Il troppo che stroppia

Lug 29 • L'editoriale, Prima Pagina • 561 Views • Commenti disabilitati su Il troppo che stroppia

Eros N. Mellini

Recita il vecchio detto popolare: «Il troppo stroppia»,  a indicare che le cose eccessive sono sempre negative; anche cose che in sé stesse non lo sono. Ciò vale, specialmente in quest’epoca di vertiginosa evoluzione della rete Internet, anche e soprattutto per l’informazione. L’informazione, se corretta e assunta a dosi ragionevolmente omeopatiche, di per sé è cosa buona e giusta, anzi, estremamente positiva. Io sono di quella (fortunata?) generazione cui l’informazione era divulgata da una radio e una televisione ancora ragionevolmente neutrali in materia politica, e da pochi – anche se molti, rispetto a oggi – media cartacei. «Il Dovere» e «Gazzetta ticinese»,  di chiaro orientamento liberale, «Popolo e Libertà» in rappresentanza dell’allora Partito conservatore, poi PPD e oggi Centro, «Libera Stampa» per il partito socialista. Al «Corriere del Ticino» non saprei affibbiare un’etichetta partitica, ma l’orientamento era comunque borghese, nel senso liberal-conservatore. «Il Paese», nato nel 1922 come bisettimanale, era l’organo del Partito agrario. All’inizio degli anni ’90 arrivò poi il settimanale «Mattino della Domenica» di Giuliano Bignasca (cui un anno dopo fece seguito la fondazione della Lega dei Ticinesi), il cui scopo era sparare a raffica contro l’«establishment». Gli si applicò l’attributo di «populista», un epiteto da allora sempre più in voga per definire – con un erroneamente utilizzato significato spregiativo – una politica che dia seguito di volta in volta alla volontà del popolo, indipendentemente dal sostegno partitico di una proposta.

Pochi ma, relativamente, buoni

Se confrontati con l’offerta elettronica di oggi, i mass media di allora erano pochi, ma piuttosto seri e corretti nel difendere – giuste o sbagliate che fossero – le tesi dei partiti che rappresentavano. È ovvio che al lettore de «Il Dovere» o della «Gazzetta ticinese», le tesi di «Libera Stampa» apparissero illogiche e da combattere, ma la cosa era reciproca, sempre ammesso che ognuno si facesse un dovere di leggere la stampa avversaria.

Una società, ma anche una famiglia inquadrate in partiti

Prima dell’arrivo della Lega dei Ticinesi a scompigliare tutto, il sistema era retto – bisogna dirlo, anche grazie a una fitta rete di clientelismi – da partiti all’ombra dei quali cresceva tutta la famiglia. C’erano già stati in precedenza degli sconvolgimenti, naturalmente, il più importante dei quali fu probabilmente quello di frange dei due partiti storici (liberale e conservatore) che si fusero dando la nascita al Partito agrario, oggi UDC. Ma quest’ultimo era pur sempre un partito che si offriva sì quale alternativa borghese, ma inquadrato nel sistema e rispettandone le regole del gioco. La famiglia era, di conseguenza, fedele al partito che più le si confaceva o che più le garantiva il posto di lavoro al proprio figlio o qualche ghiotto appalto nei lavori pubblici. Chi sgarrava e – per utilizzare un termine tanto di moda – faceva «outing» dichiarandosi di un altro partito rispetto a quello della famiglia, era rarissimo e veniva additato al pubblico ludibrio come voltamarsina.

Come detto, il cittadino faceva capo – quando lo faceva – a uno o due testate che erano la bibbia politica di tutta la famiglia. L’arrivo del «Mattino della Domenica» che, grazie al non indifferente vantaggio di essere gratuito, era letto da tutti – sinistra, destra, centro, sopra, sotto, ecc. – il sistema partitico s’è sgretolato. Pochi si sentono ancora indissolubilmente legati a un partito, lo si cambia come un bar in cui si entra e si esce a seconda della marca della birra, si salta disinvoltamente sul carro che si ritiene in quel momento vincente, più nessuno è per questo un «voltamarsina». È un bene? È un male? Non lo so, ma di certo la confusione è tanta.

L’era della troppa (e confusa) informazione

Con l’avvento di Internet e dei «social network», la confusione nell’informazione è totale. Sia che si tratti di politica – locale, cantonale, nazionale o mondiale – sia che ci si avventuri nella scienza nelle sue più svariate sfaccettature, il materiale informativo cui tutti, ma proprio tutti, possono accedere, e malauguratamente, si sentono in dovere di farlo, è infinito. Tutto e il contrario di tutto, senza ormai più alcun filtro di tipo partitico, religioso o sociale a porre un freno, sia pure arbitrario, a questo fenomeno. Tutti nella convinzione di essere nel giusto, giù ad assumere, metabolizzare (ma non necessariamente) e divulgare qualsiasi pseudo notizia – o mostruosa cazzata, non ha importanza, basta che sia verosimile – con toni roboanti e dogmatici.

Il fenomeno è stato abbondantemente sfruttato dall’economia, pilotando le abitudini e aprendo mercati che dalla nicchia sono passati al grande consumo fruttando profitti miliardari ad aziende produttrici e investitori. Salvataggio del pianeta con provvedimenti anti-inquinamento, auto elettriche, pannelli solari e pale eoliche; sanità alimentare con promozione del marchio Bio e condanna senza appello degli Ogm; propaganda terroristica di imminenti e apocalittiche catastrofi mondiali, salvo adottare uno stile di vita che promuova i suddetti mercati; pesti sanitarie (leggi Covid19 e altri) da combattere, guarda caso, con lucrosi vaccini a vantaggio di aziende produttrici e speculatori. E via di seguito.

L’informazione a dosi ragionevoli si è trasformata in una quotidiana indigestione di pseudo notizie. E l’utente non sa più distinguere quelle vere da quelle false, quindi accetta quelle che più gli appaiono credibili.

Il troppo stroppia… con tutte le conseguenze del caso.

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