Fra islamici e cristiani un dialogo in maschera?

Ott 16 • L'opinione, Prima Pagina • 48 Views • Commenti disabilitati su Fra islamici e cristiani un dialogo in maschera?

Giorgio Ghiringhelli (Il Guastafeste)

Per superare sospetti e diffidenze verso l’islam occorre una profonda riforma a livello planetario per renderlo compatibile con l’Occidente e i diritti umani

Nel numero del 3 ottobre di Catholica, il settimanale d’informazione religiosa pubblicato come inserto del CdT, vi era un articolo dedicato alla pièce teatrale intitolata “Pierre e Mohamed” che è stata messa in scena ieri a S. Antonino. Lo spettacolo, promosso dalle Associazioni islamiche in Ticino e dal giornale digitale ilfederalista.ch (diretto dall’ex-direttore del Giornale del Popolo Claudio Mésoniat)  con il sostegno del Forum per il dialogo interreligioso in Ticino, era dedicato alla vicenda di Pierre Claverie, vescovo di Orano, e del suo giovane autista musulmano Mohamed Bouchikhi, uccisi nello stesso attentato il 1° agosto 1996 in Algeria.

Partendo da questa bella storia di amicizia fra un cristiano e un islamico, Fabio Leidi, uno degli organizzatori dell’evento nell’articolo di presentazione aveva parlato di “occasione di incontro tra le due comunità” e di “opportunità di conoscere l’islam anche in Ticino attraverso le persone di fede musulmana che vivono accanto a noi e con le quali possiamo stringere legami di amicizia. È una grande occasione per superare sospetti e diffidenze reciproche”. Dal canto suo, l’imam del centro islamico di Bellinzona Luan Afmataj aveva detto che “si parla molto del dialogo interreligioso, ma spesso si resta sul piano delle belle parole (…). Con questa proposta teatrale vogliamo invitare i ticinesi a fare un passo verso una reale conoscenza reciproca”.

Sarebbe bello se bastasse andare a teatro per appianare tutte le “divergenze”  fra la nostra società occidentale e quei musulmani che, su esplicito ordine di Allah (Corano, 2:193 ; 8:39 ; 9:33), devono combattere fino alla sottomissione all’islam del mondo intero e, di riflesso, mirano a sostituire il sistema politico basato sulla democrazia e sulla laicità con quello basato sulla sharia e sulle leggi coraniche.

Se davvero si vogliono superare sospetti e diffidenze verso l’islam,  allora i vari imam che nelle moschee di tutta Europa insegnano il Corano e gli “hadith” di Maometto, dovrebbero spiegarci perché questi testi sacri (fonte di ispirazione dei terroristi islamici ) siano farciti di appelli all’odio e alla violenza contro i miscredenti (Corano, 2:190-193; 2:216; 5:33; 9:5; 9:29; 9:30; 47:4 e decine di altri versetti) e perché la “guerra santa” contro gli infedeli sia un’ingiunzione religiosa (Corano, 9:39; 9:41). Ci si spieghi perché il mondo musulmano rifiuta di dichiarare “obsoleti” questi versetti guerrafondai rivelati 1400 anni fa, sostenendo che il Corano (10:15) non può essere modificato né contestualizzato e va applicato in modo letterale in ogni luogo e in ogni tempo.

E poi gli imam dovrebbero spiegare perché Allah ordina ai musulmani di non  stringere amicizie o alleanze con gli ebrei e i cristiani se prima non si convertono, autorizzandoli però a fingersi  amici degli infedeli quando  “hanno gran paura di loro” ossia, ad esempio, quando sono in situazione di inferiorità numerica (Corano, 3:28; 4:89; 4:144;  5:51). Senza una chiara condanna di questi versetti dai toni razzisti è lecito supporre che quando un imam lancia appelli al dialogo interreligioso e all’amicizia con cristiani ed ebrei, o non è un buon musulmano  oppure applica per convenienza la strategia della “dissimulazione” della verità (taqiyya) ammessa dalla dottrina islamica sulla base del citato versetto del Corano.

Del resto anche l’imam di Viganello Samir Radouan Jelassi si è sempre proclamato un fautore del dialogo religioso e dell’integrazione dei musulmani nella nostra società, eppure lo scorso anno si era saputo che la Segreteria di Stato della migrazione (SEM), su un preavviso negativo dei servizi segreti,  aveva annullato la naturalizzazione concessagli dal Consiglio comunale di Lugano. Motivo? Nei confronti di Jelassi, si legge in una lettera inviatagli il 3 novembre 2017, “ sono emersi indizi concreti che dimostrano un suo presumibile coinvolgimento nell’ambito del terrorismo islamico. In particolare lei intratterrebbe dei legami con islamisti radicali o con persone sospettate di partecipare ad attività legate al terrorismo”. In un’altra lettera del 14 settembre 2018 la SEM ha rincarato la dose scrivendo di ritenere che “l’interessato costituisca una compromissione duratura della sicurezza interna ed esterna della Svizzera e ciò specialmente a fronte del suo ruolo pubblico e in particolare della sua funzione di imam”. E allora i casi sono due: o la SEM e i servizi segreti hanno preso un enorme abbaglio, oppure Jelassi si è rivelato un abilissimo interprete della strategia della “dissimulazione”. Va comunque precisato che Jelassi non è masi stato oggetto di procedimento penale per terrorismo o appartenenza a organizzazioni illegali o legami con esse e non ha mai subito condanne in tal senso.

Ecco perché,  se si vogliono superare sospetti e diffidenze fra il nostro mondo e quello islamico, occorre che a livello  mondiale si dia avvio a una profonda riforma che miri a rendere l’islam compatibile con l’Occidente e i suoi valori e con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per promuovere una reale conoscenza reciproca, il dialogo interreligioso non deve dunque limitarsi alle  belle parole, ma deve sforzarsi di chiarire i punti controversi che, per quanto riguarda l’islam,  sono ad esempio quelli evidenziati qui sopra.  Astenersi dal criticare l’islam in nome del politicamente corretto è una forma di collaborazionismo che favorisce il diffondersi dell’islamismo, cioè di un’ideologia fascista.

In un’intervista  rilasciata agli autori del libro “Cento domande sull’islam” (2002), il grande islamologo gesuita egiziano Samir Khalil Samir aveva detto che “la condizione preliminare per dialogare è che ci siano due voci, e che le due voci rimangano distinte, ognuna espressione di un soggetto che abbia un volto e un’identità definiti. Oggi invece, specie in ambito cristiano, va di moda il “ballo in maschera”, in cui sembra necessario camuffarsi e coprire il proprio volto per stare di fronte all’altro: è il dialogo dei minimi comuni denominatori (…) Insisto, il dialogo non consiste nel dire ciò che piace all’interlocutore che si ha di fronte, questo appartiene piuttosto alla diplomazia. Il dialogo autentico richiede amore per la verità a qualsiasi costo e rispetto dell’altro nella sua integralità, non è minimalista ma esigente”

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