La divisione nella società e i conseguenti atteggiamenti politici

Feb 23 • In terza, L'opinione, Prima Pagina • 383 Views • Commenti disabilitati su La divisione nella società e i conseguenti atteggiamenti politici

L’avvocato Tito Tettamanti ha scritto recentemente un piccolo libro che ci ha gentilmente concesso di pubblicare a puntate ne «Il Paese». Il libro non è in vendita, si tratta di una pubblicazione che Tito Tettamanti ha realizzato per farne omaggio ad amici e conoscenti. La pubblicazione tramite il nostro giornale è quindi un’occasione per farne conoscere i contenuti anche al di fuori di questa stretta cerchia, e siamo sicuri dell’interesse che riscontrerà fra i nostri lettori. Consideriamo infatti l’avvocato una delle menti più brillanti del nostro cantone, un acuto osservatore di quanto succede sul palcoscenico politico, economico e finanziario (locale, cantonale, nazionale e internazionale) – ma non solo, i suoi interessi sono innumerevoli. Il suo libro è una lucida disamina di avvenimenti che hanno costellato la sua vita e che possono costituire un insegnamento per chiunque si trovi a vivere nella realtà odierna.

Potrò venir senz’altro tacciato di essere un «terrible simplificateur», ma la mia inclinazione è rivolta a concetti possibilmente semplici e comprensibili. Non tutti possono essere dei Platone o degli Aristotele, dei Kant o degli Hegel, spesso citati ma poco letti. Ma tutti possono osare un giudizio sui grandi temi della società umana. Penso che ognuno abbia non solo il diritto ma entro certi limiti anche il dovere di cercare di capire quel che succede, facendo capo alla propria formazione e alla propria cultura ma pure appoggiandosi all’intuizione donata dall’intelletto, senza dimenticare l’importante e costante apporto dell’istruzione; si tratta proprio di capire, in sostanza, qualche spicchio di mondo. Per darmi delle arie di persona colta aggiungo: «fatti non foste a viver come bruti».

Dopo questo pistolotto introduttivo, esprimo una tesi molto semplice, che non è solo mia.

Il mondo è diviso in due grandissime categorie: quella dei pragmatici e quella degli utopisti. Mi correggo, ho dimenticato una terza categoria, sicuramente maggioritaria, quella dei «menefreghisti». Purtroppo, vi sono pure coloro, una minoranza, che specie in Africa e in Asia, hanno una sola preoccupazione: quella di sfamarsi e di sopravvivere.

I pragmatici sono coscienti del fatto che il mondo, ovvero la nostra società, non è perfetto. Numerosissime sono le disparità ingiustificate, le prepotenze, le vere e proprie ingiustizie e soperchierie.

Vi sono situazioni per le quali ci sentiamo e siamo impotenti. Mi limito a citare il decesso per malattie incurabili di persone in giovane età, di genitori con figli piccoli. Ora il vero progresso, quello che migliora davvero la situazione generale, è un’opera che esige tempo, ossia tempi lunghi accompagnati da scoperte tecnologiche, affinamento delle nostre culture e sensibilità, senza dimenticare la necessità di superare l’aggressività dell’essere umano, un fenomeno certo, questo, di cui ci parla la scienza della polemologia spiegandoci la vera, profonda origine delle guerre. Noi umani siamo un impasto di bene e di male, capaci di azioni apprezzabili ma anche delle più infami indegnità.

Non è possibile però negare che dalla rivoluzione industriale (attorno alla metà del 1700) a oggi l’evoluzione ha cambiato in modo rilevante il mondo, che ne ha positivamente approfittato (e penso alle zone influenzate dalla civiltà occidentale). Viviamo più a lungo, viviamo meglio, abbiamo, da noi, sconfitto la povertà assoluta; le cure sanitarie, la scolarizzazione, la nutrizione hanno fatto progressi giganteschi, ma si sono affinate e potenziate anche le sensibilità nelle relazioni tra esseri umani. Al proposito si potrebbero scrivere tantissime pagine.

Il pragmatico è un convinto evoluzionista dotato di ottimismo, vede il progresso nella continuazione della ricerca, delle scoperte, dell’affinamento di una cultura che ci dovrebbe permettere di convivere il più pacificamente possibile (non così gli avversari, ma ne parliamo più avanti).

Tutto questo il pragmatico lo pensa pur non negando le debolezze, gli errori, le nequizie del passato, che considera il prezzo del progresso realizzato. Il pragmatico è cosciente di dover assumersi le responsabilità anche degli aspetti negativi, ma non pensa che ci si debba vergognare della nostra storia e per contro ritiene che si possa essere fieri dei risultati complessivi del nostro cammino di civiltà.

L’utopista, e non ne metto per nulla in dubbio la buona fede, indignato per tutte le deficienze, gli squilibri e ingiustizie presenti su questa terra, è impaziente, vuole immediatamente cambiare il mondo, vuol fare la rivoluzione per correggere le storture, modificare ciò che non va. Ma accanto alla rivoluzione destabilizzante e cruenta che capovolge e sostituisce chi detiene il potere con la violenza vi sono, particolarmente ai nostri giorni, espressioni che sostanzialmente tendono allo stesso fine, ovvero a mutare il quadro istituzionale: e

tendono a farlo non per mezzo di atti violenti di rottura rivoluzionaria ma passando attraverso la continua destabilizzazione delle strutture portanti della società. In molteplici modi. Per esempio tramite le vie dello statalismo, della continua corrosione della società esistente (vedi l’asse portante della borghesia), del sovvertimento di taluni principi, della demolizione di certi corpi sociali quali la famiglia.

Accanto a questa destabilizzazione all’interno del sistema (per rovesciarlo lentamente) non possiamo dimenticare, come ho scritto poc’anzi, i disastri causati dalle rivoluzioni vere e proprie, di natura rapida e violenta, che normalmente non fanno altro che sostituire una classe di potere con un’altra. La più grande di queste rivoluzioni è sicuramente quella vagheggiata da Carl Marx (1818-1883), uno dei grandi pensatori dell’800. Nonostante il raffinato sostegno intellettuale e teorico, nonostante il supporto di uomini e donne dal non comune intelletto, la prassi di questa rivoluzione è finita miseramente con l’implosione dell’Unione

Sovietica incapace di sfamare i suoi abitanti, accompagnata dalla diffusione del terrore, con milioni di morti (anche per fame) e insuccessi economici: in una parola, ingiustizia e fame.

L’umanità ha conosciuto nel tempo due sole rivoluzioni benefiche per tutti. Quella agraria nel 7000 a.C. e quella industriale a partire dal 1700. Ma alla base di queste rivoluzioni non vi è il sopravvento di una classe, o dei rappresentanti di un pensiero, bensì la scoperta dell’uso di forze (animali o delle macchine) che hanno alleggerito le fatiche dell’uomo. Hanno avvantaggiato anche i perdenti momentanei: per dirla con una sintesi esemplificativa, naturalmente i cocchieri non sono divenuti tutti immediatamente autisti, ma nel tempo anche loro hanno abbondantemente approfittato del benessere nuovo, le condizioni di lavoro si sono evolute e migliorate, con il progresso e con gli sforzi personali si sono trovati nuovi sbocchi professionali e occupazionali.

Per finire non possiamo ignorare una realtà che impedisce una comparazione effettiva tra la visione dei pragmatici e quella degli utopisti. Mentre le soluzioni, buone o meno buone, offerte dai pragmatici si scontrano con la realtà, con quanto effettivamente sta succedendo, e i risultati sono quelli che ognuno può giudicare, gli utopisti presentano ipotesi di mondi e società che sono la conseguenza di politiche immaginarie, che non hanno nessuna controprova pratica, se dimentichiamo i regimi comunisti con i loro insuccessi. Gli utopisti narrano e propongono sogni non ancora realizzati e che, se realizzati (vedi il marxismo), si sono rivelati disastrosi. Ovvio che un bel sogno attira di più di una difficile, cruda realtà. Gli utopisti hanno il vantaggio di avere avuto e di avere degli eccellenti intelletti tra i loro narratori. Dopo l’insuccesso del comunismo abbiamo visto svilupparsi la Scuola di Francoforte con i vari Marcuse, Adorno, Horkheimer, i filosofi/psicologi/sociologi francesi tra i quali Foucault, Derrida, Laclan e oggi il filosofo post-marxista Habermas. Nella galleria dei marxisti cito un grande storico contemporaneo come Hobsbawm, un linguista di fama mondiale quale Chomsky e altri autorevoli esponenti del mondo intellettuale. Certo i sogni sono affascinanti, però quando si scontrano con la realtà si trasformano in leninismo, stalinismo, maoismo e così via.

Continua nel prossimo numero

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