L’organizzazione della società

Qualsiasi forma di vita associativa necessita di un’organizzazione. Questo principio vale per le associazioni di cittadini che si uniscono per le ragioni più varie, ma vale anche per le forme di Stato, piccole o grandi che esse siano. Le associazioni civili che operano nei più svariati campi, dall’economia alla filantropia, ai club, alle associazioni sportive, non possono fare a meno di organizzarsi. Non riesco a concepire una possibilità di associazione tra umani che possa fare a meno di una struttura organizzativa.
È quindi indispensabile che vi sia una serie di condizioni di base: avere delle regole, designare un’autorità che applichi le regole, avere dei tribunali che garantiscano la corretta applicazione di queste regole e giudichino in merito alle divergenze tra i membri della società.
Succede (e questa è la politica, con le sue decisioni, le quali non sempre sono le migliori) che le regole possano favorire arbitrariamente alcuni e non tutti i settori della società: l’autorità, purtroppo, è sempre più raramente democratica, ma piuttosto autocratica o dittatoriale. Dei 193 Stati che aderiscono all’ONU la maggioranza, purtroppo, non può venir considerata democratica o tendenzialmente democratica.
Ora, quali democratici che si augurano la sconfitta di certe indegne forme di dittatura (sul filo dell’attualità il pensiero corre a Maduro ma ve ne sono molti, troppi altri) e da conservatori convinti che non esista migliore strutturazione di quella democratica per l’organizzazione sociale, sappiamo che l’assenza di regole e di un’autorità sarebbe accompagnata dal disordine, dal caos e dalla prepotenza della legge del più forte. Ma vi è di peggio. Il disordine, facilitando i più forti e spregiudicati, porta, attraverso le vie (spesso camuffate, o giustificate e motivate da generosi ideali) della rivoluzione, alle peggiori dittature. Gli esempi non mancano.
Tornando alla triade regole-potere-ordine giudiziario e ammettendo che il quadro si sviluppi in una situazione di sufficiente equilibrio democratico, la realtà rifletterà il risultato delle politiche adottate, vale a dire degli scontri (legittimi) di interessi tra le varie componenti della società che dovrebbero garantire l’equilibrio.
Quali conservatori sappiamo che anche il migliore dei risultati di questi scontri democratici (e di difesa di interessi) sarà sempre imperfetto, ci sarà sempre chi si considererà sfavorito da leggi e decisioni, magari pure a ragione. Ma sappiamo anche che non c’è altra migliore strada per reggere i pe la cosa pubblica. Il tempo affina le sensibilità, rende più evidenti gli squilibri, permette anche di disporre di informazioni, tecniche, mezzi inesistenti nel passato per migliorare i giudizi. L’esperienza ci insegna pure che approfittare di momentanei squilibri nella società e di posizioni temporanee di forza può essere all’origine di maggiori disagi e compromettere il futuro. La triade di «regole, autorità e giurisdizione» è la sola garanzia di successo ed essa tanto meglio funzionerà quanto più il paese sarà coeso e gli interessi esistenti saranno equilibrati dall’intelligenza con cui verranno perseguiti. E questa è musica per delle orecchie conservatrici.
Naturalmente, sappiamo bene che tutti questi princìpi si impastano nel mistero della natura umana: ammetto che chi opera nelle svariatissime forme che la società civile presenta non è per questo sempre una persona corretta e perbene. Se fossimo tutti dei perfetti galantuomini senza alcuna ombra (cosa
impossibile conoscendo appunto la natura umana) nel nostro vocabolario non figurerebbero parole quali «imbroglione, truffatore, inaffidabile» e non si parlerebbe di avidità.
È parimenti vero che se la società civile si impegnasse maggiormente a chiarire in casi scandalosi – vedi per esempio le recenti e gravi vicende del Credit Suisse – certe palesi responsabilità, ciò faciliterebbe eventuali sanzioni giudiziarie, e lo Stato avrebbe meno stimoli (o pretesti) per intervenire.
Detto questo, lo spartiacque del giudizio consiste nel fatto che da un lato taluni ritengono che tutti coloro che operano nell’economia siano dei potenziali furfanti e pertanto giustificano interventi e controlli preventivi a priori, che appesantiscono le attività, costano molto amministrativamente e non sono sempre efficienti. Il conservatore, invece, con realismo, ritiene che qualche modesta irregolarità sia meno costosa per la società piuttosto che una cappa asfissiante di controlli che costa all’economia
e non porta vero vantaggio alla società.
Ovviamente non la pensa così la classe dei burocrati che non solo non producono ricchezza, ma sembrano impegnati a escogitare sempre nuovi modi per ostacolare chi la produce.
Continua nel prossimo numero
« L’antiterrorista climatico Immigrazione fa rima con islamizzazione »
