Dal Trentino vi imploro: per smontare Life Ursus andate al mare

Apr 28 • Prima Pagina • 134 Views • Commenti disabilitati su Dal Trentino vi imploro: per smontare Life Ursus andate al mare

Per gentile concessione del portale «ruralpini.it», riportiamo l’articolo apparso il 19 aprile 2023, con il quale siamo assolutamente in sintonia

Ci è pervenuta per e-mail a redazione@ruralpini.it una lunga lettera «dalle Giudicarie». Chi l’ha inviata non ha il coraggio di firmarsi (comprensibile nella baronia del Parco degli orsi)  ma, a giudicare dal contenuto, è persona attendibile e informata, che conosce bene il problema e che pone le questioni in modo lucido e netto. I media trentini hanno rifiutato la lettera perché implica una sana autocritica a tanti in Trentino, tanti che hanno accettato l’esca avvelenata per avidità di guadagno, tanti che si sono voltati dall’altra parte per quieto vivere per non disturbare il manovratore, per timore di non riuscire a piazzare il figlio in provincia, di perdere un contributo, un appalto all’Asl ecc. ecc. La ricchezza impoverisce. Lo spirito critico, lo spirito di comunità, quello di cautela. Fa anteporre i guadagni di oggi alle disgrazie di domani. Gli orsi sono arrivati facendo leva sulla sete di guadagno, se ne devono andare facendo leva sul timore di contraccolpi economici. È triste da dire, non vale certo solo per i Trentini, ma un morto non è sufficiente a cambiare le cose. E allora la donna che ci ha scritto si appella a chi pianifica una vacanza in Trentino e, contro il proprio l’interesse, lancia un appello: «Se volete sostenerci, se volete aiutare il Trentino, vi imploro: andate al mare, non venite in Trentino».

ANDREA E L’ORSO Non è una favola

È una tragedia, una tragedia annunciata. Ma cominciamo dall’inizio. Negli anni ’90 fui contattata dal Parco Adamello Brenta per una consulenza. Mi chiesero cosa ne pensassi della reintroduzione dell’orso bruno in Trentino. Avrebbero fatto arrivare inizialmente 6 esemplari dalla Slovenia. Risposi che era una follia. Ogni operazione di «trapianto ecologico» di una specie in un altro territorio ha prodotto sempre e solo disastri ambientali (vedi conigli in Australia).

Mi dissero che, in questo caso, si trattava di ripristinare semplicemente una situazione già esistita in passato, l’orso era scomparso «solo» da qualche decennio a causa dell’uomo. I cacciatori all’epoca, nell‘800 e primi del ‘900, riscuotevano una taglia quando abbattevano quello che era il predatore per eccellenza del bestiame al pascolo e, quindi, la causa di un danno all’economia della pastorizia. Solo nel ’39, con un Regio Decreto, si vietò la caccia all’orso. Gli ultimi esemplari furono catturati e rinchiusi in anguste gabbie in alcune località trentine, per la gioia dei turisti. 

Beh, la mia obiezione fu che, nell’ultimo secolo, è successo di tutto: processo di industrializzazione a scapito dell’agricoltura, abbandono di gran parte di malghe e pascoli da parte dei pastori, aggiornamento della regolamentazione dell’attività di caccia, aumento dell’antropizzazione nella fascia di media montagna e nel fondovalle, comparsa di attività sportive/ricreative legate al turismo di massa, vale a dire escursioni, arrampicata, mountain bike, gite a cavallo, semplici passeggiate nei boschi, sci di fondo e d’alpinismo, costruzione degli impianti di risalita per lo sci da discesa ecc.

Lavori all’interno del Parco dell’orso (PNAB) per

realizzare un mega invaso per la neve artificiale.

W la natura incontaminato (ci pensa poi il brand dell’orso a ripulire tutto)

Come si può pensare di reintrodurre una specie, diventata ormai aliena, in un habitat così radicalmente mutato? In decenni senza orso, l’ecosistema (genere Homo compreso) si è riassestato e stabilizzato su altri equilibri, sia a livello di nicchie ecologiche che di catene alimentari. Alterare questi equilibri crea inevitabilmente un dissesto, uno sconquasso, danni ad ampio raggio con effetto domino. La risposta fu che c’erano in ballo molti, molti soldi che metteva a disposizione la Comunità Europea e che bisognava accaparrarseli, costasse quel che costasse. Che ai turisti piace l’idea di poter incontrare un orso, che quella era un’ottima idea di marketing. E poi, ridendo, mi fu detto che il logo del Parco era un orso, bisognava pur giustificarlo in qualche modo… 

E fu così che prese il via il progetto «Life Ursus», un’enorme IPOCRISIA. I primi plantigradi liberati erano dotati di radiocollare e seguiti, ognuno, da 6 persone dipendenti del Parco. Dato che non trovavano cibo, scendevano in fondovalle e si aggiravano nei paesi rovesciando cassonetti in cerca di qualcosa da mangiare. Questo accade anche ora. I bambini, abituati a recarsi a scuola a piedi, dovevano essere quotidianamente accompagnati in macchina, e niente più giochi in strada o in piazza. Per un periodo veniva perfino gettata agli orsi della carne dagli elicotteri.

Non c’è che dire, un perfetto esempio di integrazione, adattamento all’ambiente e sostenibilità: orsi strappati ai loro boschi sloveni, deportati in altro territorio sconosciuto, non più adatto alle loro esigenze, e costretti a patire la fame.

E questa la chiamiamo salvaguardia di specie in via di estinzione? E noi umani, terrorizzati, costretti a non uscire più, relegati, stavolta noi, in gabbia oppure a uscire, ma con circospezione, sempre sul chi va là al minimo rumore. E che non ci vengano a dire che non dobbiamo andare nel bosco. Il bosco è appena fuori dalla soglia, anzi è la NOSTRA CASA. Ci siamo andati per decenni, fin da piccoli e da soli, a passeggiare, a fare legna, a funghi, senza alcun timore perché nessuno ci poteva fare del male. È un nostro diritto godere, con rispetto per l’ambiente, del territorio in cui viviamo.

E che non ci vengano a dire che non dobbiamo portarci appresso la macchina fotografica o il cane, che non dobbiamo scappare o difenderci. Siamo alla stregua di quando si dice di una ragazza stuprata che se l’è cercata perché aveva la minigonna. E che non ci vengano a dire, sedicenti esperti nei «talk show», che noi Trentini siamo non formati, non informati, privi di cultura. Che non ci sono mai stati problemi di convivenza con l’orso in centro Italia. Falso. Ci sono state aggressioni anche in quella zona, ma la sottospecie marsicana è più piccola, geneticamente molto più schiva e rifugge la presenza dell’uomo.

Aniza, l’orsa morta nel corso di una cattura con sedazione. Responsabile di un’aggressione a Pinzolo e di numerose bravate celebrata dai peluche del Parco. Come meravigliarsi se gli animalisti da salotto poi ne hanno fatto un’icona? Chi porta la responsabilità?

I tecnici ci danno preziosi e contraddittori consigli. Ma non ci dicono che l’orso bruno è il carnivoro più grande d’Italia, che può arrivare a 400 kg. di peso e, quando è in piedi, a 2,5 m. di altezza. Decidono a tavolino che, se incontriamo l’orso (rappresentato nella cartellonistica del Parco tipo Yoghi, pacioccone, timido e impacciato), dobbiamo mantenere la calma e restare immobili oppure allontanarci camminando all’indietro o fissarlo negli occhi o non fissarlo mai negli occhi, oppure sdraiarci a terra a pancia in giù oppure mettere le mani dietro la testa.

Ma per favore. Non esiste l’uomo, come non esiste l’orso. Esistono gli uomini e gli orsi, ognuno col suo carattere, col suo temperamento, con le sue giornate no, affamati o no, con pargoli o cuccioli al seguito o no. Come si fa a standardizzare un comportamento da parte dell’uno o dell’altro? Come si può affermare che se tu fai così, lui farà colà? Che a una tua azione corrisponde certamente quella sua reazione? Come si può garantire che se attui il protocollo (quale dei tanti?) avrai salva la vita? Le variabili sono infinite. Nessuna certezza. E poi noi pure siamo animali, le nostre reazioni sono istintive, imprevedibili e non programmabili. Quando ti sbuca improvvisamente un bestione da dietro un cespuglio non puoi sapere né decidere come reagirai.

L’orso Yoghi, il birichino ma innocuo che ruba il cestino esce dagli schermi televisivi e viene ibridato con la realtà Come definire questa operazione che tendeva a sottovalutare il pericolo dell’orso per incentivare la presenza turistica?

Una cosa è certa: la situazione è ormai da anni fuori controllo. La popolazione del grande mammifero è in continuo, esponenziale incremento. Ci si poteva forse aspettare qualcosa di diverso 20 anni fa ripopolando con maschi e femmine? Credo proprio di no. Eppure, ora sono tutti sconcertati, come se la riproduzione non fosse nell’ordine naturale delle cose. Si aspettavano 50 esemplari in 30 anni e ne hanno avuti 100 in 10. Sono almeno 10 anni che, ufficialmente, il numero è rimasto fermo intorno al centinaio (ora pare siano 130), chissà perché…

Inoltre, l’incremento annuale di cuccioli non è più, come all’inizio, di 1 o 2 a orsa, ma di 3 o 4. E pensare che l’orso non era neppure estinto. Abitava semplicemente e serenamente da un’altra parte. In Russia, per esempio, ci sono 120.000 esemplari proprio della sottospecie reintrodotta in Trentino: Ursus arctos arctos


L’immagine antropomorfizzata dell’orso come mascotte, come brand ruffiano è stata usata in tutte le salse (anche in quelle usate in gastronomia)

Vogliamo trovarla una soluzione, sì o no? Sono d’accordo con chi dice che l’orso non ha colpe. È una sacrosanta verità. Ma anche io e tutti quelli che subiscono da più di due decenni non ne abbiamo. L’orso fa semplicemente il suo mestiere, fa l’orso. E noi dovremmo poter fare il nostro.

Cominciamo a catturarli e a sterilizzarli, costruiamo in alta montagna delle aree faunistiche recintate, proviamo a esportarli. Le prime due opzioni sono molto impegnative e richiedono tempi lunghi, ma la terza ipotesi è ancora più utopistica: chi li vuole? Quelli che valicano spontaneamente il confine austriaco o svizzero vengono immediatamente abbattuti. O forse dobbiamo pagare affinché qualche altro Stato se li prenda, magari per ucciderli di nascosto subito dopo?

Il logo con l’artiglio dell’orso di Trentino trasporti (spesa per la sua adozione: 80 mila euro)


Vogliamo rinchiudere quelli cosiddetti «problematici» nella gabbia del Casteller a Trento, o in strutture similari, e imbottirli per 20 o 30 anni di psicofarmaci per evitare che evadano, nonostante le reti elettrificate a 7.000 volt, come ha fatto M49-Papillon per ben 3 volte? Io, fossi un orso, preferirei morire subito. Ma, siamo realisti e pragmatici, non abbiamo alternative al fatto di dover, innanzitutto e malgrado il nostro dispiacere, ridurne SUBITO e DRASTICAMENTE la densità di popolazione. Non si capisce perché sia consentito ai cacciatori di tenere monitorata e sotto controllo numerico il resto della fauna selvatica, tra l’altro tutte potenziali prede degli orsi, mentre questi ultimi debbano scorrazzare impunemente e riprodursi all’infinito dato che non hanno predatori. 

Dal cartone animato all’orso cartoonizzato. Sono enormi le responsabilità del «sistema Trentino» nella gestione distorta dell’immgine dell’orso

Ma dov’è la COERENZA?? Perché la vita di un orso deve valere più di quella di una mucca, di un asino, di una capra, di Andrea o di coloro ai quali toccherà la stessa sorte dopo di lui? Lo stesso discorso vale per i lupi, introdotti sull’arco alpino con analogo progetto, ma stavolta in sordina, senza tanti proclami. Anzi, ufficialmente viene detto che sono arrivati «sponte loro» dagli Appennini. Altra enorme menzogna.

Se doveste scegliere se trovarvi di fronte un orso o un branco di lupi? Io percepisco come estremamente pericolose entrambe le situazioni.

Il cartello della provincia dal tono «non allarmistico». Conclude in anticipo che la convivenza è possibile. L’incontro ravvicinato è “raro” e basta non perdere la calma che non succede niente. Ma sette trentini all’ospedale e uno al cimitero a seguito di «rari» incontri con gli «innocui» orsi non sono d’accordo


Orso, lupo e uomo sono tutti vittime di questi progetti scellerati e criminali, nati solo per questioni di business, operazioni sostanzialmente economiche travestite e giustificate come ecologiche. Operazioni che, nel tempo, si sono tramutate in un ENORME SPRECO di energie, risorse e denaro pubblico, cioè di tutti noi. Piani di fattibilità firmati da illustri biologi che vivono in città e che si ostinano a perpetuare il mantra che la convivenza è possibile. Ah, sì? E allora perché non ci venite voi ad abitare qui! La conservazione della biodiversità è importante, ma non c’entra niente in questo caso. Questa è una VERGOGNA.

In questi 24 anni, passati dalla prima reintroduzione dell’orso, non è bastata la morte di decine di asini, cavalli, galline, dilaniati dentro i recinti degli agritur e delle abitazioni private in fondovalle, di mucche, pecore, capre e cani da pastore nei pascoli, non sono bastati gli innumerevoli incidenti stradali causati da orsi che attraversano repentinamente la statale, non sono bastate le molte aggressioni agli umani, per strada, sulle piste ciclabili, anche con danni permanenti alle persone. Non basterà, purtroppo, nemmeno la morte di Andrea per porre fine a questo scempio. Niente smuove certe coscienze. 

Fanatici aninalambientalisti, affaristi sono rimasti indifferenti alla strage di animali domestici sbranati vivi dai dolci orsetti pucciosi.



Eppure tutti gli orsi abbattuti o rinchiusi e tutte le persone ferite, e ora anche sbranate, testimoniano non la vittoria della Natura, ma l’idiozia del progetto iniziale. Ma, ciò nonostante, molti non si indignano a sufficienza. Perché le amministrazioni comunali di altri territori alpini, accomunate dallo stesso destino, non solidarizzano per la morte di questo povero ragazzo, perché non protestano e propongono un piano comune di gestione a chi di competenza? Eppure, è evidente che non si tratta di un incidente occasionale, non c’entra la sfortuna, ma l’alta probabilità statistica di incontro con l’animale. Quello che è successo non rientra nell’ordine naturale degli eventi, la sua morte si poteva e doveva evitare. Sembrano tutti rassegnati, rinunciatari e remissivi.

O forse è perché conviene mettere tutto a tacere per non rischiare di perdere la stagione turistica? Mors tua, vita mea? Ma così il problema ce lo trasciniamo all’infinito e non lo risolviamo mai. Gli orsi hanno un areale vastissimo e percorrono decine di chilometri in una notte. Quello che oggi può sembrare un problema per gli abitanti e gli esercenti della Val di Sole, domani sarà un problema per la Val di Non, Rendena o del Chiese, per l’Alto Adige, i friulani o i lombardi.

Tutto è cominciato per un movente prettamente economico e soltanto per un movente economico può finire. Apparentemente a discapito mio e di tutti gli operatori turistici dell’arco alpino che lavorano nelle comunità interessate dalla presenza dell’orso, vi chiedo, anzi, vi imploro, non venite da noi in vacanza. È l’unico modo che ci rimane per far sentire la voce di chi, ogni volta che esce di casa, sta col fiato sospeso e si deve costantemente guardare alle spalle. Aiutateci a mettere fine a questo incubo che dura da troppo, troppo tempo: ANDATE AL MARE. Grazie.

P.S. Un enorme abbraccio ad Andrea, alla sua famiglia e alla sua compagna. 

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