Confessioni di un conservatore

Siccome siamo in tema di confessioni, comincio subito con l’ammettere che, se sono approdato al mondo delle associazioni cattolico-conservatrici, ciò non è accaduto quale conseguenza di convinzioni ideologiche, e neppure per una decisione maturata dopo letture e riflessioni.
Il primo passo era stato, da liceale, l’adesione alla società studentesca Adelfia, collocata nella sfera cattolica e conservatrice: in realtà avevo deciso di aderire perché i dirigenti mi avevano offerto di far parte della loro squadra di calcio. Io ero un appassionato di football e giocavo anche, a dire il vero con modesti risultati, in una squadra dei boys del F.C. Lugano. Come dire no alla nuova proposta? Non ho potuto resistere.
Il secondo passo, più importante, è stato quello di aderire ai giovani conservatori o, meglio, di accettare di far parte del gruppo dei fondatori di quel consesso, e anzi di diventarne il presidente.
Nelle elezioni comunali del 1948 i liberali con una schiacciante vittoria avevano riconquistato la maggioranza assoluta in Municipio a Lugano (tempi passati, come si può ben notare oggi).
Riccardo Rossi, già Consigliere nazionale, Direttore della Banca Nazionale e con Giuseppe Lepori una delle due più importanti figure del Partito Conservatore, disse a suo figlio Giancarlo, mio amico d’infanzia che formava con me la coppia di terzini dei boys del Lugano: dovete costituire il gruppo dei Giovani Conservatori e far fare il Presidente al Tito.
Ad una richiesta del «sciur Riccardo» non si poteva che aderire. Ciò mi ha portato in seguito, nei successivi dodici anni, alla presidenza dei giovani conservatori ticinesi (la Guardia Luigi Rossi) e a quella dei giovani Conservatori svizzeri, poi a diventare membro del Gran Consiglio e dopo quattro anni del Governo ticinese.
A quei tempi non avevo certo letto né Burke né Guizot e non sapevo che la parola conservatore era stata originata da Chateaubriand, che aveva così battezzato il suo giornale. Scruton, teorico del conservatorismo contemporaneo, era appena nato. Oakeshott, il più grande filosofo conservatore del Novecento, aveva portato a casa la pelle dalla seconda guerra mondiale, in cui aveva combattuto fianco a fianco con l’attore David Niven (conservatore anche lui? Chi lo sa).
Cosa mi motivava? Sicuramente c’era, molto forte, lo spirito di corpo: era importante per me trovarmi bene e a mio agio e stare simpaticamente in un giro solidale, specie con i miei coetanei. E quello spirito dinamico ci faceva crescere, proprio perché si stava bene: eravamo partiti in meno di cento, eravamo arrivati ai duemila aderenti. Eravamo legati soprattutto da rapporti di bella amicizia, quella decisiva dell’adolescenza, dei primi passi nella vita: un’amicizia non influenzata da interessi personali e certamente profonda, se è vero che oggi ancora, dopo così tanti anni, con i pochi sopravvissuti (per inesorabili ragioni anagrafiche) continuiamo a ritrovarci. Ci univa anche, lo ricordo bene, il desiderio di fare qualcosa di concreto per il nostro Paese, al quale eravamo molto legati. Più che le idee specifiche e le basi culturali, ancora vaghe, c’era in noi la volontà di agire e di contribuire concretamente al bene della società.
Le vicissitudini dell’esistenza mi hanno poi presto portato all’estero e taluni amici non li ho più incontrati per più di un decennio; eppure, sapevamo tutti di esserci, e di poter contare gli uni sugli altri.
Poi ovviamente ho cominciato a leggere, a riflettere, a nutrirmi di idee. Ho letto, in aggiunta alla stampa di partito, pagine importanti, come l’Esprit di Emmanuel Mounier (1905-1950) e i testi di Jacques Maritain (1882-1973), grandi intellettuali cattolici e collocati liberamente in un’area politica moderata. Avevamo poi anche le nostre idee, con originalità e coraggio, anche a costo di disubbidire: ricordo, per esempio, che ci eravamo schierati contro il partito (che seguiva le indicazioni del Vescovo) perché eravamo a favore della legge scolastica promossa dal liberale Brenno Galli, secondo noi più attuale e correttamente laica in materia di insegnamento della religione nelle scuole.
Riassumendo: passione, amicizia e solidarietà tra noi giovani, e la grande volontà di fare, di agire, di servire il Paese. Fu un meraviglioso periodo, che andò dal 1948 al 1960 e che ricordo con piacere e con nostalgia. Con i reduci di quelle esperienze, da diversi anni, come dicevo, ci ritroviamo ancora annualmente per un pranzo: purtroppo siamo sempre in meno e ogni volta cresce il rammarico per gli amici che non ci sono più.
Dal 1960 ad oggi è passato ben più di mezzo secolo e in questo periodo io sono rimasto conservatore, approfondendo costantemente le mie letture, consolidandomi nei miei giudizi anche grazie alle molte esperienze di vita, all’osservazione dei fatti e all’analisi delle tesi che le singole correnti di pensiero e i vari Partiti nel mondo propagavano.
Non così è successo, secondo me, al Partito ticinese e svizzero nel quale avevo militato.
Seppure io mi sia nutrito e mi nutra di testi e di pensieri di studiosi autorevoli, non possiedo competenze alte e accademiche in materia di dottrine politiche e men che meno di filosofia della politica, e quindi mi esprimo qui, per i lettori di queste righe (se ve ne saranno), come un semplice osservatore appassionato, diciamo un cronista attento delle idee e dei fatti.
Parto dalle personalità che ho conosciuto quali Presidenti del Partito Conservatore Democratico ticinese, che rappresentavano bene il succedersi degli orientamenti. Giuseppe Lepori era un umanista, uno scrittore e oratore sottile e di notevole vaglia, che metteva alla base della propria azione politica la cultura con i suoi valori.
Franco Maspoli, che gli è succeduto, appaiava ad una non comune intelligenza una mostruosa capacità di lavoro. Assorbito dalle numerose attività, era un tattico di notevole valore, interessato e appassionato alle soluzioni; ma aveva meno tempo e inclinazione per la cultura. Gli fece seguito Alberto Stefani, intelligente e abile oratore, autorevole, il quale aveva un ottimo seguito nell’elettorato. Ma per sua stessa ammissione egli riteneva che le elezioni si vincevano con i voti e non con la cultura: un rischioso realismo, il suo, anche con qualche punta di cinismo. Dei loro successori, gli unici che meritano di venir menzionati per la loro intelligenza e per la loro formazione di cultura politica sono Flavio Cotti e Luigi Pedrazzini. Ma la profonda e convinta adesione al cattolicesimo ha impedito loro di difendere i veri valori conservatori nei confronti di quelli che sono stati in quei decenni gli orientamenti delle gerarchie ecclesiastiche.
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« Per non perdere la bussola… Dei politici da operetta si scatenano contro i cittadini »

