Questo fa discutere

Set 18 • Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 314 Views • Commenti disabilitati su Questo fa discutere

Dal «Bundeshaus Briefing» del Nebelspalter del 5 settembre 2025, un’interessante presa di posizione di Dominik Feusi

L’intervista al consigliere federale Ignazio Cassis sugli accordi quadro.
I fatti: Il consigliere federale Ignazio Cassis ha rilasciato una lunga intervista al Nebelspalter sugli accordi quadro e sul perché il Consiglio federale li ritiene opportuni.
L’analisi: Chi è attento alle parole del consigliere federale può cogliere la direzione della strategia comunicativa del Consiglio federale e i suoi punti deboli. Ecco cinque osservazioni al riguardo e cosa si nasconde dietro:

  1. L’importanza economica dei contratti viene sopravvalutata: ««Gli accordi garantiscono la partecipazione della Svizzera al mercato». Ignazio Cassis evita deliberatamente di parlare di «accesso al mercato», perché non è vero (come lui stesso ammette). L’accesso è garantito dall’accordo di libero scambio del 1972. Il fatto che, secondo lo studio del Consiglio federale, l’accordo sugli ostacoli tecnici al commercio incida solo per lo 0,48% del prodotto interno lordo in 20 anni, Cassis lo liquida con un «sì, sappiamo bene come funzionano gli studi». Lo studio del Consiglio federale è il punto dolente. Tobias Straumann ha ragione: «Dal punto di vista economico, gli accordi con l’UE non portano praticamente nulla»».
  2. L’impatto del nuovo accordo sulla libera circolazione delle persone sull’immigrazione viene minimizzato: Per quanto riguarda il ricongiungimento familiare, secondo Cassis «cambia molto, molto poco». Il fatto è che il ricongiungimento familiare viene esteso e che le conseguenze di ciò sono altamente incerte. Poiché la Svizzera non ha negoziato alcuna deroga al futuro sviluppo giuridico dell’UE o alla futura giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) in materia di ricongiungimento familiare, essa è completamente in balia di questi sviluppi. E questo significa «praticamente sempre un’estensione dei diritti» (Prof. Andreas Glaser nella NZZ). In realtà, anche i comuni, i cantoni e l’economia non volevano un’estensione della libera circolazione.
  3. La ripresa del diritto UE viene minimizzata: Dapprima Cassis afferma che per un’azienda che non esporta nell’UE «non cambia assolutamente nulla». Poi si corregge, precisando che ciò vale solo «se non sono aziende nel settore del trasporto aereo, del trasporto terrestre, dei prodotti agricoli o dell’industria», ovvero per quasi tutto ciò che non è un servizio. In linea di principio, il cambiamento di paradigma rimane invariato: in futuro la Svizzera dovrà adottare il diritto dell’UE, che sarà quindi applicabile a tutti, anche a coloro che non esportano nell’UE. Ciò riguarda soprattutto l’agricoltura con l’accordo sui prodotti alimentari, compresi i controllori dell’UE, ma anche i trasformatori e l’intera industria. Non importa più dove un’azienda esporta, ma se il settore è soggetto al diritto dell’UE. Se sì, nessuna azienda ne uscirà indenne. Nel caso di un accordo di libero scambio, la situazione è diversa, perché nessuna delle due parti adotta il diritto dell’altra.
  4. Gli effetti sulla democrazia vengono minimizzati: «Il processo politico, le nostre istituzioni, la democrazia diretta o il ruolo del parlamento, del Consiglio federale e dei tribunali federali non subiranno alcun cambiamento». Cassis omette di precisare che due dei sette accordi sono soggetti al metodo di integrazione, il che significa che il nuovo diritto dell’UE non deve essere ripreso nel diritto nazionale per essere applicabile. Lo stesso vale per le «misure di compensazione» qualora il Consiglio federale, il parlamento o il popolo decidano di non riprendere il diritto dell’UE. Il giurista Paul Richli ribatte: «La libertà di espressione sarebbe compromessa». Il costituzionalista Andreas Kley chiede che il Consiglio federale proponga, con gli accordi quadro, delle restrizioni al diritto di iniziativa e di referendum, essendo questo «un presupposto di onestà».
Il Tribunale federale non subirà alcuna limitazione, afferma il consigliere federale Cassis. Tuttavia, non ha voce in capitolo sui trattati e, al suo interno, applica comunque il diritto dell’UE e le decisioni della Corte di giustizia dell’Unione europea. Immagine: Keystone

Le conseguenze giuridiche dei trattati vengono minimizzate: Cassis sottolinea l’autonomia del tribunale arbitrale, sebbene secondo i protocolli istituzionali esso non abbia alcuna autonomia decisionale. Esso si limita ad applicare la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea e, in assenza di questa, richiede alla Corte una «decisione» vincolante (così è scritto, ad esempio, nel protocollo all’ALC, non «interpretazione»). Non è previsto che il Tribunale federale abbia voce in capitolo, anche solo perché i trattati non riguardano affatto il diritto svizzero. È vero che la Svizzera ha già stipulato accordi con tribunali arbitrali, ma il fatto che dietro di essi ci sia il tribunale della controparte, come nel caso in esame, non è mai successo.

    La conclusione: I sostenitori cercheranno di parlare il meno possibile dei dettagli decisivi. Tralasceranno ciò che disturba la loro visione d’insieme della «stabilizzazione della via bilaterale» e sottolineeranno l’importanza economica, nonostante il loro stesso studio contraddica tale importanza.

    La mia valutazione: Se questa tattica funzionerà è ancora da vedere: il dibattito sui trattati sarà lungo, durerà due, forse tre anni. Gli oppositori devono solo seminare dubbi sulle affermazioni dei sostenitori.

    Comments are closed.

    « »