Sokolov a Chiasso con un programma particolare

Dic 16 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 16 Views • Commenti disabilitati su Sokolov a Chiasso con un programma particolare

Spazio musicale

Il 2 dicembre il Cinema Teatro di Chiasso ha ospitato per la terza volta Grigory Sokolov, uno dei maggiori pianisti viventi, anzi secondo taluni il maggiore. Pochi esecutori dedicano così tanto impegno e coerenza ai lavori che interpretano. Studia un solo programma per stagione e lo presenta in una settantina di apparizioni in pubblico. Si interessa a fondo dello strumento che usa (compresa la parte meccanica) a passa ore a provarlo, spesso perfino il giorno stesso di un concerto. Affermò che «occorrono ore per comprendere un pianoforte poiché ognuno ha una sua personalità e noi suoniamo insieme.» Si tiene lontano dalla stampa e dalle relazioni pubbliche in quanto secondo lui distolgono l’attenzione dai veri compiti degli interpreti. La sua coscienziosità venne riassunta così dal San Francisco Chronicle: «Sokolov stupì gli ascoltatori con un modo di suonare il pianoforte, una competenza e una sensibilità artistica che si credevano persi per sempre.»

Vasti sono gli interessi del pianista, che non esita a percorrere itinerari insoliti nella storia della musica. Ne ha dato una prova anche nel concerto a Chiasso cominciando con una lunga serie di brani composti da Purcell. Questo musicista inglese, nato probabilmente nel 1659 e morto nel 1695, raggiunse nonostante la breve vita una grande fama, grazie a una abbondante produzione musicale e agli incarichi ufficiali ricevuti. Le sue opere conservano i caratteri della musica inglese prima che l’influsso italiano venisse a dominare in tutta Europa. Nei pezzi ascoltati a Chiasso si sviluppa una fittissima rete di ornamenti che vanno oltre il semplice scopo decorativo per assumere una funzione di primo piano. Suonati in modo perfetto dal Sokolov, hanno costituito una fioritura di deliziose preziosità. Con suoni nitidi, delicati e argentini il pianista ha ricordato gli strumenti originali e conferito alle esecuzioni, sia pure vagamente, una specie di autenticità storica. Resta il fatto che questa musica è alquanto lontana dalla nostra sensibilità e averle dedicato tutta la prima parte del concerto ha forse costituito, per alcuni ascoltatori, un eccesso.

Dopo la pausa il Sokolov ha compiuto una svolta radicale addentrandosi nel romanticismo tedesco. Di Beethoven ha eseguito le Quindici variazioni op. 35, nelle quali il compositore fece ricorso a un motivo proprio che amava particolarmente. Lo aveva già utilizzato per il balletto «Le creature di Prometeo» e in seguito lo avrebbe ripreso nel finale della sinfonia «Eroica». L’inizio fa capo esclusivamente alla sua parte bassa e solo più tardi entra in azione quella alta. Nelle variazioni la fantasia del compositore si manifesta con un getto incalzante di idee ma alla quindicesima il discorso musicale si placa in un «largo» dove trovano posto frammenti di riflessione, punti interrogativi e senso di mistero. Segue l’empito della fuga finale. Sokolov ha eseguito la composizione, scritta nel 1802, guardando più al Settecento che all’Ottocento. È stata una lettura controllatissima, assolutamente trasparente, asciutta (non si intenda questa parola in senso negativo), che tuttavia non ha fatto perdere nulla dei valori musicali, anzi ne ha permesso una percezione più intensa. L’inizio, con la parte bassa del tema, è stato molto sommesso e riflessivo. Ma a partire dalla quarta variazione, con l’ingesso della parte alta, l’esecuzione è diventata assai stringata. Straordinaria poi la profondità interpretativa del «largo».

Hanno fatto seguito i Tre intermezzi op.117 di Brahms. Ogni volta che li ascolto si presenta in me, come in molti altri frequentatori di manifestazioni musicali, la domanda se la grandezza di questo compositore risieda soprattutto nelle opere aventi grandi architetture e ampiezza di organici, come avviene per le sinfonie, oppure nell’intima poesia delle composizioni da camera o per solo pianoforte. Quando sento l’incedere solenne dell’«un poco sostenuto» che apre la prima sinfonia oppure le inquiete battute con cui esordisce la quarta sono tentato di dare la preferenza al Brahms delle grandi forme ma quando invece ascolto i Tre intermezzi op. 117 o certe altre composizioni per solo pianoforte si fa strada in me l’idea che i valori maggiori sono da cercare nei lavori di formato piccolo. Alla fine, mi trovo nell’assurda condizione di dover dire sempre che le cose migliori sono le ultime che ho ascoltato. Così, dopo il concerto di Sokolov sono propenso a preferire quelle di modesta dimensione, volte ad esplorare in modo approfondito, senza enfasi né pomposità, tutte le pieghe dell’animo umano. Scelgo a caso un paio di passaggi degli intermezzi. L’ineffabile finezza e il garbo, ma anche la semplicità e la luminosità del motivo con cui prende avvio l’«andante moderato» del primo intermezzo mostrano che per un grande artista l’esiguità dei mezzi non impedisce di creare cose grandi. Penso anche al terzo intermezzo, dove il tema principale sembra il discorso di un uomo impegnato a svolgere, con forza e convinzione, un particolare ragionamento.

Il pubblico, notevolmente numeroso nonostante la coincidenza con un concerto sinfonico a Lugano e con la partita di calcio, ha seguito le esecuzioni con lodevole correttezza e attenzione, fatta eccezione però per un certo numero di persone sistemate in platea, venute a Chiasso da chissà dove, che per tutta la serata hanno continuato a muoversi, chinarsi le une verso le altre, parlottare, giocherellare, bere a canna, accendere e spegnere telefonini; poi, durante l’esecuzione di un numero fuori programma, alcune ragazze del gruppo se ne sono andate, inciampando su un bicchiere e producendo un forte rumore, infine lasciando sul pavimento resti incivili della loro presenza.

 

Carlo Rezzonico

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