Il Ramadan non è compatibile con l’occidente

Apr 28 • All'ombra del minareto, L'opinione, Prima Pagina • 719 Views • Commenti disabilitati su Il Ramadan non è compatibile con l’occidente

Un digiuno obbligatorio anacronistico e inadatto alle esigenze di una società laica e moderna

di Giorgio Ghiringhelli

Il Ramadan, ossia la festività religiosa islamica durante la quale per un mese è vietato mangiare e perfino bere dall’alba al tramonto, è considerato uno dei cinque pilastri dell’islam che ogni buon musulmano, a partire dall’età della pubertà (ossia all’incirca dai 7 anni), è tenuto a osservare. Non si tratta dunque di una libera scelta, ma di un obbligo religioso sancito nel Corano (Sura 2, versetti 183-187). Tant’è vero che nei Paesi islamici chi non lo pratica pensando che non sia obbligatorio è considerato un apostata passibile della pena di morte. «In quanto a colui che non lo pratica per pigrizia, certi giuristi prevedono di ucciderlo, e altri prevedono di castigarlo e di incarcerarlo fino alla sua morte o al suo pentimento»: così scrive il grande esperto di islam dr. Sami Aldeeb, cittadino svizzero e cristiano di origini palestinesi (vincitore nel 2019 del premio «Swiss Stop Islamization»), nel suo interessantissimo libro «Comparazione fra norme svizzere e norme musulmane» che nel 2021 il movimento del Guastafeste aveva regalato ai dieci deputati ticinesi alle Camere federali, ai cinque Consiglieri di Stato e a una quindicina di giornalisti.

Un obbligo anticostituzionale

 «Molti Paesi musulmani – si legge ancora nel libro – puniscono qualsiasi violazione pubblica del digiuno anche da parte di non musulmani» e in questi Paesi «gli orari a scuola e al lavoro sono alleggeriti e organizzati per soddisfare le esigenze religiose durante questo mese». Ad esempio la giornata lavorativa si conclude verso le ore 15. Verrebbe da dire che ogni Paese è libero di fare cosa vuole in casa propria. Ma attenzione alla strisciante islamizzazione che ci tocca sempre più da vicino: «I musulmani – scrive Aldeeb – stanno cercando di imporre il digiuno del Ramadan ai loro correligionari anche in Occidente». E magari un giorno, quando l’islam dominerà in Europa, anche noi miscredenti saremo puniti se violeremo in pubblico il digiuno… Per i fanatici islamisti che mirano a islamizzare il nostro continente  cercando in primis di impedire l’integrazione dei musulmani nella nostra società, il Ramadan rappresenta un’occasione d’oro per applicare la sorveglianza e il controllo sociale sui musulmani, specialmente nei sempre più numerosi quartieri islamici che crescono come funghi nelle città europee, e per richiamare all’ordine e minacciare chi sgarra. Ma un tale obbligo non è accettabile neppure in nome della libertà di religione, in quanto esso cozza contro la Costituzione svizzera (art. 15 §4), la quale sancisce che «Nessuno può essere costretto ad aderire a una comunità religiosa o a farne parte, nonché a compiere un atto religioso o a seguire un insegnamento religioso».

Problemi di sicurezza e produttività

Si sa che le regole totalitarie in vigore nell’islam (ossia la sharia) non concedono ai musulmani la libertà di scelta in nessun campo della loro vita, ed è quindi inutile attendersi che le autorità islamiche si decidano a uscire dal medioevo e a dichiarare che certe pratiche – come le cinque preghiere giornaliere rituali, o il porto del velo – non sono obbligatorie. Ma, per quanto riguarda il Ramadan, sarebbe il caso di cominciare a chiedersi se esso, a maggior ragione in caso di obbligo ma anche in caso di libera scelta, sia compatibile con le esigenze e l’organizzazione della società occidentale. In un articolo pubblicato nel 2018 sulla rivista BT (https://goo.gl/sK9SJU), l’allora ministra danese dell’immigrazione e dell’integrazione, Inger Stojberg, aveva scritto: «Invito i musulmani a prendere congedo durante il mese di Ramadan per evitare conseguenze negative sul resto della società danese. Mi domando se l’imperativo religioso che ordina di osservare un pilastro dell’islam vecchio di 1400 anni sia compatibile con la società e il mercato del lavoro che abbiamo in Danimarca». La ministra aveva poi aggiunto di temere gli effetti del digiuno «sulla sicurezza e la produttività», ad esempio nel caso degli autisti di bus che non avevano mangiato e bevuto da più di 10 ore, «perché ciò può essere pericoloso per noi tutti». Come darle torto?  E da noi chi controlla ad esempio se durante il Ramadan i bambini e gli adolescenti musulmani che frequentano le scuole sono obbligati dai genitori a digiunare dall’alba al tramonto? E chi ci assicura che durante il mese del digiuno (specialmente quando esso coincide con i mesi più caldi) quei musulmani praticanti che sono al volante di mezzi di trasporto pubblici o privati, o che svolgono attività lavorative rischiose, non costituiscano un pericolo per il prossimo?

Il mese della violenza e del jihad

È poi comprovato che, specialmente nei paesi islamici, il Ramadan coincide con un aumento della violenza, dovuta agli effetti negativi che il digiuno giornaliero combinato con le abbuffate notturne ha sulla salute fisica e psichica. È quanto ha documentato Sami Aldeeb in un articolo pubblicato sul suo sito il 12 dicembre 2018, nel quale, fra l’altro, sosteneva che le assicurazioni dovrebbero far pagare un supplemento per «rischi accresciuti» ai musulmani che digiunano durante il Ramadan.  Nello stesso articolo, Aldeeb ha sottolineato che «i movimenti terroristici accordano al mese di Ramadan un’importanza particolare e incitano i musulmani a commettere attentati contro i miscredenti per commemorare l’esempio di Maometto, il quale aveva intrapreso delle battaglie durante questo mese».  Un’affermazione ribadita, citando vari esempi, anche in un articolo scritto a quattro mani da Amin Abdelmajid e Christian Bibollet e pubblicato il 24 aprile 2021 sul sito dell’«Institut pour les Questions Relatives à l’Islam» (IQRI). I due autori riferiscono che «durante il mese del digiuno i musulmani devono consacrare ogni sforzo all’osservanza delle prescrizioni del Corano», e il jihad – ossia la guerra santa per la diffusione dell’islam nel mondo – «è per l’appunto il precetto più importante nell’islam».

Non a caso – scrivono ancora gli autori –  la seconda Sura del Corano, cioè quella che prescrive il digiuno del Ramadan, è la stessa che al versetto 216 prescrive pure, nel medesimo contesto, il jihad: parola, questa, indicata in arabo nel versetto in questione con il  termine Qital, che significa «combattere per uccidere con la possibilità di farsi uccidere»; non si tratta dunque di un combattimento di tipo spirituale, come invece gli scaltri esponenti dei Fratelli Musulmani sostengono, nell’intento di nascondere  la preoccupante relazione esistente fra il Ramadan e il jihad a una società occidentale che preferisce sentirsi dire che l’islam è una religione pacifica. Forse, prima di augurare «buon Ramadan» ai musulmani e di partecipare alle sue celebrazioni in moschea, certi politici e certi giornalisti dovrebbero approfondire il vero significato di questo anacronistico e illiberale «pilastro» obbligatorio dell’islam…

 

«Troppi neri e troppi musulmani in squadra»: minacciato di morte l’ex-allenatore del Nizza

Razzismomania nel calcio francese

Quando nel 2021 Christophe Galtier, attuale allenatore del Paris-Saint-Germain, allenava il Nizza, si sarebbe lamentato per la presenza di troppi giocatori neri e musulmani nella sua squadra. A rivelare questo episodio è stato nelle scorse settimane l’ex-direttore sportivo del Nizza, Julien Fournier, che si è beccato dall’interessato una denuncia per diffamazione. Malgrado la sua smentita, Galtier è finito sulla graticola mediatica, con l’accusa di razzismo, e ora lui e la sua famiglia sono stati posti sotto protezione dalla polizia per le minacce di morte ricevute. A prendere le difese di Galtier ci ha pensato l’ex-comunista Pierre Cassen, fondatore del sito francese anti-islam Riposte Laïque e vincitore del premio «Swiss Stop islamization» nel 2022. In uno dei suoi video quotidiani pubblicato lo scorso 13 aprile sul sito  www.pierrecassen.com , egli si è soffermato sull’«affaire Galtier», cercando di dimostrare che la frase a torto o a ragione attribuitagli non era da considerare razzista o discriminatoria.  A sostegno di questa sua tesi ha ricordato alcuni altri episodi, verificatisi nell’ambiente calcistico francese, che avevano fatto gridare al razzismo senza ragione. Come ad esempio quando l’allenatore del Bordeaux, Willy Sagnol, si era lamentato del fatto che lo svolgimento della Coppa d’Africa lo privava per un paio di mesi della metà dei suoi giocatori, avendo in squadra numerosi giocatori africani. O come quando, nel 2018, l’allenatore della nazionale francese, Didier Deschamps, era stato messo in croce dalla stampa e accusato di razzismo, per non aver inserito nella selezione il giocatore di origini algerine Karim Benzema. Ma la Francia, che fra l’altro contava solo 6 giocatori bianchi nei suoi ranghi,  divenne campione del mondo anche senza Benzema, a dimostrazione del fatto che la scelta tecnica dell’allenatore si era rivelata azzeccata. O ancora, come quando l’attuale tecnico francese del Nantes, Antoine Kombouaré, disse che il Ramadan e il football non sono compatibili fra di loro, suscitando vive polemiche. «Difficile accusarlo di razzismo visto che è uno dei pochi allenatori di colore – ha commentato Cassen – e del resto è ben evidente che un giocatore non può essere nella forma migliore se scende in campo per una partita alle ore 20 dopo essere stato tutto il giorno senza bere e mangiare».  Questa è una verità lapalissiana. In una recente trasmissione sportiva su Teleticino l’ex-giocatore della nazionale svizzera, Kubilay Türkyilmaz, ha rivelato che quando giocava in Turchia, non di rado vi erano dei giocatori che svenivano durante gli allenamenti nel periodo del Ramadan. E dunque è ben evidente che l’osservanza di questa norma religiosa in certi casi può nuocere alla salute e comunque non è molto compatibile con il calcio e con la pratica di altri sport.

Ne dovrebbe sapere qualcosa anche il FC Lugano, che tra le sue fila conta ben sei giocatori musulmani che durante il recente Ramadan svoltosi dal 22 marzo al 20 aprile scorsi hanno osservato il digiuno rituale creando non pochi problemi alla loro società (in un periodo in cui era già alle prese con diverse defezioni) per la gestione del volume e dell’intensità degli allenamenti, dell’alimentazione e del sonno e per il costante monitoraggio del loro stato di idratazione e di salute. V’è da chiedersi se sia accettabile, in una società moderna e laica, che dei calciatori professionisti pagati per rendere al meglio pratichino una norma religiosa anacronistica che, oltre a mettere a rischio la loro salute, ne limita presumibilmente il rendimento sportivo a danno del loro datore di lavoro, dei loro compagni e dei tifosi.

Ma torniamo a Pierre Cassen, che a chiusura del suo video ha commentato: «Immaginatevi una squadra africana composta solamente da bianchi: gli abitanti del posto protesterebbero e farebbero presente che quella squadra non è rappresentativa del loro paese. Ma in Francia, a causa della dittatura antirazzista, non è possibile una simile reazione, come dimostra il caso di Christophe Galtier, che è stato assassinato socialmente e professionalmente».

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