Il multiculturalismo

Nov 16 • L'opinione, Prima Pagina • 456 Views • Commenti disabilitati su Il multiculturalismo

Ing. Giuliano Anastasi
Già deputato in Gran Consiglio

Che il multiculturalismo di una nazione sia un bene prezioso viene spesso propagandato da politici e media per giustificare scelte in materia di immigrazione che quasi sempre la maggioranza silenziosa non critica apertamente, semplicemente perché il linguaggio da impiegare sarebbe giudicato politicamente scorretto. A guardare la Svizzera, però, non si può non vedere nel suo multiculturalismo una connotazione positiva di un paese che ha raggiunto un elevato livello di civiltà, spesso invidiato da altri. Ma da qui ad estrapolare la positività del multiculturalismo di tipo svizzero all’immigrazione in generale ce ne vuole. Occorre infatti distinguere: il multiculturalismo per così dire positivo si fonda su alcune premesse inderogabili. Prima fra tutte un sistema di riferimento nel quale tutta la comunità, indipendentemente dalle varie culture rappresentate, si identifica e che tutti rispettano; secondariamente la tolleranza verso il “culturalmente diverso”, una tolleranza che deve essere reciproca, ovvero nei due sensi, prerogativa questa che permette a tutti di godere del livello di civiltà raggiunto dal paese in cui si vive; in terzo luogo una frontiera che delimita fisicamente il territorio in cui la comunità multiculturale, che ha fatto proprie le premesse anzidette, pratica tali premesse, le sviluppa e le adatta in ragione del progresso. Tutto ciò è ormai acquisito in Svizzera, il che determina in modo inequivocabile l’identità del nostro paese e lo distingue da altri paesi sedicenti multiculturali. Nessun altro paese al mondo può infatti vantare una convivenza pacifica tra indigeni di tre culture diverse, con il 25% di stranieri residenti, anche loro spesso appartenenti ad ancora altre culture.

Che in altri paesi il multiculturalismo sia invece un fallimento l’ha detto nel 2010 Angela Merkel per la Germania, seguita nel 2011 da David Cameron per la Gran Bretagna, dichiarazioni subito passate sotto silenzio e volentieri dimenticate dai media perché, appunto, politicamente scorrette. Il riferimento alle premesse citate sopra nelle dichiarazioni dei due Primi Ministri era evidente: spesso chi proviene da altre culture, soprattutto se spinto a emigrare dalla guerra o per motivi economici, mal si adatta al cosiddetto sistema di riferimento del paese che lo accoglie e tantomeno mostra tolleranza, addirittura verso chi lo ospita. In Australia, per esempio, paese benestante che credo di conoscere abbastanza bene, i politici e i media continuano a elogiare il “multiculturalismo” per far credere che l’immigrazione degli ultimi decenni sia un bene da salvaguardare e anzi da promuovere, anche a dispetto di una maggioranza che è perlomeno scettica al riguardo. Ma non finisce qui: mi sono reso conto che l’Australia a poco a poco sta perdendo la propria identità di nazione il cui lo sviluppo e il livello di civiltà, finora invidiati dal resto del mondo, e proprio per questo, ragione di grande attrattiva per l’immigrazione, sono stati inequivocabilmente forgiati dagli anglosassoni di cultura cristiana. E c’è un paradosso: l’Australia è diventata la nazione che conosciamo proprio grazie al multiculturalismo, ma non già quello attuale, bensì quello d’altri tempi, in cui l’immigrazione proveniva soprattutto dall’Europa e dall’Estremo Oriente, ovvero da culture diverse, ma con un unico intento: quello di integrarsi nel mondo anglosassone, mantenendo la propria cultura a livello personale, senza volerla imporre ad altri o segregarsi dal resto della comunità. Purtroppo, questa storia di successo non si replica più al giorno d’oggi e per paura di essere politicamente scorretti i governanti, spalleggiati dai media, tollerano il dilagare dell’intolleranza, soprattutto se a sfondo religioso o razziale, concedendo favori sociali più facilmente agli immigrati che non ai propri cittadini indigenti, applicando la giustizia in modo differenziato e giungendo addirittura a pretendere dal cittadino australiano la capacità di adattarsi alle varie culture ultime arrivate. Tendenze di questo tipo sono percepibili anche in Svizzera, ma fortunatamente nel nostro paese, a differenza dell’Australia, disponiamo ancora di una democrazia diretta che garantisce il mantenimento della “nostra” società multiculturale. Ma fino a quando, soprattutto nel bel mezzo di un’Europa i cui leader pretendono da noi Svizzeri la rinuncia alle nostre secolari prerogative?

Le concessioni dei governanti di fronte alle pretese di comunità minoritarie, refrattarie all’integrazione, sono il rovescio della medaglia di un elevato livello di civiltà, che non esito a chiamare “eccesso di civiltà”. Quando un paese civile permette a una minoranza estranea di interferire nel proprio sistema di riferimento, ecco che esso firma la propria condanna a morte e il multiculturalismo diventa un incubo, un incubo in cui avrà ragione su tutti il meno tollerante. Esempi di questa involuzione sono lì da vedere in diverse nazioni dell’UE e la ragione, per un ben noto tipo di cultura, si spiega con il seguente sillogismo: (M) una società multiculturale accetta qualsiasi cultura; (m) il totalitarismo religioso, governativo e giudiziario è una cultura; (C) la società multiculturale accetta il totalitarismo religioso e, ovviamente, le sue conseguenze. Se la premessa maggiore (M) del sillogismo va corretta, chi pone un freno alle culture di difficile integrazione? Non più il cittadino, purtroppo, se questi viene messo a tacere perché giudicato politicamente scorretto o gli si tolgono gli strumenti per far valere la propria opinione…

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