Ugualitarismo o valorizzazione dei talenti?

L’utopista sogna una società ugualitaria. Partendo dal riconoscimento di una uguale dignità umana, alla quale ogni essere umano ha diritto e che nessuno contesta, tende ad ignorare o perlomeno pesantemente sottovalutare il contributo, il ruolo, l’impegno che ogni singola donna o uomo deve alla società in genere e a quella della quale fa parte in particolare.
Partendo da questo errore concettuale – sia pure in alcuni aspetti attenuato – a seconda degli scenari l’utopista chiede un pesante livellamento nella società, mettendo sullo stesso piano funzioni diverse e impegni con responsabilità pesantemente sproporzionate, e tende alla ripartizione delle ricchezze prodotte dalla società in modo il più possibile ugualitario.
Sostiene che il diritto alla ripartizione della ricchezza è dato dal fatto di essere membro della comunità, qualunque siano impegno o ruolo svolti, e non deve trovare l’origine in criteri che tengano in considerazione il merito e l’effettivo contributo dato all’opera di creazione e realizzazione della ricchezza stessa. E così propone il salario di cittadinanza legittimato dal solo fatto di essere parte della società. Ciò capovolge il rapporto in quanto non è il cittadino che deve contribuire allo sviluppo della società, ma la società obbligata a mantenere il cittadino.
L’utopista teorico dimentica purtroppo che la produzione di ricchezza esige talento, impegno, capacità organizzative, abilità nel muoversi sui mercati, capacità di rischio.
Appare pertanto legittima, e anche utile per la società, la richiesta di permettere a chi ha talento di poter aspirare a partecipare alla crescita della società, di avere le opportunità di sviluppar e realizzare le proprie capacità. Per contro appare dunque assurda l’idea, utopistica, di un livellamento generale. Intendiamoci: che tutti abbiano ugual spazio al punto di partenza della propria avventura sociale e anche nella competizione economica dentro la società è una aspirazione per principio legittima e anzi doverosa: quanto più questa aspirazione si realizza, tanto più essa giova alla società intera. Purtroppo, dobbiamo ammettere che nonostante i progressi evidenti, questa aspirazione è lungi dall’essere compiutamente realizzata. Per contro, è una manifesta e costosa illusione la pretesa che tutti arrivino al traguardo – indipendentemente dalle differenze di capacità e spesso di impegno – nel medesimo tempo e allo stesso livello. E quanto pericolosa sia questa illusione lo prova il disastro di ogni regime comunista o simile che ne abbia tentato l’applicazione pratica.
Detto questo, due aspetti molto delicati e impegnativi non vanno dimenticati. Le condizioni famigliari, non solo finanziarie, ossia le condizioni di partenza, sono purtroppo tali talvolta da penalizzare ingegni che sarebbero utili alla società, e che ci mancheranno più tardi sullo scacchiere culturale ed economico.
Il mio giudizio in materia è forse a volte duro rispetto alla necessità di un forte impegno personale per il raggiungimento di traguardi positivi. Sono evidentemente condizionato e influenzato dall’essere cresciuto in una armoniosa famiglia piccolo borghese, con un padre funzionario di banca che la sera a casa teneva l’amministrazione dei Cinema della famiglia luganese Tami per permetterci qualche maggiore agio.
Poi, allo scadere dei miei 20 anni mio padre muore e io conosco concretamente la realtà delle ristrettezze economiche: dalle quali tuttavia ho la prova che si può uscire con molto impegno e con molto lavoro e con la certezza che la necessità aguzza l’ingegno. E soprattutto non reclamando subito l’assistenza dello Stato.
Concludendo: sono stati fatti passi da gigante nel campo dell’uguaglianza delle condizioni di partenza ma purtroppo vi sono ancora delle palesi mancanze le quali non permettono che, nell’interesse anche della società, tutti possano realmente sviluppare i proprio talenti.
Dobbiamo continuare nell’impegno e insistere con pazienza per favorire una evoluzione continua di questa condizione ideale di partenza per i talenti e per le potenzialità di impegno e lavoro. Anche se non si è ancora, e forse mai, soddisfatti di quanto si è ottenuto, la soluzione peggiore sarebbe di buttare tutto all’aria rovinando quanto si è fatto, solo per poter deprecare una situazione che ha compiuto innegabili progressi ma deve ancora migliorare. Questo, in sintesi, mi pare essere il giudizio di un pensiero conservatore.
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