Spazio musicale
Prokov’ev, Mendelssohn e Mozart programma alla rovescia
Il concerto del 25 aprile nel quadro della stagione OSI al LAC ha incluso la «Sinfonia classica» di Prokov’ev, il concerto per violino e orchestra op. 64 di Mendelssohn e la sinfonia KV 550 di Mozart.
La deliziosa «Sinfonia classica» di Prokov’ev ha poco di tradizionale e molto di moderno. Certamente la struttura generale (quattro tempi, il primo e il quarto in forma sonata, il terzo intitolato «Gavotta») porta il pensiero a tempi lontani, tuttavia l’incisività delle figurazioni, la spregiudicatezza delle loro combinazioni, le preziosità timbriche e l’aggressività di certi passaggi rispecchiano una sensibilità relativamente vicina a quella dei nostri tempi. Questa impressione si conferma quando, analizzando la partitura in modo più approfondito, si scopre un gioco delle tonalità assai vario e volubile, che non esita a spostare la musica anche su tonalità lontane. Insomma, il massimo godimento di questa splendida composizione si ottiene considerandola in un profilo meno classico di quanto lasci supporre il titolo. Forse sarebbe stata più adatta a concludere il programma, evitando agli ascoltatori di dover innestare la retromarcia per portare l’attenzione su Mendelssohn e poi, un poco più indietro ancora, su Mozart. L’esecuzione ascoltata al LAC, scattante nel ritmo, scintillante nei colori e perentoria nei contrasti dinamici, ha soddisfatto ogni desiderio del pubblico, che alla fine ha applaudito con molta convinzione.
All’inizio del concerto per violino e orchestra op. 64 di Mendelssohn l’accordo lungamente tenuto dei clarinetti e dei fagotti, i rintocchi dei violoncelli e dei contrabbassi e il mormorio degli archi alti hanno qualcosa di misterioso. L’entrata del solista reca il tema principale, che fa uso di intervalli larghi rivelando inquietudine e struggimento. Il tutto però, come avviene sempre nel compositore tedesco, in modo composto, formalmente equilibrato e non senza un tocco di eleganza. Fanno seguito alcune corse del violino principale che sfociano in acuti vertiginosi. Non c’è contraddizione con il motivo iniziale ma semplicemente la continuazione, facendo capo a mezzi diversi, di una forte tensione interiore. Un discorso analogo si impone quando appare quello che viene considerato il secondo tema, portato dagli oboi e dai primi violini, poi sviluppato dal violino solista e caratterizzato da discese tortuose esprimenti a loro volta disagio. Da quanto ho scritto fino a questo punto appaiono subito due particolarità rilevanti del genio di Mendelssohn: in primo luogo la capacità di dar vita con molta intensità al medesimo stato d’animo utilizzando risorse musicali diverse e apparentemente contradditorie, in secondo luogo, il mantenimento costante di una linea equilibrata, dignitosa, si potrebbe dire perfino signorile. Il secondo tempo affida al solista un lungo discorso melodico che si compiace in una espressione lamentosa e un poco manierata ma con l’accompagnamento di un pregevole tessuto intrecciato dagli archi. Con l’entrata dei «tutti» l’atmosfera cambia, corni e trombe portano accenti nuovi e il ritmo assume importanza. Parrebbe che a un uomo gemente si affianchi un altro interlocutore dal temperamento deciso, che tenta di dare al primo una scrollata. Non ci riesce completamente e il tempo si conclude in un clima espressivo analogo a quello iniziale. La parte conclusiva del concerto è una geniale manifestazione di folle gioia. L’«allegretto non troppo» passa quasi inosservato, ma subito dopo l’avvio dell’«allegro molto vivace» mette in chiaro le idee del compositore: a due fanfare di oboi, fagotti, corni e trombe alterna svolazzi ascendenti del violino principale che danno immediatamente un tono di estrosità e spensieratezza alla musica. Il resto del tempo è occupato quasi interamente da corse mozzafiato del violino principale, spesso capricciose, dispettose o indiavolate.
Tutto questo la violinista Veronika Eberle ha affrontato con impegno e bravura (solo il tema fondamentale, all’inizio, avrebbe richiesto una esecuzione più accurata). Due aspetti mi piace mettere in rilievo. In primo luogo, menziono la straordinaria qualità delle note acute, che sono state meravigliosamente limpide, intense, luminose e prodotte con apparente facilità e intonazione perfetta. In secondo luogo, merita elogio l’attento controllo del gusto specialmente nel secondo tempo, suonato in modo tale da escludere ogni concessione a sentimentalismo o romanticherie.
I momenti più fecondi dei grandi compositori portano spesso a risultati stupefacenti. Così Mozart, nell’estate del 1788, in meno di due mesi, scrisse le sue tre ultime sinfonie. Tutte sono capolavori. Interessante è il fatto che non si sia a conoscenza di commesse per cui sorge la tentazione di vedere il Salisburghese, in questa parte della sua produzione, come precursore di un uso che si impose poi nel romanticismo: scrivere musica seguendo liberamente propri impulsi e non per soddisfare determinati clienti o celebrare occasioni. Nel caso della sinfonia KV 550 gli impulsi nacquero probabilmente dalle difficoltà che tormentarono Mozart nel periodo di composizione. È dunque pensabile che gli aspetti tesi e tristi di questo lavoro avessero un significato autobiografico. Nell’«allegro molto» il tema principale, pur utilizzando mezzi semplicissimi (solo gli archi, per una melodia armonizzata con molta parsimonia), dà vita a uno stato d’animo di disagio, affanno e smarrimento mentre il secondo tema, pur impiegando a sua volta risorse molto limitate (una discesa del clarinetto e del fagotto seguita da un contrappunto degli archi) fa emergere un sentimento di desolazione. Non convince altrettanto l’«andante», anche se va riconosciuto che il compositore riesce e immettere in un tessuto enigmatico e talvolta monotono momenti di vera malinconia. Dopo il minuetto si giunge al «finale», un impressionante scatenarsi di energia con figurazioni estremamente incisive e sfreccianti che afferrano l’attenzione degli ascoltatori e li tengono con il fiato sospeso.
Dal podio Julian Rachlin ha rivelato un temperamento assai vivace ed esuberante con abbondanza di gesti appassionati, che peraltro hanno costituito suggerimenti e stimoli validi per gli strumentisti. L’ho ammirato in modo particolare nel secondo tempo della sinfonia mozartiana perché ha saputo fare di una musica che poco sopra ho definito enigmatica e talvolta noiosa una lunga e profonda riflessione nella quale diversi pensieri vagano, spariscono e poi riemergono in un muoversi libero e sciolto della mente. Grazie a una esecuzione molto accurata, per la quale va elogiata caldamente l’Orchestra della Svizzera italiana, anche questo tempo discutibile ha avuto un suo fascino. Mi è piaciuta pure l’interpretazione del minuetto, del quale il Rachlin ha messo in risalto la solidità e la struttura robusta, che lo differenziano dai soliti minuetti affettati e aventi scarsa sostanza musicale. Per quanto riguarda il «finale» gli sforzi prodigati dal direttore e l’ottima forma dell’orchestra, compatta e stringata come non mai, hanno suscitato gli applausi più vigorosi della serata.
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Successo OSI in Germania
Prima dell’ultimo concerto della stagione OSI al LAC l’Orchestra della Svizzera italiana, con il direttore Markus Poschner, ha effettuato un giro in Germania. Stoccarda, Essen, Freiburg, Ratisbona e Monaco sono state le città che l’hanno ospitata. Presentare concerti sinfonici nel nostro vicino del Nord, dove esiste una grande e solida tradizione per questo genere di musica e dove il pubblico è particolarmente attento ed esigente, rappresentava una impresa coraggiosa (ma al direttore Poschner il coraggio non manca). L’esito, secondo quanto riferito, ha dato piena soddisfazione: molto interesse, grandi applausi, sale esaurite ed elogi della critica. Anche questo avvenimento ha mostrato quanto sia importante per il prestigio del nostro Paese un complesso che raccoglie ampi ed entusiastici consensi davanti a un pubblico qualificato.
Carlo Rezzonico
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