La piaga del 21° secolo: sempre meno valori coesivi
A scanso di equivoci, premetto che le mie riflessioni riguardano prevalentemente l’Occidente, al suo passato storico e al suo decadentismo attuale.
Viviamo in un’epoca sempre più caotica, la gente è confusa, i valori importanti non sono più quelli tradizionali (patria, famiglia, chiesa, eccetera) anzi, questi vengono vieppiù banalizzati o addirittura derisi, facendo posto ad altri, creati su misura e connaturati al momento e al luogo in cui vengono ritenuti necessari. Spesso con un’interpretazione arbitraria per dare loro una seppur fasulla legittimazione.
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La religione
Non è più l’«oppio dei popoli» di marxistica memoria. Salvo che per una minoranza in via d’estinzione, il popolo non lo trascina più come in passato quando – forse più la paura dell’inferno che non la speranza nel paradiso, o forse una calibrata miscela delle due cose – la gente ne accettava i dogmi fino all’estremo del martirio.
Se da un lato questo è bene – gli abomini perpetrati in nome della religione non avrebbero trovato posto nemmeno nell’antichità, se non fossero stati sostenuti dal cieco fanatismo – dall’altro c’è un effetto decisamente negativo sulla società moderna: è venuto a mancare l’effetto comunitario che la religione esercitava sulle masse. Personalmente, sono agnostico e del tutto indifferente al fatto che un Dio esista oppure no. Non ho chiesto io di venire al mondo, e quindi non vedo perché ne dovrei essere grato a qualcuno, foss’anche un’entità soprannaturale. Ma, nel contempo, non posso non rimpiangere i tempi in cui la Messa della domenica era un’occasione di incontro per persone e famiglie, la religione era un simbolo di appartenenza a una comunità. Era il valore di coesione per antonomasia.
Il servizio militare
A me non è mai piaciuto ricevere l’ordine di marcia e, personalmente, ho spesso cercato di schivare il servizio militare con espedienti di vario tipo. Ma anche qui, come per la religione, ne riconosco il valore educativo e rimpiango i tempi in cui non ci si poteva sottrarre facilmente con alternative del tutto legali quali il servizio civile. Oggi si banalizza il dovere di servire la patria in uniforme, lo si considera un inutile e ormai anacronistico retaggio di tempi andati e che si ritiene – a torto – non possano più tornare. Ma al di là dell’utilità di un esercito di fronte alla minaccia della guerra moderna, il servizio militare rappresenta ai miei occhi un valore di coesione incommensurabile, specialmente in un paese di più lingue e culture come il nostro. Prendete, infatti, uno Svizzero tedesco, un Romando e un Ticinese, e metteteli allo stesso tavolo dell’osteria: dopo dieci minuti il discorso verterà sulle proprie memorie militari. Per forza di cose, perché è (o perlomeno era) un’esperienza comune, con i suoi ricordi, belli o brutti che siano.
Il genere (o sesso)
Oggi essere maschio o femmina non è più un valore da accettare – con orgoglio o rassegnazione, ma madre natura ci ha fatto così – ci si può ribellare e pretendere di scegliere il sesso che più ci aggrada, indipendentemente dall’organo urogenitale che ci troviamo fra le gambe. Essere gay non è più un’aberrazione mentale, bensì una qualità di cui andare fiero o fiera o, per i più indecisi, fier*(Gay pride o orgoglio omosessuale).
La famiglia
Un altro tasto dolente. Alla famiglia tradizionale – padre, madre, figli – in virtù dell’affermarsi dei movimenti LGBTQ+… (XYZ), si vanno vieppiù ufficializzando tipi di famiglie che di tradizionale non hanno più nulla: coppie di maschi (si fa per dire), di donne e ora anche coppie di LGBTQ+… (XYZ), con rispettivi figli adottivi, concepiti in vitro o tramite uteri in prestito, sono ormai la normalità. La perdita del valore tradizionale di famiglia è sottolineato dal fatto che i movimenti LGBTQ+… (XYZ) hanno ottenuto e continuano a ottenere il riconoscimento ufficiale delle autorità (che ci volete fare, ormai sono molti e il loro voto è importante per i politici).
Il linguaggio, rispettivamente la presunta discriminazione
Il linguaggio ha dovuto essere modificato – a suon di imposizioni e sentenze giudiziarie – per non «offendere la sensibilità» di minoranze etniche o dei «diversi». Ma qualcuno ci pensa alla sensibilità di coloro che fino a ieri potevano fregiarsi del titolo di «normali»? Alla mia sensibilità, per esempio, dà fastidio vedere in TV un uomo che parla di «suo marito» o una donna che altrettanto parla di «sua moglie», ma non ne faccio una questione di principio essenziale. Altrettanto dicasi dei telefilm odierni in cui non può mancare l’elemento nero (non importa se si tratta di un documentario sui popoli esquimesi del circolo polare artico), gay o la coppia omosessuale. Per non parlare delle case cinematografiche che «rivisitano» i classici della letteratura, cambiando il colore o il sesso dei protagonisti, a costo di snaturarne dei contenuti che hanno evidenziato per secoli dei valori che oggi una società di squinternati ha deciso di rifiutare.
Libertà
Mai un termine fu più abusato e interpretato a proprio vantaggio. In nome di essa furono perpetrati crimini spesso non meno gravi di quelli commessi in nome dell’oppressione. Può essere definita libertà quella che alcune potenze – USA in primis, ma anche altre – si sentono di imporre ad altri, sotto forma di democrazia quale merce d’esportazione? Secondo me no, e sicuramente non è per buon cuore verso gli abitanti che le superpotenze ingeriscono negli affari interni di altri paesi. Iracheni, Coreani, Vietnamiti, Libici, Siriani, eccetera, ne sanno qualcosa.
No, la libertà quale valore di coesione è quella per cui tutto un popolo è disposto a sacrificarsi per mantenerla. Ma, per citare una massima dello scrittore americano Will Durant: «La civiltà inizia con l’ordine, cresce con la libertà, e muore nel caos».
E, avendo ormai esagerato con la libertà, a finire nel caos siamo destinati, perdendo vieppiù quei valori coesivi che fino a ieri davamo per scontati.
« La Svizzera dei 10 milioni: il Consiglio federale non fa nulla per combattere l’immigrazione eccessiva Die Plage des 21. Jahrhunderts: immer weniger kohäsive Werte »

