UDC – LEGA: questo matrimonio s’ha da fare!
Perché scomodare il Manzoni, parafrasandone seppure in positivo, la celebre frase indirizzata a Don Abbondio dai bravi di Don Rodrigo? Ebbene, perché – come tutti – apprendo dalla stampa che Lega e UDC sarebbero ai ferri corti per l’allestimento di una lista comune per l’elezione del Consiglio di Stato del 2027. Ai media non è parso vero di poter guazzare nel fango creato da un’intempestiva partecipazione a un dibattito sul tema, con frecciate, diktat e incazzatura di entrambi i fronti, seguiti da botte e risposte in una polemica mediatica. Il vecchio adagio dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Ma, apparentemente, non si fa tesoro della saggezza popolare né nel campo dell’UDC, né in quello della Lega. Eppure, almeno due motivi si potrebbero addurre a sostegno di una maggiore discrezione in questa fattispecie: primo, i panni non sono poi così sporchi, se ci hanno permesso una pacifica convivenza che negli ultimi otto anni si è dimostrata di mutuo interesse. Secondo, mancano due anni alle elezioni, un tempo non così lungo, lo ammetto, ma sufficiente ad appianare divergenze e a smussare angoli nelle trattative, senza lasciare che questi dissensi si acutizzino nell’elettorato, creandovi confusione e prese di posizione di bandiera inutili quanto pericolose.
L’area di destra
Ho sempre avuto (ed espresso) dei dubbi sul fatto che la LEGA si situi a destra nella politica ticinese. Sui temi sociali ed economici, per esempio, la sua posizione è decisamente a sinistra. Ma il fatto che sugli argomenti che più stanno a cuore all’UDC – UE, Schengen, frontalierato, eccetera – si faccia fronte comune, ne fa un movimento ibrido, ma sufficientemente schierato dalla nostra parte da costituire con noi un’«area di destra»; della quale dovrebbero far parte anche PLR e Centro, se non fosse che l’ala radicale nell’uno e quella sindacale nell’altro, hanno ormai da tempo preso il sopravvento sui «liberali», rispettivamente sui «conservatori».
Questo spiega per certi versi le posizioni rossoverdi prese da Claudio Zali che, seppure leghista, risulta quindi spesso e volentieri in contrasto con l’UDC.
Sia come sia, è indubbio che l’«area di destra» – termine con cui spesso e volentieri, quando le cose vanno bene, ci si riempie orgogliosamente la bocca – abbia registrato una progressione tangibile a tutti i livelli politici, nonostante una certa costante perdita di terreno della LEGA a seguito della prematura dipartita di Giuliano Bignasca, compensata in parte dalla crescita dell’UDC. Un consigliere agli Stati, tre consiglieri nazionali, due Consiglieri di Stato, 23 deputati in Gran Consiglio, nonché una miriade di municipali e consiglieri comunali, testimoniano il successo della coalizione, da quando si è lasciata da parte la stupida belligeranza fine a sé stessa, collaborando fattivamente nell’ambito dei vari gremi e delle dirigenze dei due partiti.
La corsa per il Consiglio di Stato…
E siamo al nocciolo della questione. Se nel 2019 forse la LEGA ce l’avrebbe fatta a salvare il suo secondo seggio anche da sola e l’apporto dell’UDC era solo una sorta di assicurazione, è indubbio che nel 2023, senza l’UDC, Zali non sarebbe stato eletto e la LEGA – e con essa l’«area di destra» – avrebbe perso il suo secondo consigliere di Stato. A Zali probabilmente brucia doverlo riconoscere, ma è così.
Oggi, l’UDC ha presumibilmente fatto un ulteriore passo in avanti, ma è sufficiente a garantirle un seggio nel governo cantonale correndo da sola? Magari sì, ma forse anche no. E senza questa sicurezza – data per scontata la non rielezione di Zali (a titolo meramente accademico, non deve necessariamente essere così) con i soli voti della LEGA – l’«area di destra» avrebbe molte probabilità di perdere un seggio.
… e per il Gran Consiglio…
E di chi sarebbe allora la colpa? A chi verrebbe attribuito il rischio di tale disfatta, con conseguente perdita di consensi anche a livello di Gran Consiglio? Naturalmente all’UDC, l’abbiamo già vissuto: ogni volta che abbiamo litigato con la LEGA, l’elettorato ci ha punito dirottando un sacco di voti sui «cugini», nella convinzione – errata ma, purtroppo diffusa – che «tant LEGA e UDC l’è istess». Ricordiamoci il 2007, quando salvammo a stento il gruppo grazie al quinto seggio attribuitoci in virtù del maggior resto. Avevamo raddoppiato quattro anni prima, da tre a sei deputati, ed evidentemente ci eravamo montati la testa, correndo per il Consiglio di Stato con una nostra lista, senza alcuna chance ma mettendo a rischio già allora il secondo seggio leghista. Ebbene, il risultato elettorale fu il già menzionato flop, da cui dovremmo pur aver imparato la lezione.
… senza dimenticare le nazionali …
Già, non dimentichiamo che l’accordo tocca tutti e tre i livelli e che, se per il Consiglio nazionale si possono ancora congiungere le liste senza particolari conseguenze negative, per l’elezione al Consiglio agli Stati di Marco Chiesa l’apporto della LEGA è stato determinante. E continuerà a esserlo anche nel 2027.
… più un sacco di liste comuni per la elezioni comunali
In numerosissimi comuni poi, da alcuni anni l’alleanza UDC-LEGA (a volte +UDF e Indipendenti) miete successi notevoli sia a livello di esecutivo, sia a quello di legislativo. Tutti questi successi rischierebbero di non ripetersi qualora si arrivasse a una rottura.
È quindi indispensabile una visione d’assieme…
L’obiettivo deve quindi essere uno solo: il mantenimento dei due seggi d’area. Con Zali in lista, senza Zali? Ma chi se ne frega! Qualcuno, parafrasando Trump, ha detto: «Zali non ha i numeri per essere eletto.» Ecco, e allora che fastidio dà? A parte il fatto che i diktat sono sempre indigesti – anni fa fummo noi a gridare allo scandalo perché la LEGA voleva imporci di non candidare Marco Chiesa che a quel tempo aveva litigato con Attilio Bignasca – l’importante è la lista di candidati più forte possibile che porti il massimo dei consensi alla coalizione. A questo proposito, personalmente, vedrei volentieri la discesa in campo di Marco Chiesa assieme a Piero Marchesi, l’accoppiata attualmente più suscettibile del massimo successo.
… e, soprattutto, discrezione
Termino questo articolo con una sola raccomandazione ai vertici dei due partiti: contrattate, negoziate, litigate se necessario, ma non fatelo sotto i riflettori dei media. Questi dovranno ricevere un comunicato o un invito a una conferenza stampa, solo a intesa conclusa. O definitivamente saltata, se del caso, cosa che spero vivamente che non succeda. Per il bene dell’«area di destra», questo matrimonio s’ha da fare!
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