L’oasi felice UE

Set 17 • L'opinione, Prima Pagina • 150 Views • Commenti disabilitati su L’oasi felice UE

Dr. Francesco Mendolia

 

Ho terminato di raccogliere queste notizie il giorno 8 settembre 2021. ll giorno  8 settembre 1995  intesa a Ginevra sulla questione Bosniaca.

La fine dell’era di Angela Merkel rischia di dividere di nuovo la Germania in due

Est e ovest si sono riunificati trent’anni fa, ma sono rimasti due mondi molto lontani, con il ricco occidente che ha occupato quasi tutti i posti di potere. E l’emergere dell’estrema destra dell’AFD è un sintomo di questa spaccatura mai sanata. Il ritiro di Angela Merkel crea un vuoto difficile da riempire. Un vuoto che rischia anche di riaprire la cicatrice non del tutto guarita tra le due Germanie. Tutto dipenderà dal prossimo governo. Nel peggiore dei casi potrebbe dar via all’alienazione di una parte della popolazione e alla radicalizzazione dell’AFD nelle regioni che facevano parte della DDR, la Repubblica Democratica Tedesca, fino al 1990. La Germania unita è un paese giovane. L’anno scorso ha festeggiato i trent’anni di riunificazione, una riunificazione economica e politica nata da un desiderio democratico profondo dei Tedeschi da entrambi i lati del muro e resa possibile grazie a un atto di fede internazionale, non salutato sempre con entusiasmo. Resta celebre la frase di Andreotti: «Adoro talmente i Tedeschi che di Germanie ne vorrei avere sempre almeno due». La sfida era di fare della Germania unita una Germania omogenea e pacifica. Dal 1989 al 1990 la vita non è cambiata molto per i Tedeschi dell’ovest. Per i Tedeschi dell’est, invece, è cambiato tutto. I nuovi Länder, Brandeburgo, Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia, Meclemburgo-Pomerania anteriore, furono aggiunti alla Germania dell’Ovest, un’amministrazione fiduciaria si è occupata della privatizzazione immediata delle ditte e nelle posizioni di potere furono messi Tedeschi dell’Ovest. Per la popolazione della ex Germania Orientale, da un momento all’altro, il sistema che era stato definito «nemico di classe» dal governo comunista, diventa la regola. Mentre la politica e l’economia si possono unire sulla carta, le abitudini e le mentalità differenti rimangono. Nella Germania dell’Est il cambiamento di sistema ha generato uno scetticismo rispetto alla politica. Di più: rispetto alla democrazia. Il 40 percento dei cittadini della Germania Est non va alle urne, i grandi partiti hanno il 30 percento in meno di membri rispetto alla parte occidentale del Paese. E questo viene rinforzato dai pregiudizi del resto della Germania con  la narrazione dispregiativa dell’«Ossi», il Tedesco dell’Est, che continua a trovare ospitalità sulla stampa. Poi ci sono le differenze strutturali che mostrano fino a che punto la Germania dell’Est rimane svantaggiata. I Tedeschi dell’ovest dominano ancora nelle funzioni di leadership nella Germania dell’Est, nel pubblico come nel privato. Un’inchiesta della radio pubblica MDR (Mitteldeutscher Rundfunk) del 2021 ha rivelato che tutti i 29 segretari di Stato nei Länder della Germania dell’Est provengono dall’Ovest. Dei 108 rettori universitari nei nuovi Länder soltanto due vengono dall’Est e sono solo due su 183 i membri dei comitati direttivi delle 30 ditte quotate nell’indice Dax. Secondo un’analisi della fondazione Wüstenrot, le regioni dell’Est sono le più svantaggiate in tutta la Germania, con un’aspettativa di vita più bassa, redditi inferiori, un alto livello di giovani che abbandonano la scuola senza diploma, assistenze locali poco sviluppate e così via. Fino a qualche anno fa non si parlava di queste disuguaglianze: è stata l’AFD a richiamare l’attenzione di Berlino sulla tematica. Il 25 percento dei Tedeschi dell’Est dà il proprio voto all’AFD, accettando posizioni spesso apertamente naziste e xenofobe. Björn Höcke, portavoce dell’AFD in Turingia e fondatore del raggruppamento fascista «Der Flügel», è conosciuto in tutta Europa per aver paragonato il memoriale della Shoah berlinese a un memoriale della vergogna. Nella Germania dell’Est, tali aberrazioni vengono accettate. È vero che anche nella parte occidentale opinioni di questo tipo si sono fatte strada, ma nell’Est il fenomeno è più presente. L’8.8 percento dei tedeschi dell’Est (l’1.8 percento nella Germania dell’Ovest) accetterebbe una dittatura di destra. Lo dimostra un’indagine della Fondazione Heinrich Böll dell’anno scorso. La quota delle persone apertamente xenofobe rimane alta nell’Est: il 27.8 percento (il 13.7 nella Germania dell’Ovest). Quelli che pensano che gli stranieri stiano soltanto sfruttando lo Stato sociale sono il 43.9 percento (il 24.5 nella Germania dell’Ovest). Preoccupa il fatto che non si tratta solo della parte più anziana della popolazione, cresciuta nel sistema comunista. Anche molti elettori più giovani, che non hanno conosciuto il muro, esprimono convinzioni xenofobe e fanno dell’AFD il loro partito. Gli elettori dell’Est potranno avere un peso decisivo nelle elezioni di settembre, comunque vengono spesso dimenticati. L’onorevole Marco Wanderwitz, nato lui stesso nella DDR, ha dichiarato in un’intervista che una parte della popolazione deve essere considerata «persa» per la democrazia, essendo stata socializzata in un sistema dittatoriale. Un messaggio deludente e molto pericoloso. L’SPD e la CDU, i due partiti attualmente più forti nei sondaggi, dovranno lottare per convincere i cittadini dell’Est che i loro programmi prendono atto dei loro bisogni e delle loro sensibilità. Se non ci riusciranno, andrà tutto a vantaggio dell’AFD.

L’Espresso di Amelie Baasner 2021)

 

Le nuove armi turche per controllare il Mediterraneo

La Turchia non punta solo ai droni aerei, ma anche alle imbarcazioni senza pilota. Una svolta iniziata da qualche anno e che sta manifestando uno sviluppo molto rapido specialmente dalla fine del 2020. L’ultima notizia, in tal senso, arriva dal Daily Sabah, uno dei principali organi di informazione turchi. Il media anatolico ha annunciato che il colosso della difesa Aselsan ha progettato insieme a Sefine Shipyard delle nuove piattaforme (sia per il controllo della superficie sia antisommergibile) che per Ankara rappresentano un ulteriore tassello nella sua politica di controllo del mare. Quella che per molto tempo è stata sintetizzata nella «Patria Blu». La Difesa turca punta ad averli già entro la fine dell’anno. Si tratta di mezzi praticamente indigeni, frutto di una sinergia tra vari segmenti dell’industria turca benedetta dal governo di Recep Tayyip Erdogan. Un sistema di nazionalizzazione dell’industria bellica che in Turchia ha uno dei suoi pilastri nel progetto Milgem e che ha lo scopo non solo di rifornire gli arsenali nazionali senza passare per l’importazione, ma anche quello di vendere questi sistemi all’estero. I droni turchi sono già un oggetto particolarmente ambito in diversi Paesi europei e asiatici. E adesso Ankara ha interesse a estendere questo mercato anche al settore marittimo. Un doppio binario che nasce quindi da due esigenze molto sentite dall’amministrazione turca. Da una parte l’obiettivo di rendere la propria difesa sempre meno legata all’estero. Un problema che per la Turchia è diventato centrale soprattutto dopo aver compreso la fragilità della filiera in caso di blocco politico da parte dell’Occidente. Il caso degli F-35 – pur con tutte le differenza del caso – è stato esemplificativo di un pericolo in agguato per Erdogan: fare una politica estera sempre più autonoma dipendendo a livello militare da Bruxelles e Washington equivale a dover ridurre le aspettative del proprio operato.

(https://it.insideover.com/ Lorenzo Vita 6 settembre)

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