Chi è conservatore? (1a parte)

Dopo questa lunga e anche disordinata carrellata (ma se fosse stata troppo ordinata avrebbe legittimato dei dubbi circa la spontaneità della mia confessione) capisco che mi si possa ora chiedere: «Ma per finire, chi è conservatore?». Non sono un professore di dottrine politiche e
neppure uno studioso del conservatorismo. Al massimo sono qualcuno che tenta (e credo di riuscirci almeno in parte) di esserlo concretamente, conservatore.
Per questo ho preferito, invece di dare una risposta di concetto, da dottrina politica, esporre invece una serie di casi tratti dall’analisi della realtà odierna per individuare l’atteggiamento che dovrebbe caratterizzare il conservatore, intendendo con esso la risposta offerta, sullo scenario dell’attualità, di fronte all’attualità dei singoli problemi. Ovviamente dimentico qui l’uso del termine «conservatore» in senso negativo, quale espressione di critica e di rifiuto che
nella sua accezione non necessiterebbe di ulteriori giustificazioni, la confusione concettuale con reazionario. È un uso (volutamente) errato, e in più concettualmente talmente grossolano che non merita considerazione.
Sicuramente di temi da analizzare per studiare il loro rapporto con il pensiero conservatore ce ne sarebbero molti altri: quelli da me trattati sono quelli sui quali ho meditato per conoscenza e per esperienza dirette. Ovviamente le risposte che ho cercato di dare sono le mie e non posso pretendere che esse siano valide per tutti.
In ogni caso il giudizio è tutt’altro che semplice, anche perché il conservatorismo non è una ideologia e certamente non esiste un manuale per il buon conservatore e men che meno esistono opere che, come è successo per i comunisti, fascisti e nazisti, riflettono il pensiero dei
loro ideologi, e danno il metro di giudizio per legittimare e orientare il pensiero e anche per condannare ogni deviazionismo.
Il geniale e indipendente Giuseppe Prezzolini, che ha vissuto gli ultimi anni della sua esistenza a Lugano, ha pubblicato il «Manifesto del Conservatore».
Elenca 54 punti che definisce «direttive fondamentali» per sottolineare la differenza tra la presa di posizione dei conservatori e quella della sinistra. Alla competenza ed esperienza del conservatore la sinistra oppone originalità a ogni costo; al realismo l’utopia e astrattismo; alla pratica quale fondamento la teoria; alla ricerca della stabilità quella del cambiamento perpetuo. I conservatori attendono molto dal tempo, la sinistra tutto dal potere dello Stato; sono per il risparmio individuale contro l’assistenza stabile; per la scuola elettiva in opposizione a quella senza esami con tutti gli studenti promossi.
È questo un elenco di atteggiamenti nei confronti di problemi che si pongono praticamente e dai quali si desume il comportamento dei conservatori confrontato con quello della sinistra ma non è un obbligo di atteggiamenti senza possibilità di modifiche per chi vuol essere conservatore.
Oltretutto, da quando (i tempi della Rivoluzione francese) Chateaubriand ha inventato il termine «conservatore», intitolando così il suo giornale, si sono succedute sfumature, espressioni e declinazioni diversificate e mutate secondo il cammino del tempo. Nasce dunque
una domanda: si può allora ammettere che vi siano forme di conservatorismo diverse nei tempi? Sì, rispondo io, proprio per il fatto che, lo ripeto, non stiamo parlando di un’ideologia – e qui come sempre si impone il confronto con marxismo, fascismo e nazismo – ma di una modalità, un metodo di pensiero per affrontare i problemi del momento in cui si è collocati dentro la società: per questo il conservatore vero non può non tener conto delle evoluzioni di
analisi e pensiero e delle mutate realtà.
E a queste evoluzioni graduali, a queste realtà mutate ci si deve adeguare, senza mai dimenticare, nel bene e nel male, un passato che ci ha forgiati e segnati.
E sempre, naturalmente, facendo tesoro dell’esperienza. Non è facile definire il conservatore perché, essendo geloso della propria autonomia, egli si lascia difficilmente intruppare e sempre difende, sia pure nell’ambito di una posizione condivisa in quanto al giudizio complessivo sulla società, i propri spazi di indipendenza. Però, se appunto l’ordito può aver accenti individuali, la trama contiene invece alcuni punti fissi e per forza condivisi.
Continua nel prossimo numero
« La fine della sovranità a causa della sottomissione all’UE Peggio di così non si può negoziare »
