Vigorosa «Quinta» di Beethoven con Urbanski e l’OSI al LAC
Spazio musicale
Che un lavoro di Dvorak abbia un carattere rapsodico e allinei idee assai diverse è normale. Ma, almeno nelle opere migliori, le idee sono tutte pregevoli e la loro diversità non esclude una unità di stile. Non si può dire la stessa cosa del primo tempo del concerto per violoncello e orchestra op.104: momenti assai belli sono intrecciati con passaggi mediocri e talvolta anche di dubbio gusto. Per esempio il primo motivo, affidato ai clarinetti, porta due brevi incisi che sembrano punti interrogativi e successivamente una discesa cupa e severa in cui ai clarinetti si uniscono i fagotti. Segue una lamentosa risposta di flauti e oboi. È un inizio equilibrato, originale e ricco di espressione. Ma poco più avanti giunge un passaggio fragoroso, arruffato e colmo di affanno che guasta l’atmosfera e fa scendere il livello artistico della musica. Sorte non migliore tocca al secondo motivo, che è semplice, pacato, discorsivo, gradevole ma improvvisamente viene investito da un «fortissimo» di tutta l’orchestra, dopo il quale, esaurita la sfuriata, giunge l’entrata del violoncello. La parte solistica, a sua volta, procede tra alti e bassi. È molto impegnativa e fu oggetto di contrasti tra il compositore e Hanus Wihan, il violoncellista al quale il concerto era dedicato, che suggerì alcune semplificazioni, non tutte gradite a Dvorak.
L’«adagio ma non troppo» presenta i difetti del primo tempo: è un seguito di episodi assai diversi, alcuni di buona fattura, altri poco convincenti, in cui i legni spesso prevaricano e impediscono alla voce del violoncello di situarsi in primo piano.
Invece l’«allegro moderato» conclusivo, benché colmo di influssi provenienti da varie origini, possiede una certa coerenza ed è sorretto da una ispirazione più consistente e continua. Non a caso costituisce la parte più gradita al pubblico e probabilmente pure alla solista o al solista, che può mettere ampiamente in luce le sue capacità. Anche il riferimento a un passaggio della canzone favorita da Josefina, la donna amata da Dvorak in gioventù ma che non gli corrispose, si inserisce senza rotture nel «finale».
Una violoncellista o un violoncellista chiamato a interpretare questo concerto si trova di fronte all’arduo compito, non soltanto di superare le difficoltà tecniche disseminate nella partitura, ma anche di aiutare la composizione per quanto possibile a superare le sue debolezze, escludendo cadute di interesse negli ascoltatori. Julia Hagen, il 2 marzo al LAC, è riuscita solo in parte nel difficile intento, tuttavia la sua volonterosa e diligente prestazione merita elogio; il pubblico l’ha applaudita con calore.
Sulla quinta sinfonia di Beethoven sono stati scritti fiumi di parole. Una attenzione particolare hanno ricevuto le prime cinque battute, dove gli archi e i clarinetti espongono il primo tema, che è semplicissimo (una figurazione di tre note brevi seguite da una lunga con corona, ripetuta un tono sotto, in «fortissimo»). Sul senso che Beethoven abbia voluto attribuire a tale esordio si sono fatte molte supposizioni: «il destino che bussa alla porta», come avrebbe detto il compositore stesso (ma ci sono dubbi sull’autenticità della citazione), «il grido di un’anima grande in preda alla disperazione» (Berlioz), «è una forza titanica che scrolla le catene imposte al Maestro dalla dura sorte e dai difetti fisici? In ogni caso è una manifestazione di energia e volontà quasi sovrumana» (Max Chop). Alle cinque battute iniziali fanno seguito ripetizioni variate del tema, in «piano», in uno scambio tra violini e viole. Si direbbe che una persona abbia scatenato il suo furore in modo tale che i presenti, sorpresi e intimoriti, bisbiglino, tremanti, quanto hanno sentito. Così la violenza dell’affermazione fatta in principio viene confermata dalle conseguenze su chi l’ha ricevuta. Una interpretazione da aggiungere alle tante. Certamente, non solo le prime battute, ma tutta la sinfonia fa erompere una forza straordinaria; anche i momenti di riposo non fanno che mettere in risalto, per contrasto, l’empito dominante e stimolare il desiderio del suo rimbalzo in primo piano.
Con una partitura del genere l’esuberante direttore Krzysztof Urbanski si è trovato a proprio agio. È stato sempre all’altezza del suo compito con sicurezza e autorità. Ben fusa e compatta si è mostrata l’Orchestra della Svizzera italiana su tutto l’arco della composizione. Cito a caso un paio di eccellenze: bravissimi i corni nel «fortissimo» (con 3 «f») e negli «sforzando» prima del secondo tema del primo tempo; delizioso l’inizio del secondo tempo, in cui viole e violoncelli si sono distinti per purezza di suono e chiarezza del fraseggio.
Sala completa, molti applausi.
Carlo Rezzonico
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