UE – da riprendere in modo dinamico-automatico – e, anche in Svizzera, dovrebbero governare dei legislatori e dei giudici stranieri.

La democrazia diretta potrebbe continuare a esistere, ma come rituale folcloristico da circo, e unicamente sotto la regia di Bruxelles che ci minaccerebbe con una pistola puntata. Qualora la Svizzera si opponesse alle regole interventistiche coloniali europee, l’UE sarebbe autorizzata ad adottare sanzioni punitive, cui gli abili manipolatori verbali addetti alle PR di Palazzo federale hanno dato il termine più rassicurante di «misure di compensazione».

Il consigliere federale Cassis, il cui alto diplomatico Roberto Balzaretti ha negoziato questa dichiarazione di resa, definisce l’accordo attualmente in consultazione «insufficiente». Ma nel clima generale di rinuncia che stiamo attualmente vivendo anche nei corridoi della politica, il compiacente ministro degli affari esteri raccomanda tuttavia l’approvazione del suo trattato di sottomissione.

In Cassis si percepisce perlomeno ancora un briciolo di scetticismo, a differenza del suo vanitoso negoziatore, il quale gira instancabilmente per tutto il paese a decantare i pregi del suo capolavoro, squalificando quindi sé stesso per eventuali ulteriori negoziati. Nelle consultazioni, in questi giorni ci sono state anche aspre critiche da parte dei responsabili dei partiti. Il PS s’è mostrato ostinato. Il filoeuropeista PLR ha comunque posto timidamente la domanda a sapere se ci sia la possibilità di ulteriori negoziati. Il presidente del PPD Gerhard Pfister ha dato l’accordo per «morto», mentre la presidente dei Verdi Regula Rytz ha fatto sorprendentemente osservare che in Svizzera decidono ancora sempre i cittadini e non i grandi gruppi industriali.

Ma di tali critiche sfumature, i top manager non vogliono nemmeno sentir parlare. Dalle sedi centrali dei grandi gruppi arriva la diffusa dabbenaggine di una capitolazione più o meno incondizionata. Hans Hess, massimo funzionario industriale della Svizzera, definisce l’aggancio istituzionale «tagliato su misura». Il suo collega Heinz Karrer di Economiesuisse non può, è vero, quantificare concretamente, a suo parere, l’utilità dell’accordo-quadro – sarebbe «non chiaro», «opaco», «mancante di un serio prospetto dei costi» –, tuttavia, la sua associazione lo sostiene senza riserve.

Manager mercenari per l’UE

Con qualche variazione, viene diffuso da tutte le parti un quasi identico scenario di terrore: se la Svizzera dice NO all’integrazione istituzionale, presto la nostra economia non potrà più vendere alcun prodotto nell’UE, non troverà più manodopera, le nostre università saranno distrutte, in generale cadremo in una situazione di fame e povertà. I manager dei grandi gruppi parlano come se l’esportazione delle loro merci e dei loro servizi dipendesse unicamente dall’arbitrio di alcuni politici, di alcuni funzionari UE e da alcuni accordi.

Christoph Franz, presidente del gigante farmaceutico Roche – che dipende dallo Stato per i prezzi dei medicamenti – di origine tedesca, ma con anche il passaporto svizzero, afferma, senza fornire altre motivazioni e senza conoscere i dettagli dell’accordo, che la sua azienda, in caso di un NO, dovrebbe eliminare migliaia di posti di lavoro e rinunciare a diverse centinaia di milioni di franchi di cifra d’affari; il che sarà senz’altro rilevante per lui in termini di bonus ma, anche se corrispondesse al vero, su un volume di affari di 56,8 miliardi di franchi (aumentato anche lo scorso anno, sincere congratulazioni) non sarebbe davvero un motivo sufficiente per la stipulazione di un accordo che sconvolge l’ordinamento costituzionale svizzero.

Il CEO, sottoposto direttamente a Franz, Severin Schwan, tirolese, profetizza che, senza l’accordo-quadro, non ci sarebbe la libera circolazione delle persone e che, senza la libera circolazione delle persone, Roche non troverebbe più alcun ricercatore di talento. Come fa a saperlo? Fra l’altro, lo stesso Schwan ottenne il suo lavoro in Svizzera prima della libera circolazione delle persone. Inoltre, questo capo di oltre 95’000 dipendenti non sembra preoccuparsi del fatto che il sovrano ha ridotto massicciamente, se non abrogato, la libera circolazione delle persone con una votazione avvenuta cinque anni fa. E se questa libera circolazione delle persone fosse così determinante per la qualità dei dipendenti, significa forse che, prima della sua entrata in vigore nel 2002, per la ditta Roche fondata oltre cent’anni prima avevano lavorato solo degli idioti?

I Ginevrini ridono di «Heidiland»

A bandiere spiegate, anche dei banchieri di punta vogliono sottomettersi al diritto UE, ai giudici UE, alle sanzioni UE e alle clausole ghigliottina dell’UE. Si percepisce quanto anche questo settore, a causa delle regolamentazioni, sia caduto nel frattempo sotto il controllo dello Stato. Patrick Odier, un tempo capo dell’associazione dei banchieri, sconsiglia espressamente dei nuovi negoziati perché, da buon chiaroveggente, sa già che non porteranno a niente. In una discussione sui contenuti dell’accordo, sui suoi vantaggi e svantaggi, non si lascia tuttavia coinvolgere. Questo erede di una grande dinastia di banchieri, paragona la Svizzera a uno smartphone le cui «Apps» devono anche essere di tanto in tanto aggiornate, niente di particolare. La sua prognosi, priva di qualsiasi motivazione, recita: con l’accordo-quadro saremmo «più sovrani di quanto lo siamo oggi».

Il collega di Odier, Yves Mirabaud, altrettanto successore al trono nel nido già preparato per lui in una ricca banca privata ginevrina, argomenta ironicamente sull’attaccamento ai diritti popolari e alla «sovranità puramente formale». Per lui è un guadagno in «certezza del diritto» se, in futuro, invece dei cittadini svizzeri saranno degli anonimi gremii UE situati all’estero a dettare le regole nel nostro paese. Quanto poco stimi l’ordinamento costituzionale sotto il quale la sua banca è cresciuta e ha prosperato, lo dimostra la sua frase pronunciata con sufficienza, secondo cui un NO all’accordo-quadro sarebbe un «ritorno all’Heidiland».

Suicidio per paura di morire

È sorprendente con quale arrogante superficialità questi banchieri privilegiati per nascita glissino su domande insidiose sulla Costituzione. Perfino il successore di Alfred Escher alla testa del Credito svizzero, di questo una volta baluardo dell’indipendenza svizzera, il brillante giurista Urs Rohner, cede. Ammette comunque che questo accordo è «ben lungi dall’essere una soluzione perfetta», cosa che da parte di «persone intelligenti non può essere contestata»: «Ma c’è forse un’alternativa?», si lamenta Rohner, «crede forse qualcuno che in futuro potremo continuare con i bilaterali, senza l’accordo-quadro? […] Io non lo credo.» Alla luce di questa impasse senza via d’uscita alternativa, per il presidente della banca – nel frattempo controllata dal Qatar – rimane ancora solo il suicidio per paura di morire.

Siamo di parere contrario. Cos’è che ha reso forte la Svizzera? Cos’è che ha fatto prosperare qui delle aziende di livello mondiale? È stata anzi, è l’autonomia, la sovranità mantenuta caparbiamente per decenni, il principio dell’autodeterminazione che deve sempre essere difeso dalle pressioni esterne, la convinzione che la Svizzera sta meglio se le decisioni sono prese dai diretti interessati e non da re, aristocratici, imperatori, funzionari o burocrati lontani centinaia di chilometri.

La Svizzera è diventata forte grazie alla sua politica estera autonoma, neutrale e pragmatica, in origine senza appartenenza all’ONU e senza ancoraggio a un blocco come l’Unione europea. Il progetto di una dominazione straniera istituzionalizzata da parte dell’UE con uno pseudo-tribunale arbitrale, che richiama Fra Nicolao della Flue ma le cui decisioni dipendono da giudici UE, cambierà radicalmente la Svizzera come pure tutto ciò  che questo paese ha stipulato con accordi internazionali.

Mercato del lavoro, imposte, IVA, aiuti statali, lotta al crimine, immigrazione; il catalogo può essere esteso dall’UE dinamicamente, ossia a suo piacimento: al riguardo non potranno più decidere gli Svizzeri, bensì spetterà all’UE l’ultima parola. L’obiettivo dichiarato è: pari condizioni per tutti, più nessuna eccezione per    chi vuole scegliere solo il meglio. La Svizzera dovrà adattarsi senza possibilità di scampo finché non ci sarà più una differenza dall’adesione all’Unione europea.

Forgiare e rifinire

Che cosa ha reso forte la svizzera? Non l’ingombrante regime burocratico di commissari, ma la faticosa forgiatura e rifinitura di compromessi tagliati su misura per un territorio limitato. È la politica economica autonoma tarata sui bisogni politici interni di persone provenienti da diverse, seppure gestibili, culture e regioni linguistiche. Della stessa fanno parte una politica agricola moderata, un promovimento economico e una politica d’insediamento puntuali e condizionati regionalmente, una gestione dell’immigrazione dosata secondo il fabbisogno, senza lo spostamento automatizzato di masse provocato da una disfunzionale libera circolazione delle persone.

La Svizzera è diventata grande e forte perché ha fatto le cose diversamente e meglio degli Stati membri dell’Unione europea. Un pilastro fondamentale è la politica finanziaria e fiscale autonoma affidata ai cantoni, senza la ripresa di regole dell’OCSE o dell’UE. La Svizzera ha creato una rete mondiale di rapporti tramite accordi di libero scambio sulla base di concessioni politiche minime. La ripresa automatica o dinamica di diritto straniero non è mai stata un tema, fino a quando l’UE, al fine di incatenare a sé la Svizzera, ha cominciato a fare pressioni per imporle questo regime coloniale nel segno di una male interpretata «via bilaterale», aiutata in questo anche dalla compiacente collaborazione di diplomatici svizzeri e consiglieri federali entusiasti eurofili.

Non sono il copiare o riprendere servilmente dei testi di legge stranieri che hanno fatto della Svizzera una sede ambita e ricercata a livello internazionale per aziende indigene ed estere. Sono stati il diritto relativamente liberale del lavoro, sviluppato autonomamente, il fatto che i partner sociali negoziano in modo responsabile, senza  dover trottare sotto la frusta di un controllore internazionale. Fatta in casa era pure la legge autonoma sulle banche – durata con successo per decenni – che garantiva la tutela dei clienti e della proprietà (segreto bancario), di nuovo senza la ripresa automatica di regole dell’OCSE o di altre regole che gli Stati vicini – che non avevano sotto controllo le proprie finanze – tentarono, per lungo tempo invano, di imporre alla Svizzera per indebolirla.

C’è qualcosa di deprimente nel comportamento degli orgogliosi rettori delle nostre università e politecnici quando, come tossicomani in astinenza, reclamano a gran voce per la perdita delle benedette e vitali sovvenzioni dallo spazio UE, di tutti quei programmi da «Erasmus» a «Horizon 2020», senza i quali, affermano, la piazza intellettuale svizzera si prosciugherebbe e morirebbe rapidamente. In realtà, la Svizzera ha creato autonomamente una ricerca e uno sviluppo di fama mondiale, aperti al mondo e volutamente separati da una ricerca unitaria dettata dall’UE e con priorità fissate da Bruxelles. I burocrati della formazione credono che, con il contorto sistema di distribuzione ad annaffiatoio di sovvenzioni incrociate dell’UE, alla fine ci sarà per tutti più denaro di quello versato originariamente. La verità è che l’importo che le università ricevono dall’UE è una minima frazione di quello che i contribuenti svizzeri  hanno globalmente versato all’UE. Infine, per completare l’elenco dei fattori di successo, la Svizzera è stata ed è più sicura e, di conseguenza, più attrattiva grazie a un esercito indipendente e neutrale, senza annessioni alla NATO – fatta eccezione per il peccato originale «Partnership for Peace».

L’altare delle comodità internazionali

In questo sicuramente non perfetto ma, tutto sommato, felice nido sono nati o sono approdati gli odierni  dirigenti economici. I loro grandi gruppi industriali internazionali non sarebbero nemmeno qui, senza queste conquiste politiche, che hanno dovuto essere acquisite a caro prezzo e difese da generazioni, e che hanno fatto della Svizzera quell’oasi alpina di benessere – un benessere, appunto, costruito, non sgorgato dal terreno o conquistato con la forza delle armi. La Svizzera è un giardino ben curato, il risultato di una coltivazione strappata a un territorio difficile e perfino ostile, trionfo dell’innovazione e dell’autodisciplina di antenati operosi, che presero nelle loro mani il proprio destino, invece di cederlo a potenze straniere.

Contro questo modello di successo, ora si schierano i manager milionari, gli eredi di grandi aziende e gli strateghi dei grandi gruppi industriali, il cui orizzonte politico termina alle cifre del prossimo trimestre. Non hanno nient’altro in mente che negare che tutte queste conquiste siano alla base dell’esemplare successo della svizzera e sacrificare tutte le peculiarità svizzere sull’altare delle comodità internazionali. E saranno i primi a lasciare con le loro aziende la Svizzera, quando le conseguenze della  loro colpevole raccomandazione a favore della cessione del potere decisionale all’UE saranno tangibili.

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