Nulla sarà più come prima? Tutte balle!

Mag 1 • L'editoriale, Prima Pagina • 91 Views • Commenti disabilitati su Nulla sarà più come prima? Tutte balle!

Eros N. Mellini

In tempi di crisi, le frasi fatte e i luoghi comuni si moltiplicano. L’emotività e il panico irrazionale fanno diventare (quasi) tutti filosofi con i pensieri di altri che hanno avuto la dabbenaggine di farli propri e di diffonderli come farina del proprio sacco. Nessuno è in grado di dire chi sia stato il primo a pronunciarle, ma certo è che il fenomeno si ripete a ogni crisi, dopo ogni atto terroristico con un certo numero di vittime, dopo ogni evento che scuota l’essere umano dalla tranquillità del suo trantran quotidiano. Nulla sarà più come prima – un mantra che si ripete dandosi le arie di un guru chiaroveggente di esotica estrazione – è la più comune, ma anche la più banale, di queste frasi fatte. Banale, perché è evidente che, in un mondo che cambia di minuto in minuto, le cose che rimangono come prima sono ben poche, l’evoluzione naturale è inoppugnabile. Ma avviene progressivamente, in modo più o meno veloce a dipendenza dei settori della nostra vita che questa evoluzione coinvolge e, normalmente, senza eccessivi traumi. Per parlare solo di tempi relativamente recenti, la vita dopo la prima rivoluzione industriale non è più stata quella di prima perché l’essere umano ha dovuto reinventarsi totalmente per trovare altre attività remunerative con cui sostituire quelle da cui era stato estromesso dalle macchine. Dopo la seconda guerra mondiale, la vita non è più stata quella di prima perché lo scenario geopolitico ne era stato stravolto, i due grandi blocchi d’influenza USA e URSS predominavano sulle altre entità nazionali rimaste più o meno indipendenti, per l’Inghilterra era iniziata la fine dell’impero coloniale, per quasi tutti era l’inizio di un boom economico mai visto prima. Per questi e analoghi avvenimenti di grande e irreversibile portata è corretto dire “Nulla sarà più come prima” (per quanto “nulla” sia un po’ azzardato). Ma è invece vuota retorica applicarlo a eventi il cui effetto è limitato e circoscritto nel tempo. Lo si è detto, per esempio, in occasione di attentati terroristici come quello dell’11 settembre 2001 alle torri gemelle o quello del 2015 alla redazione di Charlie Hebdo. Suppongo lo si sia detto dopo l’influenza spagnola del 1918-20. E lo si dice oggi per il coronavirus.

Ma la storia dimostra che si tratta di una balla colossale. Passata la “strizza” per il pericolo passato, tutto tornerà come prima e – compatibilmente con il progresso scientifico – meglio di prima. Certo, con prudenza – magari per un certo periodo le mascherine di protezione e i guanti continueranno a far parte della nostra quotidianità ma, nonostante gli istinti di autoflagellazione e i sensi di colpa che i talebani ecologisti verdi non mancheranno di tentare di inculcarci, non rinunceremo alle piacevoli abitudini di vita e alla prosperità che la modernità ci ha regalato prima della crisi e che continuerà a regalarci anche dopo. È successo così con la spagnola di inizio secolo che, fortunatamente, non ha bloccato il progresso tecnologico procurandoci un sacco di invenzioni utili come elettrodomestici, mezzi di locomozione sempre più sofisticati, strumenti di telecomunicazione, radio, TV, eccetera. Certo, poi è arrivata anche la seconda guerra mondiale che però, nonostante l’immane tragedia che ha rappresentato, ci ha anche procurato il boom economico degli anni ’50 e ’60, la ricostruzione e anni di prosperità. Nulla sarà più come prima? Forse no, ma meglio di prima sicuramente sì. Se si sostituisse l’irrazionale panico generalizzato con una buona dose di pazienza e di sano fatalismo, si potrebbe affrontare più efficacemente l’attuale caso e (quasi) tutto tornerebbe a essere come prima. Ma, probabilmente, è pretendere troppo.

Non dobbiamo nemmeno dimenticare ciò che prima non andava bene

In effetti, sarebbe pericoloso dimenticare la situazione in cui eravamo prima che il coronavirus paralizzasse quasi tutte le attività, in particolare quella politica. L’attuale crisi ha permesso alla Berna federale – succube e servile più che mai nei confronti di Bruxelles – di mettere temporaneamente in letargo la votazione sull’iniziativa UDC per la limitazione per la quale, verosimilmente, l’agitazione popolare per il potenziale veicolo di contagio costituito dai poco meno di 330’000 frontalieri che giornalmente attraversano le nostre frontiere, il consenso popolare in questo momento sarebbe stato plebiscitario. Ma dobbiamo mantenere vivo l’interesse per questo tema, non possiamo permetterci di toglierlo dal cassetto solo quando sarà decisa la nuova data dello scrutinio popolare. E quindi, ricordare alla popolazione che la libera circolazione delle persone – che in pratica l’iniziativa vuole abolire – è dannosa adesso e continuerà a esserlo anche passata la buriana del coronavirus. Prepariamoci dunque già sin d’ora a inserire un bel SÌ nell’urna, quando sarà il momento, senza se e senza ma! Posso già immaginarmi, fra le armi peraltro spuntate, della campagna avversaria, l’affermazione secondo cui senza il personale sanitario d’oltre frontiera, non sarebbe stato possibile contrastare il virus. Non lasciamoci ingannare: se c’è una cosa che, speriamo, Berna dovrebbe avere imparato,  è che la carenza di personale medico autoctono è un problema che va risolto potenziando la formazione al nostro interno, non dipendendo in vasta misura dall’estero.

L’altro tema da non dimenticare è quello dell’accordo-quadro istituzionale con  l’UE che, per il momento, solo l’UDC (e la LEGA in Ticino) sta combattendo con tutte le forze. Un accordo di sudditanza che ci metterebbe, legati mani e piedi, alla mercé dell’UE. Rinunciare all’autodeterminazione, cedere il potere legislativo all’UE riprendendo ciecamente il suo diritto, e anche quello giudiziario alla sua Corte di giustizia che sentenzierà inappellabilmente su qualsiasi divergenza d’interpretazione degli accordi bilaterali fra Berna e Bruxelles, è per il paese almeno altrettanto letale quanto il coronavirus. Ma, purtroppo, ci si metterà anche la crisi finanziaria che funesterà il paese dopo quella sanitaria. Ci occorrerà la collaborazione dell’UE – ci si dirà – per riprenderci e riconquistare la nostra prosperità. E, solo in minima parte, semmai, la nostra libertà verrà scalfita. Ecco che cosa ci dirà la Berna federale che – UDC a parte – nell’adesione all’UE vede l’obiettivo cui mirare.

Possiamo solo ricordare una frase di Goethe: Nessuno è più schiavo di colui che si crede libero senza esserlo.

Purtroppo, anche la Berna federale sarà “come prima”. A noi combatterne le funeste tendenze!

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