Il Teatro La Fenice fa onore a Venezia

Giu 14 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 241 Views • Commenti disabilitati su Il Teatro La Fenice fa onore a Venezia

Spazio musicale

Il Teatro La Fenice di Venezia, grazie all’architettura e alle finissime decorazioni, si distingue da ogni altro. Chi vi entra viene a trovarsi in un mondo magico. Il distacco dalla quotidianità è netto. Questo stato d’animo riveste importanza perché rende la sensibilità più attiva e accresce il godimento degli spettacoli.

Ma quando si parla della Fenice bisogna mettere in rilievo un altro aspetto che lo rende, almeno in Italia, unico. Dal 2007, l’anno in cui Fortunato Ortombina ne assunse la direzione artistica (in seguito divenne anche sovrintendente) l’istituzione ricevette impulsi decisivi, conseguendo risultati considerevoli. In una intervista per la rivista inglese “Opera”, pubblicata nel numero dell’ottobre 2018, l’Ortombina dichiarò di aver sempre aderito a un “modello industriale” in campo artistico. Occorre un certo coraggio per professare principi di questo genere in un’epoca in cui l’economia e il denaro sono guardati da molti con disprezzo (spesso non senza ipocrisia). Ma il sovrintendente non ha dubbi sulla sua idea. Quando il Governo cominciò a tagliare fondi la scelta era tra ridurre la produzione, per spendere meno, oppure aumentarla e ricuperare con la vendita dei biglietti il denaro che lo Stato negava. Alla Fenice si optò per la seconda soluzione, in particolare riprendendo opere popolari, tali da garantire l’esaurito, e dandone numerose repliche. Forse qualcuno potrebbe brontolare su tale scelta (peraltro non esclusiva perché qualche rarità figura pur sempre in cartellone). Ma, osservo io, è preferibile avere un teatro che prospera a suon di “Traviate” e melodrammi simili oppure una istituzione languente, con pochi spettacoli dati davanti a sale semivuote? Per il futuro del genere operistico è necessario un intenso e sano rapporto con una cerchia vasta di spettatori.

In un punto però dissento dall’Ortombina, se ho interpretato correttamente le sue parole: gli allestimenti devono essere aggiornati (“updated”) e messi in relazione con i nostri tempi. È una china pericolosa. Sono in agguato contraddizioni, rotture di stile e inconciliabilità tra aspetti musicali e aspetti visivi.

Il 21 maggio ho visto alla Fenice una “Turandot” che sul piano musicale si è avvicinata molto alla perfezione. Daniele Callegari ha diretto con forza, slancio e mano sicura. L’esecuzione è stata a volta a volta tesa, sferzante, olpulenta (questo aggettivo non si intenda in senso spregiativo) e, se mi si passa la parola, “uncinata”, grazie a certi secchi e pungenti incisi dei fiati che sembravano rammentare all’ascoltatore la crudeltà di Turandot e gli strumenti di tortura usati dai suoi sbirri. Si sa quanto sia difficile reperire una cantante in grado di sostenere una parte impervia come quella della protagonista. Con Oksana Dyka il teatro veneziano ha avuto una mano felice: voce non particolarmente bella in senso edonistico, ma avente potenza, estensione, incisività e capacità di farsi sentire senza problemi sopra il coro e l’orchestra; le sue “corone” lunghissime su alcune note hanno impressionato. Faccio invece riserve sugli aspetti visivi dello spettacolo: il primo atto ha creato una atmosfera abbastanza adeguata ma nel secondo la scena degli indovinelli è risultata misera e nel terzo è mancato il senso opprimente di incubo che ne costituisce la caratteristica fondamentale. Insomma lo spirito di una suggestiva rievocazione di tempi antichissimi è rimasto assente.

Per “Aida” invece, che ho visto il 22 maggio, le scene di Mario Ceroli e la regia di Mauro Bolognini, ripresa da Beppe Morassi, meritano un giudizio complessivamente positivo. L’atmosfera dell’opera e i contenuti della musica sono stati in larga misura rispettati. Inoltre la divisione del palcoscenico su due piani ha permesso, tra l’altro, di conferire grandiosità alle scene di massa. Faccio solo due appunti. Il trionfo è stato svolto tra molte presenze ferme e pochissime in movimento, quindi privato di quella dinamicità che la musica, specialmente la marcia famosissima, suggerisce. D’altra parte – questo è il secondo appunto – la collocazione di Amneris e Aida, nel duetto del secondo atto, sul piano superiore del palcoscenico ha indebolito il volume del canto in un momento in cui ogni parola, anzi ogni sillaba, è essenziale e deve ricevere grande rilievo. Dal lato musicale Riccardo Frizza ha dato una lettura diligente dello spartito mentre Silvia Beltrami e Monica Zanettin si sono disimpegnate lodevolmente come Amneris rispettivamente Aida.

Grande Romanovsky a Chiasso

L’attività creativa di un artista geniale segue talvolta percorsi imprevedibili. Chopin, quasi autodidatta nello studio del pianoforte, introdusse così tante novità nelle composizioni per questo strumento che sentì il bisogno di perfezionare le sue qualità di esecutore allo scopo di poterle suonare adeguatamente. Tali furono probabilmente le ragioni per cui scrisse le due serie di dodici studi ciascuna. Insomma la fantasia precedette le tecnica e questa fu costretta ad effettuare una specie di inseguimento. Ma se l’assunto fu puramente pratico – ad esempio nel secondo studio dell’opera 10, in la minore, Chopin mirò al rafforzamento, all’indipendenza e all’uguaglianza del terzo, quarto e quinto dito della mano destra –  il genio creatore non rimase in disparte e gli studi divennero un’opera d’arte di alto valore. Cortot affermò che il musicista senza virtuosismo non ha accesso a questi lavori come il virtuoso senza musicalità. Così, per citare alcuni casi, il primo pezzo dell’opera 10 non è solo un esercizio di grandi arpeggi ma anche una costruzione di straordinaria imponenza, derivante per un verso dagli amplissimi saliscendi della mano destra e per un altro verso dall’incedere lento e grave della mano sinistra. Il brano successivo è una rapidissima sgranatura di note in scale cromatiche che trascinano l’ascoltatore in una affascinante fuga nell’irreale. Il terzo studio fa spazio al virtuosismo nella parte centrale mentre in quelle estreme si concede a una elegante e suadente elegia. Eccetera. Non solo esercizi tecnici dunque, ma arte della miglior specie.

Alexander Romanovsky ha eseguito tutti gli studi dell’opera 10 e dell’opera 25 in modo magistrale. Preparatissimo tecnicamente, agilissimo nei passaggi vertiginosi, dotato di grande potenza (in qualche punto ha fatto pensare a un’intera orchestra) ma anche capace di ricavare dallo strumento una estesa varietà di colori, sfumature accattivanti e preziose finezze, il pianista ha ricevuto i più calorosi consensi da un pubblico assai numeroso. Hanno integrato la serata tre notturni e quattro mazurche, più tre composizioni fuori programma.

 

Carlo Rezzonico

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