Il conservatore e il multiculturalismo (seconda parte)

Trovo la cucina cinese la migliore del mondo e, imbattendomi in un ristorante che la offra, rispettandola (cosa non facile), ne approfitto; ma questo non lo faccio per sviluppare la multiculturalità, bensì per mia golosità e con ciò non vedo perché dovrei sottopormi al meticciato e rinunciare a essere di cultura occidentale (anche negli usi e costumi) della quale evidentemente mi sento parte.
Queste considerazioni non possono venir dimenticate quando si parla di immigrazione. Sì, quasi 40 milioni di Europei sono emigrati in Nord America tra l’800 e l’inizio del ‘900. Vero, ma hanno popolato un continente vuoto (se togliamo un numero esiguo di indigeni, i cosiddetti «nativi americani», chiamati anche un tempo «pellerossa») e vi hanno portato la nostra civiltà: dal niente hanno costruito con il loro lavoro, il loro sacrificio, il loro ingegno e anche le loro brutalità, la nazione più potente del mondo.
Il problema dell’immigrazione in Europa, specialmente dall’Africa ma anche da Paesi asiatici e arabi, è ben altra cosa.
Innanzitutto, preoccupano i numeri. 500 milioni di Europei, in diminuzione per la carenza demografica, si trovano di fronte a 1,3 miliardi di Africani che nel 2050 si prevede supereranno i 2 miliardi. Se a ciò
aggiungiamo Bangladesh, Pakistan, Afghanistan (paesi islamici) il divario è tale da non poter permettere che l’afflusso in Europa continui nelle proporzioni attuali. Escludiamo la possibilità dell’assimilazione naturale, soluzione attuata per la Svizzera ai tempi dell’immigrazione di mano d’opera italiana, più tardi spagnola e portoghese, e facilitata dalle uguali radici religiose dalla comune appartenenza alla stessa civiltà. Una assimilazione facile la escludiamo proprio perché non la si può imporre a chi proviene da altre religioni e da altre civiltà. Per contro, si deve pretendere un minimo di integrazione, il che presuppone la voglia di imparare la lingua del paese, di seguire e rispettare le abitudini locali, la capacità di inserirsi nel mondo del lavoro. Certe auto-ghettizzazioni migratorie e culturali (interi quartieri di metropoli occidentali, per esempio) smentiscono una presunta volontà generalizzata di integrazione. Nelle sue fantasie, il Segretario generale dell’ONU vorrebbe imporre lo sforzo di integrazione non agli immigrati, non ai singoli, ma agli Stati che li accolgono. Vale a dire che, se l’immigrato si ostina a non voler imparare la lingua, la responsabilità è del paese che lo ha accolto e spesso lo mantiene! All’autolesionismo non c’è limite.
Ma la gente che arriva da noi ha fame. Non si discute: è proprio per placare quella fame che essi cercano approdo alle nostre rive di benessere. Potrei comunque formulare qualche obiezione al proposito parlando degli emigrati che risultano addetti alle bande africane che dominano oggi in Europa i commerci della droga e della prostituzione; per non parlare dei perseguitati che però non rinunciano a tornare in vacanza al loro paese, persino in Afghanistan. Ma non voglio approfittare di ciò ed evito di immiserire il discorso.
È vero, la fame c’è, ma non possiamo ignorare il fatto che ha origine anche nella diffusa corruzione, nella mala gestione di paesi che hanno ricchezze minerarie che noi in Svizzera non possediamo, e che dare la colpa esclusiva alla colonizzazione per le arretratezze, la corruzione e la non democraticità di Stati indipendenti ormai da 50-70 anni è troppo facile e pretestuoso.
Cosa possiamo fare, invece, concretamente? Questa è la domanda di fondo che incombe. Si potrebbe, si dovrebbe investire fortemente e con coraggio, ma in modo intelligente, in paesi dai quali ha origine l’immigrazione, escludendo il rapporto diretto con una burocrazia locale corrotta ed evitando gli errori
della Banca Mondiale, il cui aiuto, secondo l’eminente economista Lord Peter Thomas Bauer (1915-2002), consiste nel prendere i soldi dai poveri dei paesi ricchi per darli ai ricchi dei paesi poveri.
Certo non è facile operare in Africa, ma uscendo dal troppo comodo pietismo e della convinzione che l’obbligo sia quello di dare senza limite e senza condizioni per riparare a colpe del passato, si potrebbero senza complessi e con ingegno trovare le strade giuste per iniziare un cambiamento. Cito un’idea che a qualche amico ho già raccontato, peraltro un’idea non mia ma del politico italiano Giulio Andreotti (1919-2013), oggi scomparso, che fu più volte capo del governo d’Italia e più volte ministro. Nel 1991 Andreotti aveva interpellato un mio carissimo amico, a quel tempo presidente dell’IRI (la grande holding statale italiana di allora) e il sottoscritto (per la possibilità di coinvolgere anche interessi di altri paesi europei) per concretizzare un progetto preciso. Il politico italiano ci invitava a organizzare un incontro di operatori economici internazionali per sviluppare concretamente l’idea seguente: costituire un ente giuridico da parte di industriali di diverse nazioni europee, prevalentemente affacciate sul Mediterraneo, per richiedere ai paesi del Magreb (specie Tunisia, Algeria, Marocco) una vastissima zona in concessione da definire quale zona franca.
Su questa zona gli industriali europei avrebbero costruito le diverse industrie (una specie, per intenderci, di Maquiladora messicana per gli USA) impiegando mano d’opera locale. Ai margini dello spazio in concessione si sarebbero costruite le abitazioni, le scuole, i commerci locali per i lavoratori operanti nella zona franca. Sarebbe stata ipotizzabile anche l’organizzazione collaterale di possibili uffici di immigrazione per lavoratori dei quali le industrie avrebbero potuto aver bisogno in Europa.
L’ente giuridico titolare della zona franca non avrebbe chiesto né sussidi né aiuti economici, solo la protezione dell’UE nel caso di mutamenti politici nei paesi del Magreb concessionari. Si trattava insomma di configurare e creare occasioni di lavoro, sviluppo e formazione in Africa.
La riunione si tenne effettivamente nel 1992, a Venezia. Purtroppo, proprio in quell’anno esplose in Italia lo scandalo diffuso, o fenomeno, cosiddetto di «Mani pulite» che investì il mondo dei partiti e in generale della politica come una bufera. L’idea progettuale nata in embrione a Venezia fu come paralizzata e non fu perseguita. Forse si trattava di un sogno, certo non sarebbe stata un’operazione facile da perseguire, ma credo che si tratti di un’ipotesi assolutamente interessante e mi chiedo come
mai in tanti anni successivi non vi sia stato mai un politico di vaglia in tutta Europa che, invece di inventare nuove tagliole burocratiche, non abbia pensato in questi termini all’Africa e in genere ai paesi emergenti.Continua nel prossimo numero
