Salario mimino, misura realmente efficace?

Dic 1 • Dal Cantone, Dall'UDC, L'opinione, Prima Pagina • 476 Views • Commenti disabilitati su Salario mimino, misura realmente efficace?

Roberta Soldati Deputata UDC in Gran Consiglio

Durante la seduta dell’11 dicembre 2019, quando in Gran Consiglio venne discussa e approvata la Legge sul salario minimo, il gruppo UDC ribadiva che questo strumento era «fuorviante e inefficace a proteggere il livello salariale dei ticinesi e dei residenti»; e sempre in quell’occasione evidenziavamo parecchie criticità, fra cui: (i) il fatto che i principali beneficiari sarebbero stati i frontalieri; (ii) il rischio che per molti lavoratori residenti esso sarebbe stato il salario massimo di domani; (iii) non era lo strumento giusto per combattere il «dumping» salariale, né l’effetto sostituzione; (iv) lavorare in Ticino sarebbe stato ancora più attrattivo per i frontalieri, partendo dalla certezza di un salario minimo molto più elevato rispetto agli stipendi in uso oltre confine e (v) il rischio di un forte aumento del precariato con tutti i disagi connessi.

L’UDC reputava che gli effetti negativi sarebbero stati senz’altro superiori alle poche correzioni che il provvedimento avrebbe apportato al mercato del lavoro ticinese.

Ma tant’è: il salario minimo è entrato in vigore il 1° gennaio 2021.

Nella seduta del 18 novembre 2024 il Gran Consiglio si è chinato sugli effetti del salario minimo dalla sua entrata in vigore.

Per stabilirne l’impatto sul mercato del lavoro ticinese, all’art. 10 della Legge sul salario minimo venne previsto che entro il 30 giugno 2024 il Consiglio di Stato avrebbe dovuto presentare un Messaggio contenente una valutazione sugli effetti, sfociata appunto, nello studio allestito dall’Istituto delle Ricerche economiche (IRE) datato 31 maggio 2024.

Questo lavoro di analisi si basa su un periodo temporale molto contenuto (circa 2 anni) ed è caratterizzato dagli strascichi della pandemia, dall’aumento della richiesta di energia, con il corrispondente incremento di costo, da un aumento dell’inflazione e altri fattori internazionali.

Fatta questa premessa, un dato che è emerso dallo studio dell’IRE è che l’introduzione del salario minimo ha interessato circa l’8% dei lavoratori (ossia 2’438 persone) e di questi, il 78% erano frontalieri.

Sugli effetti dell’introduzione del salario minimo, lo studio dell’IRE non conduce, seppure alcune forze politiche hanno tentato di farlo credere, a delle conclusioni certe e ineccepibili. In più punti lo stesso referto relativizza sia i dati che le conclusioni.

Infatti:

  • in relazione all’effetto sul salario orario, se da una parte si afferma che apparentemente non sembrerebbero esserci state delle variazioni, dall’altra si precisa che il campione di riferimento era limitato al settore manufatturiero e che tale campione selezionato prima e dopo l’introduzione del salario minimo, «risultava molto diverso in alcune variabili chiave» (pag. 38);
  • in relazione all’effetto sui redditi lo studio afferma che vi è stato un aumento dei redditi inferiori al salario minimo stabilito (e questo non poteva essere che così), ma che ciò  ha interessato soprattutto i lavoratori stranieri.

Questo è quanto sosteneva già nel 2019 il gruppo UDC. In pratica il salario minimo ha incrementato il tenore di vita dei lavoratori frontalieri, laddove per definizione esso è inferiore al nostro; senza contare l’ulteriore beneficio che essi hanno avuto grazie al cambio favorevole Euro – CHF;

  • in relazione agli effetti sull’economia ticinese i settori considerati dallo studio dell’IRE sono stati quelli dell’attività dell’industria estrattiva, manufatturiera e costruzioni.

Apparentemente, nello studio viene affermato che non sembrerebbero emergere delle conseguenze sul numero delle aziende presenti sul territorio; tuttavia, sempre lo studio rende attenti che «vi potrebbe essere un ritardo temporale sull’emergere degli effetti». Inoltre, si prosegue affermando che: «la limitata significatività statistica dei risultati richiede cautela nell’interpretazione»;

  • in relazione agli effetti sulle prestazioni di sicurezza sociale viene detto chiaramente che «rimane estremamente difficile valutare quale impatto abbia effettivamente avuto l’introduzione del salario minimo sulle prestazioni LAPS».

Lo stesso Studio sottolinea che i risultati devono essere interpretati con cautela, in quanto: e cito: «vi sono differenze importanti e non trascurabili del campione prima e dopo l’introduzione del salario minimo. Verosimilmente la politica ha auspicato una valutazione sull’impatto dell’introduzione del salario minimo in un arco di tempo troppo ristretto per poter contare su dati sufficientemente robusti.» (pag. 52 del rapporto).

Il Rapporto dell’IRE è pertanto tutt’altro che esaustivo ed è ben lungi dall’adempiere al compito sancito dall’art. 10 della Legge sul salario minimo.

Le criticità che l’UDC evidenziava nel 2019 non sono dunque state smentite in modo inequivocabile, anzi.

Per chi vede il salario minimo come una panacea di tutti i mali dei lavoratori, occorre considerare che esso va a creare delle distorsioni lungo la catena salariale dei salari superiori, soprattutto laddove si vanno a stabilire delle soglie salariali più alte e distanti dalla soglia di livello «sociale».

In futuro, le conseguenze per l’occupazione saranno maggiori per le imprese che non potranno trasferire sui prezzi ai clienti i maggiori costi derivanti dal salario minimo o potranno farlo solo limitatamente. Ricordo che ciò è il caso anche di diverse aziende in Ticino, non necessariamente di basso valore aggiunto, bensì che hanno attività con margini di guadagno estremamente ridotti.

Di conseguenza l’«affaire» salario minimo è tutt’altro che conclusa. In futuro, si abbia l’accortezza di continuare a monitorare il mercato del lavoro ma, soprattutto, di avere il coraggio di prendere delle misure, anche incisive, laddove si rendessero necessarie.

La via dell’imposizione dei salari è contraria alla tradizione Svizzera, basata invece sul dialogo fra le parti sociali.

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