Spettacolo di alta classe alla Scala con «Lucia di Lammermoor»

Mag 9 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 611 Views • Commenti disabilitati su Spettacolo di alta classe alla Scala con «Lucia di Lammermoor»

Spazio musicale

Quando ci si reca a vedere la «Lucia di Lammermoor» di Donizetti l’attesa si appunta, più che per ogni altra opera, sulla cantante chiamata a sostenere la parte della protagonista. Sarà all’altezza di un compito estremamente difficile? Avrà le doti interpretative occorrenti per dar vita a un personaggio così complesso? Sarà in grado di produrre gli acuti, parecchi dei quali Donizetti non scrisse, ma che sono entrati nell’uso e voluti dal pubblico? Bene, alla Scala, nell’allestimento dell’opera andato in scena tra aprile e maggio, tutte queste condizioni erano soddisfatte. Lisette Oropesa, nata a New Orleans, che a ventidue anni ha debuttato come Susanna nelle «Nozze di Figaro» al Metropolitan e poi si è lasciata alle spalle una carriera di grande varietà e impegno, possiede una voce eccezionale per limpidità, purezza e velluto, qualità che sa mantenere intatte sull’intera estensione. Ha toccato vertici interpretativi in tutti i momenti salienti ed è stata generosa dispensatrice di splendidi sovracuti raggiunti senza sforzo.

A proposito dei sovracuti non ammissibili nel quadro di una esecuzione filologicamente rispettosa ricordo una polemica scoppiata tanti anni fa nel teatro milanese poiché il direttore Gavazzeni, probabilmente per compiacere a una cantante che non poteva raggiungerli, volle eliminarli ma scatenò le ire di due altre interpreti designate per alcune repliche, desiderose invece di sfoggiare la loro bravura e il loro virtuosismo. Chi aveva ragione? Certamente nel melodramma il do5 e le note che salgono oltre, se ben prodotte, assicurano l’applauso e vengono spesso criticate come risultato di un esibizionismo vocale senza significato artistico. Da questa opinione rigorosa tuttavia dissento. Le puntate nella stratosfera musicale possono accentuare le emozioni intense di certi momenti oppure costituire suggestive fughe dalla realtà. Risorsa, questa, particolarmente utile per un personaggio come Lucia che, portato dalla crudeltà del fratello alla disperazione e poi alla follia, esce effettivamente dalla realtà.

Nell’edizione dell’opera di cui sto parlando Riccardo Chailly, dal podio, si è distinto, come sempre del resto, per una lettura accuratissima. Ha saputo combinare i pregi di uno studio analitico meticoloso con una visione generale fedele alla natura del capolavoro donizettiano e dei suoi valori. Di livello assai alto le prestazioni dell’orchestra scaligera. Eccellenti sono stati in special modo i corni, ai quali la partitura assegna molti passaggi importanti. Hanno mostrato le loro capacità fin dall’inizio quando, dopo il sordo, cupo e notturno suono di timpani e grancassa, foriero di tragedia, danno espressione, in un breve frammento, a una desolante tristezza.

In palcoscenico Juan Diego Florez, interprete di Edgardo, ha supplito a una certa carenza nel volume e nella qualità della voce con uno stile impeccabile, risultato di una sensibilità e una esperienza notevoli; anche lui ha sfoderato alcuni di quegli acuti che lo hanno reso famoso fin dall’inizio della sua carriera. Mezzi robusti e talento interpretativo ha messo in luce il baritono Boris Pinkhasovich, a suo agio nella caratterizzazione dell’intransigente e spietato fratello di Lucia. Carlo Lepore, dotato di una bella voce di basso, è stato un Raimondo autorevole. Da lodare inoltre Leonardo Coltellazzi, Valentina Pluzhnikova e Giorgio Misseri rispettivamente come Arturo, Alisa e Normanno. Anche in questa occasione il coro del teatro milanese, istruito da Alberto Malazzi, ha dato una prestazione di primo ordine.

Yannis Kokkos, autore di scene, costumi e regia, si è espresso in una nota pubblicata sul programma di sala in questi termini: «La scelta di collocare l’azione più vicina a noi facendo riferimento alla società della prima metà del XX secolo, più o meno intorno agli anni Venti, mette in rilievo il fatto che la pressione morale sia meno forte della violenza degli interessi economici.» Oggi è moda cogliere ogni occasione per mettere in cattiva luce l’economia. Un discorso più positivo merita la conduzione dei personaggi. L’episodio in cui Enrico cerca di convincere Lucia ad accettare Arturo come sposo è stato veramente carico di rovente drammaticità: la pressione sconsiderata sulla donna e la disperazione di questa hanno assunto toni raccapriccianti, tali da rendere plausibili i fatti successivi, con l’uccisione dello sposo non voluto e lo smarrimento totale della ragione. Drammaticità poi riemersa e perfino cresciuta alla fine della vicenda, dove la follia ha raggiunto un massimo di esagitazione, in qualche punto però eccedendo la misura e abbandonando la concezione tradizionale che fa della pazzia della protagonista un fatto irreale, sublimato e idealizzato.

Ero presente alla rappresentazione del 26 aprile: molti applausi per tutti ma, evidentemente, con particolare intensità per la Oropesa.

Carlo Rezzonico

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