Ma quale politica perseguono i parlamentari?

Set 18 • L'editoriale, Prima Pagina • 284 Views • Commenti disabilitati su Ma quale politica perseguono i parlamentari?

Eros N. Mellini

Purtroppo, alla luce delle decisioni antipopolari che giornalmente escono dalla Berna federale, la domanda è più che lecita. D’accordo, non si possono accontentare tutti, ma sarebbe già bello se certe decisioni venissero giustificate con motivazioni digeribili – seppure «obtorto collo» – anche ai contrari, pochi o tanti che siano. E invece no, si decide in contrasto con il volere del popolo – o perlomeno della maggioranza di esso – ignorandone i segnali che questo ha, spesso reiteratamente, espresso in occasione delle votazioni che in Svizzera ci vedono chiamati alle urne tre o quattro volte l’anno.

Un «antileccaculismo» nei confronti dell’UE espresso più volte

Il NO allo SEE del 1992 e l’altrettanto secco rigetto popolare di varie iniziative della sinistra richiedenti l’adesione all’Unione europea, dovrebbero aver convinto anche i più euroturbo della Berna federale che alla maggior parte del popolo – cui, salvo mi sia sfuggito qualcosa, ancora spetta l’ultima parola – dell’UE non potrebbe fottere di meno. E quindi ancora più indigesto le è l’atteggiamento servile e, soprattutto, estremamente costoso assunto dal nostro governo e dalla maggioranza del parlamento nei confronti di Bruxelles. E non mi si venga a dire che il popolo non ha la visione d’assieme o che non è a conoscenza di tutti i dettagli per decidere con il dovuto discernimento o che non è in grado di valutare con senno le conseguenze di una decisione. La visione d’assieme del popolo non è certamente inferiore a quella dei suoi deputati, viste le comuni radici che li legano. Sempre la visione d’assieme dovrebbe poi far realizzare ai nostri politici della domenica che il mercato UE, seppure importante, non è l’unico su questo pianeta e che sempre di più vale la pena di diversificare gli scambi commerciali con altri paesi, alcuni dei quali sembrano assumere una rilevanza ancora maggiore di quella dell’UE.  I dettagli per poter decidere con discernimento dovrebbero essere divulgati dalle autorità – che parzialmente lo fanno con l’opuscolo rosso cha accompagna il materiale di voto – senonché, spesso e volentieri, questa pseudo informazione è talmente tendenziosa da risultare controproducente. In definitiva, è meglio un voto di chi non conosce esattamente i dettagli o la decisione supponente e spesso interessata – per non dire disonesta – di chi i dettagli li conosce, ma li ignora deliberatamente per sostenere in totale malafede posizioni che sa essere sbagliate? Personalmente, propendo per la prima alternativa.

Campagne di voto: corretta informazione o ulteriore confusione?

Fortunatamente – anche se al riguardo ho talvolta qualche dubbio – alla campagna di voto partecipano partiti, organizzazioni e, ogni tanto, anche qualche privato, facendo da contraltare all’informazione mirata e tendenziosa delle autorità. È però un fatto, che quest’altra informazione è a sua volta interessata a influenzare il voto nella direzione voluta: la sinistra parlerà e sparlerà delle proposte di cui beneficerebbe il mondo economico, la destra farà altrettanto quando si tratterà di socialità, le organizzazioni aziendali marceranno con l’economia, quelle umanitarie ed ecologiste con la sinistra, e chi più ne ha più ne metta. Ognuno di questi attori divulga i suoi messaggi che la controparte definisce falsi e tendenziosi, ricevendo in risposta la denigrazione del proprio «Verbo». E finisce poi che, più della formazione della propria opinione, avrà il sopravvento l’appartenenza a un partito, a un’organizzazione o a una classe sociale o a una religione, e via discorrendo. In altre parole, vincerà il migliore affabulatore. Con la differenza però che, mentre partiti, associazioni e privati le loro campagne le devono pagare di tasca propria, quelle del governo le paghiamo noi tutti contribuenti, quindi anche quelli che non sono d’accordo.

E che il popolo non è in grado di valutare con senno le conseguenze di una decisione?

A me sembra che il NO allo SEE del 1992 abbia ampiamente dimostrato che a non valutare con senno le conseguenze della decisione sia stata la Berna federale con i suoi euroturbo sia nell’Esecutivo che nel Legislativo. Non solo l’apocalisse paventata da costoro prima e immediatamente dopo il voto (ricordate la «giornata nera» dei patetici Delamuraz e Felber la sera della votazione?) non avvenne, ma l’economia svizzera continuò e continua tuttora a prosperare.

E adesso l’AVS

Come nel 1992, il popolo ha smentito il governo nelle urne, accettando la 13esima AVS. Perché l’ha fatto? Semplice e di facile interpretazione il messaggio: non venite a dirci che non ci sono soldi, che dovrete aumentare il tasso d’IVA e i prelievi salariali. Sperperate meno denaro all’estero – miliardi «di coesione» all’UE, contributi allo sviluppo, a Zelenski, spese per l’asilo, eccetera – magari giustificabili secondo un certo punto di vista ma che, di fronte al benessere dei NOSTRI pensionati, perdono qualsiasi rilevanza.

E invece no, con un’arroganza inaccettabile, il Consiglio federale – e adesso pure il Consiglio nazionale con 108 voti a 87 – propone di finanziare la 13esima AVS aumentando «solo» l’IVA di 0,7 punti percentuali. Di dirottare sul terzo pilastro parte dei contributi versati all’estero? Neanche parlarne. Purtroppo, è il grande difetto delle votazioni popolari: puoi votare solo SÌ o NO, lasciando la motivazione alla libera interpretazione di teste (sarebbe più appropriato dire testicoli?) obnubilate dal potere.

C’è da sperare che in votazione popolare – trattandosi di una modifica costituzionale, la proposta è soggetta a referendum obbligatorio – prevalga il NO. Temo però che molti «vecchietti» cui la rendita supplementare fa veramente comodo, sacrificheranno la bacchettata sulle dita a governo e parlamento sull’altare di una rapida soluzione del problema. Anche perché poi chissà come verrebbe stavolta «interpretato» un NO.

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