UDC – Lega: spazio al buonsenso

Apr 17 • L'editoriale, Prima Pagina • 391 Views • Commenti disabilitati su UDC – Lega: spazio al buonsenso

Eros N. Mellini

Lista unica o liste separate per il Consiglio di Stato nel 2027? La campagna di voto è ancora lungi dall’essere iniziata, ma il tema è ricorrente a scadenze regolari nei media ticinesi.

38 anni di politica attiva – da consigliere comunale, dapprima per la Lega poi quale indipendente a Pregassona, poi con l’UDC dopo la «svolta Blocheriana» di quest’ultima, avvenuta nel 1998 con la presidenza di Alessandro von Wyttenbach – 11 anni di Gran Consiglio e 25 anni quale segretario cantonale, ho vissuto tutti gli alti e bassi dei nostri rapporti con il movimento di Bignasca. Certamente non ho la pretesa di essere il grande «Vecchio» che, dall’alto del suo ritiro in montagna, dispensa saggezza a quantitativi industriali. Spero altresì che queste mie riflessioni non vengano considerate vaneggiamenti dovuti a senilità e arteriosclerosi, bensì dettate dal buonsenso e da un sincero attaccamento al partito.

Le cifre sono cambiate

È vero, quest’ultimo decennio ha visto una continua ascesa dell’UDC mentre, al contrario, la Lega ha dovuto registrare un lento, ma continuo, declino del consenso popolare. L’UDC ha eroso voti alla Lega? Probabilmente sì, anche se le adesioni in aumento di questi ultimi anni non sono soltanto di ormai ex-leghisti, ma anche di diversi elementi dei partiti borghesi che hanno aperto gli occhi sulla deriva a sinistra di PLR e Centro, la cui politica di borghese non ha ormai più nulla.

Fatto sta che, se nel primo decennio di questo secolo l’UDC era la cugina povera della Lega, utile a portare una manciata di voti ma trattata con la sufficienza che il potente riserva a una minoranza insignificante, negli ultimi dieci anni il divario si è considerevolmente ridotto, permettendoci addirittura di effettuare il sorpasso a livello nazionale. Infatti, se nel 2011, con l’entrata di Pierre Rusconi, in Consiglio nazionale contavamo due leghisti (Attilio Bignasca e Roberta Pantani Tettamanti) e un UDC, oggi la proporzione è radicalmente cambiata: due UDC (Marchesi e Pamini) e un leghista (Lorenzo Quadri), cui si aggiunge Marco Chiesa agli Stati.

È quindi logico che UDC Ticino nutra oggi delle ambizioni che ancora pochi anni orsono sarebbero apparse insensate.

Il voto d’area

Cosa significa essere di destra? Innanzitutto, una politica a favore della nostra economia, nella fattispecie di quelle piccole e medie imprese che ne costituiscono il 98%, con la creazione di condizioni quadro favorevoli, fiscalità moderata, e regolamentazioni ridotte allo stretto indispensabile; poi, uno Stato sociale funzionante ma ponderato, senza cadere nell’assistenzialismo sfrenato cavallo di battaglia della sinistra (prima di spendere il denaro, bisogna produrlo). Infine, una politica del lavoro volta a tutelare il più possibile la manodopera indigena e la massima tutela della sicurezza, quindi, in primis, il controllo dell’immigrazione. L’UDC rispetta totalmente questi parametri. La Lega è più prodiga in materia di socialità e un po’ meno condiscendente nei confronti dell’economia, ma la sua identità di vedute in politica di sicurezza, degli stranieri, dell’asilo e di indipendenza dall’UE, fanno sì che l’immaginario collettivo la situi a destra, a fianco dell’UDC. Questi due partiti, quindi, in Ticino costituiscono la cosiddetta area di destra, che oggi detiene due seggi in Consiglio di Stato – Norman Gobbi e Cladio Zali – entrambi leghisti.

Oggi, anche l’UDC può legittimamente ambire a un seggio, la conquista del quale segnerebbe però l’uscita dal governo di uno dei due leghisti, verosimilmente Zali (vedo molto difficile la conquista di un terzo seggio). A questo punto, il buonsenso direbbe: che vadano entrambi in lista e che vinca il migliore. L’importante è che l’area di destra riconfermi i suoi due seggi.

L’assurdo Diktat

E invece no. L’UDC ha detto: niente Zali in lista, altrimenti liste separate. A mio avviso, si tratta di un Diktat assurdo, per almeno tre motivi:

a. Non tocca a un partito decidere chi saranno i candidati dell’altro;

b. Se si pensa di battere l’avversario su liste separate, a maggior ragione si dovrebbe poterlo battere sulla stessa lista dove i voti di base sono uguali per entrambi i candidati, salvo poi giocarsela con i voti preferenziali;

c. Nel 2015, fummo noi a respingere con sdegno il Diktat della Lega che intendeva presentare la lista unita, escludendo però Marco Chiesa, avversario ritenuto in grado di minacciare un seggio leghista. Il risultato fu che facemmo la lista in alleanza con Area Liberale e UDF (La Destra) rimediando una misera manciata di voti e rischiando addirittura di perdere il gruppo in Gran Consiglio (salvammo il quinto seggio necessario con i resti dopo la prima ripartizione). E adesso, dieci anni  dopo, vogliamo commettere lo stesso errore?

Gli scenari

Con la lista unica, confermiamo quasi sicuramente i due seggi d’area (Gobbi+Zali o Gobbi+UDC o Zali+UDC).

Con le liste separate si hanno invece tre scenari possibili:

a. La Lega salva i due seggi da sola (estremamente difficile, per non dire impossibile);

b. La Lega salva un seggio e l’UDC conquista il secondo (non impossibile, ma aleatorio);

c. La Lega perde un seggio, l’UDC non lo conquista, l’area di destra rimane con un solo rappresentante (scenario più probabile).

Detto questo, la domanda è: ma vale la pena di rischiare?

A questi si aggiungono poi le conseguenze a livello federale e comunale. Sei mesi dopo, ci saranno le elezioni federali. Qui, la legge permette ancora la congiunzione delle liste. Ma se l’intesa venisse a mancare, la Lega potrebbe speculare sul fatto di avere abbastanza voti per confermare Lorenzo Quadri, mentre noi, senza la congiunzione, verosimilmente perderemmo il nostro secondo rappresentante. E non dimentichiamo che Marco Chiesa al Consiglio degli Stati è stato eletto nel 2023 grazie anche ai voti della Lega.

A livello comunale poi, un anno dopo, c’è in ballo la maggioranza in municipio a Lugano, nonché tutti i comuni nei quali da anni il binomio Lega/UDC fa un ottimo lavoro.

Non è troppo tardi

In politica, i ripensamenti sono all’ordine del giorno e, che io sappia, una decisione definitiva non è ancora stata presa. C’è ancora spazio per il buonsenso, che deve stare al di sopra delle singole ambizioni partitiche. Il bene della destra cantonale richiede un passo indietro dell’UDC sul «Diktat Zali». Senza paura di perdere la faccia, è un sacrificio giustificato dalla posta in gioco.

E si convincano i falchi di entrambi i partiti: verrà probabilmente il giorno in cui potremo correre separati, senza nuocere all’area della destra ticinese, ma non è oggi. Al momento, è ancora l’unione a fare la forza!

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