La Svizzera in fermento

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Roger Köppel
Capo-redattore Weltwoche

Dalla Weltwoche del 16.04.2025, un interessante editoriale di Roger Köppel

Chi si immischia ovunque rischia tutto.

In tempi confusi e turbolenti è necessario concentrarsi sull’essenziale. Non bisogna assolutamente lasciarsi guidare dalle emozioni e dai desideri. È necessario essere realisti e guardare alla realtà con lucidità. Non è una scoperta rivoluzionaria, ma è utile ricordarlo prima della Pasqua, tempo di riflessione.

Prima di dedicarci alla Svizzera, cerchiamo di tracciare un quadro della situazione internazionale. I giornali si perdono nei dettagli, nei nomi, Putin, Trump, von der Leyen, eccetera, come se i movimenti politici dipendessero dai singoli individui. È più utile, invece, astrarsi dalle persone per mettere in luce gli interessi degli Stati.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale e fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti sono stati l’indiscussa potenza numero uno al mondo. Dominavano dal punto di vista economico, politico e militare. Dopo la vittoria nella Guerra Fredda, gli Stati Uniti erano molto più avanti dei Russi, dei Cinesi e del resto del mondo. Ma ora non è più così. Oggi, gli Americani si rendono conto che, pur essendo ancora forti, non lo sono più abbastanza da poter decidere tutto.

«Iper-espansione imperialista», così la definiva in passato lo storico Paul Kennedy. Gli Stati Uniti si sono impantanati nella politica estera. Combattono guerre per procura in Medio Oriente e in Ucraina. Sono presenti anche nel Mar Cinese Meridionale. Il presidente Trump mette in discussione questi impegni perché si rende conto che nemmeno gli Stati Uniti possono permettersi di spegnere tutti gli incendi, compresi quelli che hanno appiccato loro stessi.

Per questo vogliono ritirarsi dall’Ucraina. Per questo incoraggiano gli Europei a finalmente pagare di più per la propria difesa. Non si tratta di una rottura del legame transatlantico, ma piuttosto di una concentrazione e di una distribuzione più equa degli oneri. Molti Americani probabilmente non capiscono perché il loro governo spenda miliardi per l’Ucraina, un paese che la maggior parte di loro nemmeno conosce.

Nel contempo, gli Stati Uniti si rendono conto di stare perdendo terreno anche dal punto di vista economico. La Russia è diventata più forte dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Ma è soprattutto la Cina a contendere all’America il ruolo di leader. I Cinesi, incredibilmente efficienti, hanno guadagnato così tanto denaro da potersi permettere di acquistare quasi tutto. Sono più produttivi e investono nella formazione: un’ascesa incredibile.

Nel frattempo, gli Americani continuano ad accumulare debiti. Stanno perdendo terreno a livello industriale. Se la politica doganale sempre più incostante del governo potrà porre rimedio alla situazione, è tutto da vedere. È indiscutibile che la diagnosi di Trump di un libero scambio disfunzionale e non effettivamente libero non sia sbagliata. Egli si difende dal relativo declino del suo paese, che è tuttavia inevitabile, perché gli altri stanno guadagnando terreno. Ciò non si può fermare.

Trent’anni fa la Russia era allo sfascio. Il crollo dell’Unione Sovietica aveva quasi distrutto l’antico impero. Con mano ferma, il governo Putin è riuscito a ricomporre il colosso che stava andando in pezzi e a restituire ai Russi un sentimento di grandezza nazionale e fiducia in sè stessi. La generazione più anziana lo apprezza molto. I giovani, invece, vogliono più libertà e democrazia.

I russi ragionano in termini di chilometri quadrati. Con la caduta del comunismo, hanno perso molto territorio. Ma erano troppo deboli per opporsi. Negli ultimi anni la situazione è cambiata. Per questo non sono disposti ad accettare anche la perdita dell’Ucraina dalla loro zona di influenza e sicurezza. Difendono il loro territorio, proprio come fanno tutte le grandi potenze da millenni.

È impossibile sconfiggere militarmente una potenza nucleare dai propri confini. Anche le sanzioni restano inefficaci contro uno Stato con tali riserve di materie prime. Ora, la questione spinosa è come convincere Mosca a fermare la guerra. Putin sta vincendo. Perché dovrebbe smettere? Trump è visibilmente frustrato. Le sue dichiarazioni di pace cadono nel vuoto. Cosa può offrire in cambio alla Russia?

L’interesse principale della Cina è l’economia. Dopo 150 anni di declino e di caos, l’ex superpotenza aspira alla prosperità e alla sicurezza. È sopravvissuta all’inferno della dominazione straniera e del comunismo. Questo trauma non deve ripetersi. I Cinesi non vogliono conquistare il mondo con mezzi politici o militari, ma con i loro prodotti. Gli altri devono misurarsi con questa concorrenza.

L’UE sta attraversando tempi difficili. Lo scetticismo nei confronti di Bruxelles sta crescendo tra gli Stati membri, persino in Germania. Secondo i sondaggi, il partito più forte, l’AfD, sta apertamente valutando l’uscita dall’Unione Europea. Molti Europei non vedono più l’UE come una speranza, ma come un problema –  calo del benessere, criminalità importata, arroganza delle autorità e scarsa democrazia: questo non è certo un programma di successo.

Finché l’UE non risolverà i propri problemi, avrà bisogno di sempre più denaro. E cercherà di procurarselo dove ancora è disponibile. La pressione sugli Stati recalcitranti aumenterà. Sul fronte interno cresce la tensione e la polarizzazione tra chi beneficia dello status quo e chi vuole cambiarlo. Sulla questione ucraina Bruxelles blocca quasi tutto. Difficile.

Qual è l’interesse della Svizzera? Sicurezza, libertà e benessere. Questi valori sono garantiti al meglio se il paese sfrutta i suoi punti di forza tradizionali: apertura al mondo, neutralità credibile, una gestione finanziaria e statale solida e stabile, basata sulla democrazia diretta. Sarebbe sbagliato, spinti dal panico, schierarsi con uno qualsiasi dei blocchi. Un piccolo paese non può permettersi un rischio così elevato.

Alcuni politici, tra cui anche degli ex consiglieri federali, ci dicono che anche la Svizzera deve ora scegliere tra i «buoni» e i «cattivi». È una sciocchezza. La Svizzera non deve seguire le mutevoli mode moralistiche, ma i propri interessi. La Svizzera dovrebbe andare d’accordo con tutti e, sì, anche poter fare affari a vantaggio di tutte le parti: «anche se… » invece di «o con noi o contro di noi».

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