Il disagio giovanile: un coperchio per tutte le pentole

Feb 11 • L'editoriale, Prima Pagina • 282 Views • Commenti disabilitati su Il disagio giovanile: un coperchio per tutte le pentole

Eros N. Mellini

Fatemi capire: io mi sento a disagio, per cui ne faccio di tutti i colori e la colpa è vostra. Questo è, in parole povere, l’atteggiamento di moda di fronte a una criminalità giovanile vieppiù imperversante, ad atti di violenza spesso armati cui assistiamo quasi quotidianamente, magari per futili motivi. Due giovani litigano fuori dalla scuola, uno (o entrambi) estrae il coltello e qualcuno finisce all’ospedale con ferite di maggiore o minore importanza. La reazione di qualsiasi benpensante è volta a chiedere la rigorosa condanna del o dei colpevoli, che funga nello stesso tempo da punizione e da deterrente affinché tale atto non abbia a ripetersi. Ma in questo mondo di autolesionisti ossessionati dai sensi di colpa, c’è sempre chi attribuisce la causa al «disagio giovanile», facendo così del criminale una vittima della società. Prima di condannare, dicono, bisogna affrontare le cause di questo disagio.

E queste cause, guarda caso, sono sempre attribuibili alla società. Questa non dà spazio a quattro gatti che pretendono di schiamazzare in strada fino alle ore piccole, di commettere vandalismi, di consumare e spacciare alcool e droghe varie e altre amenità del genere? Allora è giustificato (solo per alcuni, fortunatamente, in buona parte della gente prevale ancora il buonsenso) che questi atti criminali vengano attuati lo stesso, anche contro la legge. In altre parole, legalizzate l’illecito e tutti saranno ossequienti della legge.

Non so voi, ma io – classe 1947 e non offuscato dai movimenti giovanili del ’68 – di fronte a questo mondo al contrario mi trovo in una situazione di «disagio senile». Tranquilli, non occuperò quel che resta del macello e non scenderò in piazza a starnazzare – me lo impediscono gli acciacchi e la «saggezza» (le virgolette sono d’obbligo) dell’età, unite a un’innata pigrizia e alla consapevolezza dell’inutilità di tali manifestazioni. Ciononostante, qualche individuo che mi piacerebbe prendere a legnate l’avrei anch’io, farei anche volentieri a meno di pagare l’affitto e, in fondo, perché pagare la merce acquistata al supermercato quando posso rubarla? Il tutto, naturalmente, per colpa vostra che, non procurandomi un alloggio gratis e obbligandomi a pagare ciò che compro, mi avete «messo a disagio».

Scherzi (ma poi neanche tanto) a parte, il problema è che è venuta meno l’educazione nelle famiglie. Ai miei tempi – scusate la banalità dell’affermazione – anche ai più ribelli veniva inculcato il rispetto delle leggi, dei genitori, delle gerarchie e delle istituzioni, quando necessario anche con qualche sberla che solo da adulti abbiamo poi giudicato salutare. La scuola era riservata soprattutto all’istruzione e, dal punto di vista dell’educazione era sussidiaria alla famiglia. E se il maestro ti dava uno schiaffo, non lo raccontavi a casa perché eri praticamente sicuro che, per solidarietà con l’insegnante, i genitori te ne davano un altro. Sbagliato? No, fintanto, ovviamente, che non ti suonassero come un tamburo. Ma, come dicono a Roma, «quando ce vò, ce vò» e l’uso moderato delle maniere forti non mi risulta che provocasse chissà quali traumi nei pargoletti.

Ma venne il ’68, con la pretesa di liberalizzare qualsiasi capriccio dei giovani nella convinzione – per conto mio deliberatamente divulgata – che la costrizione dei giovani entro i binari del rispetto della convivenza comune, provocasse in loro qualche irreparabile sconvolgimento psichico che ne avrebbe influenzato negativamente la crescita. Erano tutte balle, naturalmente, finché non glielo inculcarono nel cervello i ragazzi nemmeno se l’immaginavano, ma l’occasione era troppo ghiotta per non approfittarne. Da lì, docenti che dicono agli allievi «datemi del tu», genitori che pretendono autostrade per il percorso scolastico dei propri figli anche quando sono palesemente ritardati – al motto tanto di moda oggi: inclusione -, il tutto accompagnato da un tempo libero nel vero senso  della parola, «libero» a ogni sfogo incuranti dei doveri del vivere civile.

E, purtroppo, quelli che nel ’68 erano insegnanti e allievi, sono a loro volta diventati genitori di altri insegnanti e allievi e siamo ormai alla terza o quarta generazione marchiata da quel moderno peccato originale che ormai si è diffuso come le metastasi di un tumore rendendo, temo, irreversibile il fenomeno del «disagio giovanile».

Non voglio certo qui negare il bisogno di una politica attenta alle necessità dei giovani, che rappresentano a dir poco un quarto della popolazione, e credo che il Ticino sia particolarmente attivo in questo campo. Quello che mi vede contrario è l’eccessiva magnanimità con cui certuni vorrebbero banalizzare, quando non addirittura giustificare, dei comportamenti delinquenziali attribuendoli a una legittima insofferenza giovanile. Non l’accetto per almeno due buoni motivi: primo, generalmente, le attività giovanili «lecite», con relativa messa a disposizione di spazi, abbondano, basta muoversi nell’ambito della legge. Secondo, fintanto che da questo presunto «disagio giovanile» uscirà anche un solo giovane perbene –  e, fortunatamente, è ancora il caso di molti – non sono disposto ad accettare questa scusante per dei comportamenti semplicemente criminali.

 

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