Non c’è limite al peggio
«Schwarzer Peter» (Pierino nero) è un gioco di carte per bambini, molto diffuso nelle regioni di lingua tedesca – in qualche modo simile alla nostra «Peppa Tencia», ma giocato con un mazzo di carte apposito. I giocatori cercano di pescare due carte simili e di metterle da parte. Chi rimane con lo «schwarzer Peter» ha perso.
(enm) Per la cronaca, Pierino è nero non per razza o colore della pelle, ma perché in origine rappresentava uno spazzacamino, di conseguenza sporco di fuliggine. Ma ciò non basta ai talebani della cultura «woke» che, in un comune della Costa d’oro zurighese, hanno denunciato una maestra d’asilo per aver proposto l’«orrido trastullo» ai bambini della sua classe.
Dice letteralmente il Blick: «Il gioco di carte «Schwarzer Peter» è finito recentemente sotto i riflettori quando un’insegnante è stata denunciata dopo che un assistente di classe si era sentito discriminato dal gioco e aveva chiesto un risarcimento di 8’000 franchi. Il procedimento penale è stato archiviato, ma l’insegnante ha dovuto sostenere ingenti spese processuali. La figura di «Schwarzer Peter» risale a un antico carbonaro dal volto annerito risalente all’inizio del XIX secolo e non rappresenta una persona di colore. Anche il gioco “Chi ha paura dell’uomo nero” era già stato oggetto di critiche, sebbene il personaggio rappresenti una figura spaventosa del Medioevo e non un colore della pelle. Questi episodi indicano una crescente paura nella società di assumersi rischi e commettere errori, per cui non si distingue più tra vero razzismo e giochi innocui».
L’evento, a mio avviso, è sintomatico di tre dati di fatto:
a) Il famigerato articolo antirazzismo 261bis del Codice penale – sciaguratamente approvato in votazione popolare nel 1994 con il 56,4% di consensi, allo scopo (ma guarda che caso!) di integrare la Svizzera nella Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale – si presta a ogni tipo di abuso.
b) Nel caso specifico, non solo è evidente l’interesse personale del querelante che chiede un risarcimento di 8’000 franchi (chissà poi perché questa cifra precisa) ma non si capisce perché, dopo che il procedimento è stato archiviato, la vittima di questa tentata estorsione s’è vista affibbiare il carico delle spese processuali. Verrebbe da dire: oltre il danno, anche le beffe.
c) La cultura «woke» ha ormai contaminato anche il nostro paese con il beneplacito – o addirittura il supporto – della Berna federale (perlomeno quella di sinistra).
Sarebbe ora di finirla. Gli organi giudiziari di questo paese non possono continuare a lamentarsi del sovraccarico di lavoro e della carenza di personale, per poi doversi chinarsi seriamente su queste palesi strumentalizzazioni di una legislazione sfuggita di mano a un parlamento e a un Consiglio federale ansiosi di compiacere ai trend LGBTQ (XYZ)+. Per non essere tacciati di razzisti o anche solo di non essere «à la page» col le ultime dottrine d’inclusione che ormai ci perseguitano quotidianamente.
A mio avviso, certe denunce palesemente strumentali dovrebbero essere cestinate immediatamente e, per il querelante di turno, andrebbe applicato l’art. 303 del Codice Penale Svizzero, che prevede una pena fino a 5 anni di detenzione per il reato di denuncia mendace. Altro che caricare le spese processuali su un’insegnante rea di aver fatto divertire i bambini con un gioco che, fino all’avvento della scellerata cultura «woke» e degli stronzi che la sostengono, era considerato un piacevole e innocuo intrattenimento.
Sarebbe un buon deterrente… ma forse è troppo tardi.
« Sono solo percezioni? Vallemaggia dopo l’alluvione del 2024 »

