Accordo frontalieri, sicuri che è fatta?

Apr 15 • L'opinione, Prima Pagina • 199 Views • Commenti disabilitati su Accordo frontalieri, sicuri che è fatta?

Martedì primo marzo, dopo anni di negoziati, discussioni e rinvii, il Parlamento elvetico ha dato il definitivo via libera all’accordo italo-svizzero sulla tassazione dei lavoratori frontalieri. Dopo il Consiglio degli Stati, l’intesa è stata accolta anche dal Consiglio nazionale. Ora spetta all’Italia sottoscrivere l’accordo. Secondo il Consiglio federale, l’accordo porta vantaggi evidenti ai cantoni interessati, in primis al Ticino, specie per le maggiori entrate fiscali e l’effetto antidumping dell’intesa, dovuto alla maggiore imposizione dei frontalieri (sarà vero?) i quali non sarebbero più tassati in Svizzera, alla fonte come adesso, ma in Italia, dove le aliquote sono più elevate. Il mercato del lavoro ticinese dovrebbe insomma diventare meno attrattivo.

Ricordiamo che questo nuovo accordo era stato firmato il 22 dicembre 2020 a Roma dalla segretaria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, Daniela Stoffel, e dall’allora viceministro italiano dell’economia e delle finanze, Antonio Misiani.

La crisi del governo italiano, a inizio 2021, aveva confermato l’opportunità di aver firmato prima della fine del 2020; in caso contrario, la firma si sarebbe verosimilmente protratta ancora per molto, fece notare, allora, il Consiglio federale.

Parafato nel 2015, l’accordo era stato in parte affinato vista l’impossibilità di firmare il testo così come uscito dalle prime trattative. Forti resistenze erano state espresse in particolare dai comuni italiani di confine e dai sindacati.

Alla fine del 2021, lavoravano 85’377 frontalieri italiani, di cui 74’032 in Ticino. La Confederazione tratterrà ai nuovi lavoratori l’80% (oggi poco più del 60%) dell’imposta alla fonte ordinaria prelevata a questi nuovi lavoratori frontalieri, che saranno tassati in via ordinaria anche in Italia. La doppia imposizione sarà eliminata.

Stando al messaggio del Consiglio federale, l’intesa, ogni cinque anni, sarà sottoposta a riesame.

Ai frontalieri che lavorano nei cantoni Ticino, Grigioni e Vallese tra il 31 dicembre 2018 e la data di entrata in vigore del testo – detti frontalieri attuali – si applicherà un regime transitorio. Questa categoria di lavoratori continuerà infatti a essere tassata esclusivamente in Svizzera, la quale verserà ai comuni italiani di confine fino all’anno fiscale 2033 una compensazione finanziaria del 40% dell’imposta alla fonte prelevata nella Confederazione.

«La Regione» dell’11 marzo scorso, con un breve trafiletto intitolato «L’iter italiano procede spedito», riportava che al Senato vi era stata una riunione fra la Commissione affari esteri, i comuni di frontiera e i sindacati, e che il confronto era stato positivo. Al Senato era attesa per la fine di marzo (non sappiamo però se così sia stato) l’approvazione del messaggio. Poi l’accordo deve andare alla Camera, riportava l’articolo, entro fine giugno la nuova imposizione fiscale dovrebbe trovare via libera per poi entrare in funzione il prossimo primo gennaio 2023.

Se queste sono le aspettative, potrebbero però essere disattese in quanto, appena l’accordo sarà accettato, l’eventuale ratifica e il nuovo testo approvato potrebbero essere impugnati presso la Corte costituzionale della vicina repubblica. L’accordo non garantisce la parità di trattamento ai lavoratori frontalieri attivi sul nostro territorio. Infatti, due dipendenti che svolgono la stessa professione e magari arrivano dal medesimo paese, hanno un trattamento economico e fiscale diverso.

Per i vecchi frontalieri la tassazione non cambierà, mentre chi sarà assunto, dopo l’entrata in vigore del nuovo accordo, sarà finanziariamente penalizzato.

Nella vicina repubblica, riteniamo, vi sarà chi darà una mano, ai nuovi frontalieri, nel presentare il relativo ricorso.

E la Svizzera cosa avrà in cambio? L’accesso degli operatori finanziari svizzeri al mercato italiano sarà concesso ? O, come scriveva Piero Marchesi il 4 marzo scorso su «La Regione», a fronte delle difficili condizioni in cui devono operare, alcuni istituti potrebbero decidere di chiudere le attività in Ticino per spostarle nella vicina Lombardia, lasciando a piedi molti impiegati ticinesi?

 

FRG

 

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