UDC-Lega: fra alti e bassi, un rapporto proficuo
I primi tentativi di collaborazione
Sono entrato nell’UDC nel lontano 1998, quando Alessandro von Wyttenbach – oggi presidente onorario – assunse la guida della sezione ticinese che stava andando alla deriva (un solo deputato in Gran Consiglio), al contrario del partito nazionale che, dopo la «svolta blocheriana» a seguito della vittoria nella votazione contro lo SEE del 6 dicembre 1992, andava raccogliendo consensi in tutto il resto della Svizzera. Si stavano preparando le elezioni cantonali del 1999, fui immediatamente cooptato nella direttiva che necessitava di nuovi quadri e venni candidato nella lista per il Gran Consiglio.
La Lega doveva giocare tutte le sue carte per il mantenimento dei due seggi in Consiglio nazionale conquistati nel 1991, l’UDC ambiva ad aumentare i suoi in Gran Consiglio. A quel tempo, anche la legge cantonale permetteva la congiunzione delle liste e quindi furono avviati dei colloqui fra Nano Bignasca e la direttiva dell’UDC. Il risultato fu la congiunzione delle liste per entrambe le elezioni con l’intesa che, nel caso di una riconferma dei due seggi al Nazionale, uno sarebbe stato ceduto dalla Lega all’UDC. Nero su bianco, «Cente» Pinoja, che aveva partecipato alla trattativa, mi mostrò l’accordo sottoscritto da Nano Bignasca, tutto fiero del risultato ottenuto. Senonché, Bignasca l’aveva firmato ben conscio – cosa che evidentemente non era il caso per i nostri – che una sua applicazione non era permessa dalla legge. E quindi, a livello di Consiglio nazionale, non se ne fece niente. Per ciò che riguarda il Gran Consiglio, invece, grazie oltre che alla congiunzione, anche alla confluenza nell’UDC di Gianfranco Soldati e del suo Polo delle libertà, triplicammo la nostra presenza nel parlamento cantonale con tre eletti: Gianfranco Soldati, Roger Etter e Paolo Camillo Minotti.
Una storia di conflitti, ma non solo
Da quel momento, nei nostri rapporti ebbe inizio un periodo di alti e bassi, nel quale si alternavano momenti di puro gregariato da parte UDC a rigurgiti di «orgoglio partitico» (dopotutto, nel frattempo, l’UDC era diventata il maggiore partito svizzero e il ruolo di gregario andava stretto allo zoccolo più duro del partito) che, soprattutto, emergevano quando si trattava di elaborare una strategia elettorale, ovvero ogni quattro anni. Congiunzione o corsa solitaria? Nonostante personalmente fossi un fautore della seconda alternativa, dovetti ben presto arrendermi di fronte alla dura realtà: il mio partito non era pronto – o non aveva la forza (ancora) – per competere con un movimento, la Lega, che era già sul campo da quasi un decennio dopo aver cavalcato con successo la campagna contro lo SEE del 1992 e il conseguente trionfo in votazione, mentre noi avevamo perso il treno adottando la «svolta blocheriana» solo nel 1998. C’erano poi altri fattori a favore della Lega: innanzitutto, la personalità di quella specie di «caudillo» nostrano che era Giuliano Bignasca il quale, non essendo legato da logiche partitiche, poteva affermare tutto e smentire altrettanto, dall’alto del suo un giornale – il Mattino della domenica – veicolo propagandistico eccezionale. In altre parole, la Lega era all’apice della popolarità. Noi, al contrario, eravamo vincolati da una rigida struttura partitica – e quindi gerarchica, in termini di linee politiche – che ci obbligava a mantenere un atteggiamento logico e coerente anche quando inviso ai nostri stessi elettori, in particolare in materia di politica sociale ed economica. In altre parole, laddove noi dovevamo per coerenza sostenere tesi andanti contro la socialità (o, meglio, l’assistenzialismo) o a favore dell’economia, la Lega se ne poteva distanziare, evitando così di perdere preziosi consensi.
Lega e UDC non sono la stessa cosa
Questi due sono temi sui quali Lega e UDC si differenziano nettamente. Il fatto però di condividere totalmente la visione sulla politica internazionale (UE, ONU, Schengen, stranieri, asilo, ecc.) ha istillato nell’immaginario collettivo ticinese che «votare Lega o UDC, in fondo, è la stessa cosa». Non è così, ma ciò dà all’elettore UDC – quando in contrasto con le prese di posizione sociali ed economiche di quest’ultima – un’alternativa per sostenere la Lega senza avere l’impressione di tradire e quindi senza sensi di colpa. E questo fu lo scotto da pagare ogni qualvolta negammo l’aiuto ai «cugini» per tentare la via solitaria. L’esempio classico furono le elezioni cantonali del 2007.
Un po’ di storia
Sì, perché con il divieto della congiunzione delle liste entrato in vigore nel 2004, per dare la sicurezza a Marco Borradori di conservare il seggio in Consiglio di Stato avremmo dovuto candidare il nostro o un paio di nostri candidati in una lista unica UDC/Lega, ovviamente senza alcuna speranza di successo. Le alternative erano di non presentare alcuna lista, semmai invitando i nostri elettori a votare per Borradori, oppure di correre con una nostra lista sapendo in anticipo di non avere alcuna chance, ma togliendo il nostro voto al candidato della Lega. Non disponendo comunque di un candidato con un minimo d’esperienza in un esecutivo, in un primo tempo la direttiva UDC aveva optato per la rinuncia «tout court» a qualsiasi velleità per il governo cantonale. Apriti o cielo! La parte più sfegatata del comitato cantonale insorse: mai era capitato che il partito non presentasse una sua lista, essere candidato in quest’ultima serviva da traino anche per l’elezione in Gran Consiglio, non correre sarebbe stato un segno di debolezza controproducente, e via di questo passo. Nel frattempo, il sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni si era offerto di aderire all’UDC per cui, anche la tesi della mancanza di un candidato con esperienza in un esecutivo veniva a cadere. E così, la direttiva del presidente Paolo Clemente Wicht, di cui facevo parte anch’io come segretario cantonale, cambiò rotta e accontentò il comitato proponendo la presentazione di una lista UDC anche per il Consiglio di Stato. La Lega non la prese bene, naturalmente e, dall’alto del Mattino della Domenica cominciò ad additarci al pubblico ludibrio, tacciandoci di partner inaffidabili che le avevano «dato uno schiaffo» e invitando la nostra base al «voto utile» – quello dato ai loro candidati, ovviamente, mentre inutile sarebbe stato votare i nostri che non avevano alcuna chance. Ci furono addirittura articoli che proclamavano: «Votare UDC è come votare socialista!». Con il senno di poi, e visto il voltafaccia di Martignoni che solo alcuni mesi dopo, per le comunali, avrebbe lasciato il partito per fondare il suo movimento «Il Noce», non posso dar loro torto anzi, non esito a definire il mio appoggio all’ex sindaco di Bellinzona, il più grande errore della mia «carriera» politica. Sia come sia, il risultato fu catastrofico. Mentre in Consiglio di Stato, Borradori veniva comunque rieletto brillantemente, l’operazione fu estremamente negativa per noi a livello di Gran Consiglio. Perdemmo uno dei sei seggi faticosamente conquistati quattro anni prima e fu solo grazie alla 2a ripartizione che, con i decimali restanti, riuscimmo a salvare il quinto che ci permetteva di fare gruppo. Personalmente, questo mi insegnò una cosa: litigare con la Lega, per l’UDC era controproducente, il nostro stesso elettorato ci puniva e, poiché «votare Lega o UDC, in fondo, è la stessa cosa», ci negava il suo consenso.
Nel 2011 corremmo solo per il Gran Consiglio, senza accordi specifici, ma anche senza conflitti particolari: la Lega raddoppiò in Consiglio di Stato, affiancando Norman Gobbi a Marco Borradori, a spese del PLR. In parlamento, noi riconfermammo i 5 seggi, mentre la Lega ne aggiunse 6 ai 15 che già deteneva. Aumentammo in compenso la nostra forza elettorale a livello federale, eleggendo Pierre Rusconi in Consiglio nazionale.
Nel 2015, dato che Area Liberale era disposta a correre con noi ma non a confluire direttamente nel partito, presentammo una lista UDC-UDF-AL, con la denominazione «La Destra» illudendoci di concentrare i consensi del Ticino liberal-conservatore. Una chimera! Riuscimmo a mantenere i 5 seggi, con la differenza che due andarono ai nuovi arrivati di Area Liberale. Quest’ultimi sarebbero poi confluiti ufficialmente nell’UDC nel 2015, con un risultato decisamente migliore e con un partito che iniziava la sua progressiva ascesa. Ma intanto avevamo perso quattro anni.
Nel frattempo, i rapporti con la Lega erano andati stabilizzandosi – perlomeno su un livello di non belligeranza – per cui nel 2019 potemmo concordare una strategia comune per tutta la tornata elettorale (cantonali, nazionali e comunali), presentando una lista Lega-UDC per il Consiglio di Stato, e assicurando così la rielezione dei due candidati leghisti. Il risultato si fece immediatamente sentire con l’elezione di ben 7 deputati UDC in Gran Consiglio, per il quale correvamo separatamente. Finite le dispute, il nostro elettorato tornava a sostenerci. Al Nazionale, Marco Chiesa sostituiva Pierre Rusconi.
Infine, nel 2023, la strategia si riconfermò efficace estendendosi però anche al Consiglio degli Stati, alla cui elezione di Marco Chiesa l’apporto della Lega fu essenziale. Anche la presenza in Consiglio nazionale fu raddoppiata, con l’entrata di Piero Marchesi e Paolo Pamini. In Gran Consiglio 9 seggi, a conferma di una progressiva e costante crescita e la fine (definitiva, si spera) del nostro ruolo di gregario.
Le condizioni sono cambiate
UDC Ticino è oggi una realtà molto presente e propositiva, con alle spalle diversi successi a livello di votazioni popolari su temi parlamentari, mentre la Lega ha perso in questi ultimi anni un po’ di smalto. Non dimentichiamo poi il costante aumento in tutti questi anni anche del consenso a livello comunale, in particolare a Lugano, ma anche in numerosissimi comuni ticinesi. Non è che i ruoli si siano invertiti, ma si può trattare perlomeno alla pari.
La tornata elettorale del 2027 può sembrare ancora lontana ma, in realtà, è dietro l’angolo. È un fatto che, dimissionando dal Consiglio di Stato uno dei due ministri leghisti, la possibilità che gli subentri un UDC è tutt’altro che peregrina. Ciò può creare malcontenti, ma a questo punto occorre valutare bene il problema e, soprattutto, considerare il «voto utile» alla causa della destra. In altre parole, sempre che uno dei due Consiglieri di Stato leghisti non si ripresenti – non ho nessuna conferma in tal senso – è meglio che gli subentri un UDC o che il seggio venga semplicemente perso a favore della sinistra (non necessariamente il PS, anche PLR e Centro sono ormai in quell’area)?
Non litighiamo!
La mini-storia testé evocata ci insegna che gli anni di «pace» fra i nostri due partiti sono stati molto più proficui di quelle sprecati a farci reciprocamente concorrenza, per non dire dispetti e ripicche. Solo continuando così possiamo portare in avanti una politica che in parte preponderante ci accomuna. L’efficace alleanza degli ultimi anni sta a dimostrare che siamo abbastanza maturi per farlo.
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