Deriva a sinistra
Barzelletta del presidente USA Ronald Reagan.
All’esterno della «convention» del partito democratico, un bambino cerca di vendere dei micini: «5 dollari, comperate un gattino democratico!». Due settimane dopo, al congresso dei repubblicani, lo stesso bambino grida: 5 dollari, comperate un gattino repubblicano!» Un giornalista che ha assistito ai due congressi, si rivolge al bambino: «Come mai due settimane fa i tuoi gattini erano democratici e ora sono repubblicani?» «È che nel frattempo hanno aperto gli occhi!»
La sinistra estrema (PS e Verdi) e quella neanche poi tanto più moderata (PLR, Centro), compongono purtroppo il 60/70% del parlamento svizzero. Lascio un margine del 10% ai piccoli partiti e ai franchi tiratori che, nei partiti di centro, hanno di tanto in tanto il coraggio di dissentire dagli ordini di scuderia e votano con noi su temi specifici. Per il Consiglio federale il calcolo è più facile: la sinistra dispone di 5 ministri su 7, pari al 71,29%. Infatti, l’ala sindacale o, se preferite, sociale o, in termini moderni, più «progressista» del Centro ha ormai da tempo preso il sopravvento sui quattro gatti che ancora non hanno digerito – ma non lo dicono perché se ne vergognano – la rinuncia al referente cristiano di qualche anno fa. Altrettanto dicasi dell’ala radicale del PLR che ha prevalso su quella liberale. Quel poco che rimane di quest’ultima, convive con l’ala «sociale» ormai solo per opportunismo elettorale. Solo rimanendo così può, infatti, sperare in una base di voti sufficiente (ma non è assolutamente detto) all’elezione in parlamento. È stata questa una dottrina adottata da quello che, nei momenti di maggior gloria, era chiamato «il Partitone»: aprirsi a cani e porci – senza offesa per una fauna di tutto rispetto – al motto «innanzitutto, il massimo risultato elettorale per il partito poi, in un modo o nell’altro, i seggi verranno ripartiti». Se da un lato è vero che, prima di ripartirli, i seggi bisogna ottenerli in votazione popolare, dall’altro questo giochetto ha finito per snaturare scopi e obiettivi di un PLR che, sotto lo stesso cappello, ospitava tutto quanto andava dall’estrema sinistra all’estrema destra, basta che portasse voti. Come detto, a lungo andare, l’ala sinistra ha finito per prevalere. Dubito fortemente che, in un regime a sistema maggioritario, i Masoni o i Righinetti avrebbero militato sullo stesso fronte dei Salvioni o dei Marty. Personalmente, contesto la «L» di PLR. L’unico partito veramente liberale rimasto sul mercato politico svizzero è ormai l’UDC. Non mi dispiacerebbe un’UDL – Unione Democratica Liberale (la «C» di Centro la lascio volentieri agli ex-Pipidini).
Il pregiudizio nei confronti dell’UDC
Fortunatamente, a giudicare dai crescenti successi elettorali, il diffuso pregiudizio nei confronti dell’UDC quale partito estremista, populista quando non addirittura fascista, sta adagio ma costantemente diminuendo. È però ancora sufficientemente radicato nei partiti – che, del resto, ne fanno un argomento di campagna elettorale – da dissuadere, salvo qualche peraltro sempre crescente eccezione, i suoi membri scontenti dal cambiare casacca. Quelli che l’hanno fatto, generalmente, scoprono che detti pregiudizi sono del tutto infondati, che l’UDC è assolutamente democratica, e quasi tutti rimpiangono di non averlo fatto prima. Il problema è che, nel frattempo, il tarlo del pregiudizio ha fatto e continua a fare il suo lavoro, trasformando l’ideale politico in una vera e propria guerra nella quale contrastare l’UDC prevale sul prodigarsi per il bene del paese, anche a costo di affossare quest’ultimo. Non è tanto importante che vinca l’Ambrì, basta che perda il Lugano… o viceversa.
Non basta essere il primo partito, se non si ha il 50,1% dei consensi
Circa il 30% dell’elettorato fa dell’UDC di gran lunga il primo partito svizzero ma, di fronte a una coalizione contraria del restante 70%, le è impossibile portare avanti in parlamento quella politica che peraltro quando, grazie alla nostra democrazia diretta, riesce a portare davanti al popolo, spesso e volentieri la maggioranza di quest’ultimo dimostra di condividerla. Vedi Spazio Economico Europeo (SEE), adesione all’UE, espulsione dei criminali stranieri, e tanti altri casi ancora.
Un fenomeno non solo svizzero
Se in Svizzera – sempre grazie alla democrazia diretta – il ricorso al popolo può cambiare un po’ le carte in tavola, altrettanto non si può dire degli altri paesi in cui la democrazia è solo rappresentativa e quindi, praticamente, i cittadini si limitano all’elezione senza poi più avere voce in capitolo sulle decisioni per tutta la durata della legislatura. Qualche Stato contempla nella propria Costituzione il diritto di referendum ma, dati i numerosi ostacoli posti alla sua applicazione – numero esorbitante di firme da raccogliere, necessità del quorum in caso di votazione, eccetera – di fatto è come se non ci fosse.
Per cui, i partiti omologhi della nostrana UDC (Rassemblement national in Francia o AfD in Germania) non hanno armi per contrastare la coalizione degli altri partiti. Guarda caso, nell’unico paese nel quale la destra è salita al potere – ma ha dovuto ottenere la maggioranza dell’elettorato – il governo di Giorgia Meloni sta facendo cose egregie, è uno dei più longevi del dopoguerra ed è in costante crescita di consensi. La sinistra starnazza e si agita freneticamente ma, non riuscendo a costituire delle maggiorante in parlamento – anche a causa della pochezza sia delle sue politiche ma, soprattutto, delle sue e dei suoi esponenti – il governo Meloni procede per la sua strada ottenendo un meritato plauso anche a livello internazionale. A dimostrazione del fatto che il diavolo dipinto sui muri dall’opposizione è solo frutto di un pregiudizio, opportunamente strumentalizzato.
Tornando a noi, al nostro PLR
L’ultima dimostrazione deriva a sinistra e della conseguente scollatura dell’ex «partitone» dalla realtà popolare, è la recente decisione del suo comitato di sostenere il pacchetto di accordi «monolaterali» con l’UE e, non solo, ma di prendere anche una posizione contraria a che questi debbano essere sottoposti al referendum obbligatorio con doppia maggioranza. Questa decisione pare avere già provocato alcune dimissioni dal partito da parte di membri che si sentono traditi nei loro ideali di cittadini svizzeri. Ideali che, guarda caso, l’UDC difende da sempre senza se e senza ma.
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