Grande successo per Gabetta, Faust e l’OSI al LAC

Spazio musicale
Quest’anno il festival «PRESENZA», giunto alla seconda edizione, ha messo in programma per la serata del 27 maggio l’ouverture del «Franco cacciatore» di Weber, il concerto per violino e orchestra in re minore di Schumann e il concerto per violino, violoncello e orchestra in la minore di Brahms mentre ha dedicato l’appuntamento del 28 maggio, ore 11.00, a estratti dalle «Creature di Prometeo» di Beethoven e al concerto per violoncello e orchestra in la minore di Schumann.
«Il franco cacciatore» di Weber viene considerato il primo melodramma veramente romantico nella storia del teatro musicale tedesco. Che i tempi fossero maturi per una svolta e che «Il franco cacciatore» cogliesse pienamente le nuove aspirazioni degli spettatori è dimostrato dal suo successo trionfale alla prima assoluta, avvenuta il 18 giugno 1821 a Berlino sotto la direzione del compositore. I consensi furono entusiastici fin dall’inizio, al punto che l’ouverture dovette essere ripetuta. Effettivamente questo brano è colmo di romanticismo in tutti i suoi aspetti. Quello evocativo, con l’esordio mediante i due accordi dei legni e degli archi in zona grave, intrisi di mistero, seguiti da brevi figurazioni dei primi violini e poi da un delizioso passaggio di corni che porta il nostro pensiero e i nostri sentimenti alle suggestioni di una foresta. C’è poi l’aspetto di tenera espressione lirica, sia pure solo occasionalmente e senza sviluppi rilevanti. Ma le parti dell’ouverture che occupano lo spazio maggiore e che sicuramente contribuirono più delle altre al delirio del pubblico sono quelle ridondanti di energia e impeto. C’è qualche perdonabile eccesso in tali pagine, le quali tuttavia meritano ammirazione per la loro spontaneità e sincerità nel dare libera espressione, senza fronzoli, ricercatezze né affettazioni, agli stati d’animo e alle passioni umane. L’esecuzione ascoltata a Lugano è stata buona nel quadro, per così dire, di una ordinaria amministrazione.
Nel concerto per violino e orchestra di Schumann il primo tempo si basa su un tema che, grazie soprattutto agli intervalli larghi e ai ritmi puntati, si impone con un tono solenne, austero, volitivo ma anche un poco ampolloso. Nonostante i suoi pregi non è ideale per una composizione in cui la parte solistica spetta al violino, ossia a uno strumento fine, agile e particolarmente idoneo a plasmare melodie ampie nello svolgimento e intense nell’espressione. Quanto al secondo tema piacciono la sua semplicità nonché il carattere suadente e gioioso, che però lo mettono in disaccordo con il primo, dal quale viene subito sopraffatto. Ho così delineato quelli che considero i principali punti positivi e negativi dell’«In kräftigem, nicht zu schnellem Tempo» (questa è la curiosa indicazione di movimento figurante sulla partitura). Il secondo tempo porta un lungo discorso del violino piuttosto vago e incerto, ma non privo di spunti assai belli, ad esempio le escursioni di semicrome in zona acuta, con forchetta di crescendo, che lo ravvivano e rompono la monotonia. Stringato e vivace è il terzo tempo, grazie soprattutto ai tre motivi principali: spensierato e frizzante il primo, elegante ma con leggera venatura di malinconia il secondo, civettuolo il terzo.
Si può dire che Isabelle Faust, l’interprete della parte solistica, parli con il violino dal fondo dell’anima. Esclude tutto ciò che è appariscente, non cerca la cavata ricca e brillante ed evita il virtuosismo ostentato. Ha un modo di suonare sciolto e leggero eppure preciso, limpido, penetrante e capace di cogliere ogni valore della musica. La sua prestazione è stata squisita, laddove l’aggettivo, di cui spesso si abusa, questa volta corrisponde veramente alla realtà. Elogiata la solista, resta da esprimere ammirazione per l’Orchestra della Svizzera italiana e il direttore Markus Poschner. Fin dalle prime battute l’ascoltatore ha capito che ci si poteva aspettare molto. Anche in quel passaggio che sopra ho qualificato come austero e un poco ampolloso gli esecutori hanno saputo infondere vita autentica. Va sottolineata inoltre l’ottima intesa con la solista.
Molte furono le perplessità e le riserve espresse sul concerto per violino, violoncello e orchestra in la minore di Brahms, la sua ultima composizione sinfonica. Il compositore stesso, scrivendo all’editore Simrock, ne parlò come della sua ultima stupidaggine. Ma benché una larga parte delle critiche abbiano una giustificazione non parlerei di lavoro mal riuscito. Brahms pone i due strumenti solisti su un piano di parità ma sa ugualmente trarre partito dalle particolari risorse di ognuno. Certe volte li oppone in contrasto, altre volte li unisce in una espressione comune. Capita anche che violino e violoncello si dividano il compito, come in certi saliscendi, dove il primo esegue la parte più acuta, lascia il campo al secondo quando la musica si abbassa ma lo riprende non appena questa risale. L’intesa totale tra i solisti avviene però nel motivo principale del secondo tempo, con i due strumenti all’unisono nel portare una melodia che costituisce l’elemento più originale della composizione e forse l’unico veramente geniale.
Una esecuzione di lusso è stata quella del 27 maggio al LAC, con una delle migliori violiniste e una delle migliori violoncelliste viventi unitamente a un direttore e un’orchestra che hanno trovato il giusto respiro e il giusto colore brahmsiano. Tutti insieme hanno portato la dimostrazione che anche un lavoro in parte mediocre può, grazie agli interpreti, essere fonte di grandi soddisfazioni.
Sala molto ben occupata e grandi applausi per la Faust, la Gabetta, il Poschner e l’OSI. Un pubblico purtroppo meno numeroso (ma forse a causa del fine settimana di Pentecoste) ha partecipato il giorno dopo al secondo concerto. In ogni caso l’entusiasmo si è rinnovato. Poiché il programma includeva il lavoro più valido del festival, ossia il concerto per violoncello e orchestra di Schumann, nell’interpretazione di Sol Gabetta, e inoltre, con i pezzi tolti dal «Prometeo», dava l’occasione per alcune riflessioni speciali, ne riferirò in un prossimo articolo.
Carlo Rezzonico
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