Il gioco ad alto rischio con l’inflazione

Nov 26 • L'opinione, Prima Pagina • 169 Views • Commenti disabilitati su Il gioco ad alto rischio con l’inflazione

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 Che cosa significa inflazione

Beh, inflazione, significa svalutazione del denaro, rincaro. In parole povere, significa che dobbiamo pagare sempre più soldi per comprare lo stesso prodotto o servizio. L’inflazione è pericolosa? Sì, molto. Almeno per tutti coloro i cui redditi non vengono adeguati affatto o non regolarmente all’inflazione – per esempio, per coloro che dipendono da rendite, come i pensionati.

Come si arriva all’inflazione?

In un’economia di mercato come la nostra, i prezzi dei beni e dei servizi si formano secondo la domanda e l’offerta e a dipendenza dell’urgenza delle decisioni di acquisto o di vendita (dal lato della domanda, si parla di domanda flessibile e inflessibile, rappresentante quest’ultima il bisogno di beni e servizi essenziali). Ma un terzo fattore è altrettanto decisivo: i prezzi più alti si formano anche, e questo sempre più frequentemente, a livello internazionale e in modo crescente anche a livello nazionale – non tanto a causa della quantità totale talvolta limitata dell’offerta (per esempio, attualmente come risultato di penuria d’approvvigionamento), bensì a causa della quantità totale di denaro in circolazione che si espande in modo esponenziale.

Il ruolo delle banche centrali e nazionali

Il loro ruolo è decisivo, perché queste istituzioni determinano l’offerta di denaro. La banca centrale degli Stati Uniti – la più importante a livello mondiale – stampa costantemente grandi quantità di dollari per far ripartire l’economia americana – dollari che, come moneta mondiale, sono decisivi per gli equilibri dei mercati internazionali. L’Unione europea, attraverso la Banca centrale europea, continua a elargire, a spese dell’Unione, miliardi di euro di sussidi (dichiarati come cosiddetti prestiti) a Stati membri irrimediabilmente insolventi.

Anno dopo anno, la nostra Banca Nazionale Svizzera compra con miliardi di franchi (svizzeri) valute (estere) con sempre minor valore, come il dollaro americano e l’euro, per indebolire il franco svizzero. Senza questi acquisti, l’euro varrebbe oggi a malapena 60-70 centesimi. Questo per sostenere la nostra economia d’esportazione (il che rende le merci d’esportazione meno care, ma più care le nostre importazioni). Certo, la nostra economia di esportazione è importante. Ma alla fine chi ne beneficia veramente in casa nostra? E per quanto tempo può andare avanti così?

Il tasso d’inflazione «desiderato» del 2 %

Noti economisti e banchieri centrali ci dicono ogni giorno che un tasso medio d’inflazione (cioè l’aumento del volume di denaro) del 2% è ideale per la ripresa delle economie. Il che significa che servirebbe a stimolare le economie di tutto il mondo, perché con più soldi a disposizione, la gente comprerebbe di più. Ne dubito e, anche se non fosse del tutto sbagliato, funzionerebbe solo nel caso di una crescita sfrenata delle economie globali. Senza la crescita necessaria, questo esperimento mentale crolla miseramente. E oggi, l’obiettivo di crescita non è più in cima alla lista delle priorità in tutto il mondo. Le preoccupazioni da un punto di vista ecologico, che devono essere prese sul serio, stanno diventando troppo forti; stanno diventando palesemente determinanti dell’opinione mondiale. E anche l’aumento della popolazione mondiale è discontinuo. I tassi di natalità in Europa e in America sono fortemente in calo o addirittura negativi, anche la Cina ha dovuto abbandonare la sua precedente politica del figlio unico. Gli unici paesi con tassi di nascite (fertility rate) superiori alla media sono quelli africani (Niger 6,91, Angola 5,99, Congo 5,70, in questa classifica un totale di 30 paesi giù fino allo Zimbabwe con 3,91), con tutti i problemi associati come la disoccupazione, la povertà e – per noi Europei – la continua pressione migratoria.

Lo spettro della stagflazione

Per quanto tempo ancora può andare avanti tutto questo? Sorprendentemente, anche nei circoli di autorevoli economisti, improvvisamente si parla sempre più di stagflazione – un termine che era stato completamente dimenticato negli ultimi decenni – piuttosto che di semplice inflazione. Stagflazione vuol dire che, anche quando i prezzi aumentano, l’economia non cresce ma diminuisce, cioè si produce meno, il che fa sì che l’offerta di beni e servizi ristagni anche quando i prezzi aumentano. Questo significa che non solo la gente deve comprare a sempre più caro prezzo, ma che ciò che vuole acquistare è difficilmente o non più disponibile.

Massime discutibili

Ebbene, si spera che la stagflazione non sia da temere immediatamente. Ma l’inflazione, cioè una massiccia svalutazione del denaro, è invece molto più probabile. E tutti coloro il cui denaro duramente risparmiato vale sempre meno e il cui reddito non è costantemente adeguato all’inflazione, come nel caso, per esempio, dei beneficiari di rendite come i pensionati, sarebbero i più colpiti. I tassi d’interesse negativi già introdotti parlano chiaro. Il denaro che si è risparmiato non solo vale sempre meno ma, se è depositato in un conto bancario, invece di ricevere interessi, bisogna pagare. Con la pensione che mi è stata assegnata 15 anni fa, per esempio – e che è rimasta invariata – oggi, con un tasso di inflazione economicamente «desiderato» del 2%, devo comprare, con gli stessi soldi di prima, a prezzi il 30% più elevati.

I principali beneficiari di tutto questo sono coloro che non risparmiano, hanno debiti o addirittura continuano ad accumularli – privati che possono contare fin troppo naturalmente su un generoso sostegno statale quando ne hanno bisogno, ma anche gli Stati stessi con il loro crescente indebitamento nazionale. Come ho detto, finché questa palesemente cattiva gestione viene compensata dalla crescita economica, potrebbe ancora andare bene sul breve termine. Ma mi chiedo: per quanto tempo ancora?

 

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