Il «Macbeth» della Scala e gli allestimenti dei melodrammi

Feb 4 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 108 Views • Commenti disabilitati su Il «Macbeth» della Scala e gli allestimenti dei melodrammi

Spazio musicale

Lo scorso 10 dicembre, il nostro collaboratore, Rolando Burkhard, ha scritto la seguente lettera al nostro critico musicale, Carlo Rezzonico il quale, gentilmente gli risponde in questo numero de Il Paese: 

«Buongiorno signor Carlo Rezzonico,

Mi chiamo Rolando Burkhard, e come Lei scrivo articoli per il giornale “Il Paese”. Lei nella rubrica “Spazio musicale” scrive altrettanto spesso. Io La leggo volentieri, perché Lei segue e poi commenta regolarmente importanti eventi musicali.

Ed eccomi con una mia domanda che Le rivolgo: Lei sicuramente non avrà mancato d’assistere personalmente, il 7 dicembre alla Scala di Milano, l’importantissima presentazione stagionale d’apertura, cioè l’opera verdiana d’ispirazione shakespeariana McBeth. Grandisimo evento con pubblico di spicco, come l’avrà visto anche Lei.

Non so perché, ma per questo grande evento il direttore musicale della Scala Riccardo Chailly ha scelto un’opera delle più difficili da interpretare, sia per via di tutti i complicati simbolismi che vi stanno dietro, sia per la non facile presentazione vocale dei protagonisti dei vari ruoli: Lady McBeth in primis, poi McBeth, McDuff, ecc. Sarebbe senz’altro stato più facile aprire la stagione della Scala con altre opere verdiane ben più popolari (Aida, Rigoletto, Trovatore, ecc.).

La cosa che più mi disturba è il fatto che la presentazione di opere nella loro sceneggiatura odierna s’avvicina troppo al teatro, al balletto o addirittura al film, mentre che la musica rimane quella che è. La sceneggiatura vieppiù tecnico-informatica diventa più importante dell’aspetto musicale stesso, il che complica di molto il ruolo e la presentazione dei cantanti (la cantante principale Anna Netrebko, il 7 dicembre si è anche lei espressa in tal senso nella sua intervista televisiva fra il primo e secondo atto dell’opera). Io, personalmente, trovo che si dovrebbe porre un freno a questa tendenza.

Poi, per ritornare alla protagonista Anna Netrebko, Le pongo una domanda: ho constatato che l’opera è stata ben applaudita, mentre che agli applausi per lei si sono mescolate non poche manifestazioni contrastanti. È stato detto (e poi scritto) che ciò non era dovuto alla sua presentazione vocale, tecnicamente perfetta (lei un giorno sicuramente nel mondo dell’opera sarà la “Primadonna assoluta”),  ma perché non sa interpretare i suoi ruoli “con il necessario calore” (commento, p.e., di Michael Stallknecht in NZZ del 9.12.). 

Ebbene: Netrebko forse non sarà una Callas con il suo insormontabile fascino (forse semplicemente perché fu considerata italiana, che poi non lo era…). Poi a Netrebko si rimprovera l’accento linguistico quando canta in italiano. Ma onestamente: ha già sentito cantare gli italiani, Pavarotti ecc., in tedesco in una opera wagneriana in lingua tedesca ? Spero di no, poiché Le farebbe schifo!

Io l’interpretazione di Netrebko di Lady McBeth me la sono goduta pienamente. Assieme con 350’000 altri ascoltatori del canale televisivo Arte e di oltre 2 milioni d’ascoltatori della RAI. Le voci critiche mi sembrano, nell’insieme, essere poche, ma influenti.

Ebbene: giudicare dell’anima e del calore d’interpretazione di un(a) cantante operistica è e rimane sempre un po’ una questione di gusti personali. Per me, per esempio, la migliore interpretazione in assoluto di Violetta nell’opera “La Traviata” di Verdi è e rimane quella di Elena Todeschi alla Staatsoper di Vienna (direzione: Gianfranco Rivoli) di molte decine d’anni fa (mantengo il mio vecchio disco a 33 giri).

Ebbene, per arrivare alla conclusione, le inviteei cordialmente a esprimersi in un Suo prossimo articolo in merito a quel che ho affermato: la sceneggiatura supertecnica d’oggigiorno per la presentazione di opere musicali Le sembra OK? Come giudica Lei la parzialmente contestata presentazione della Netrebko in McBeth alla Scala di Milano? Quanto contano l’anima e lo spirito, e non solo le capacità tecniche dei cantanti operistici, nell’interpretazione di un certo ruolo, ecc.? Aspetto con piacere un Suo competente articolo in merito ne Il Paese.

Cordialmente, Rolando Burkhard»  

La risposta di Carlo Rezzonico

La lettera del signor Burkhard tocca, oltre al «Macbeth» della Scala, alcune questioni di principio fondamentali.

Conviene partire dall’idea che l’opera è un genere artistico comprendente teatro, musica, architettura, pittura e talvolta anche danza. Il concorso di mezzi così vasti consente di raggiungere una efficacia drammatica e una intensità espressiva straordinarie. Tuttavia, questo elemento di forza diventa una causa di debolezza e disgregazione quando le diverse arti incluse nello spettacolo seguono vie diverse e perfino contrastanti. Oggi purtroppo, l’incompetenza musicale e l’ambizione sfrenata di molti registi, desiderosi di distinguersi a tutti i costi e di imporre idee proprie, non importa se discordanti da quelle del librettista e del compositore, portano ad allestimenti sbilanciati e tali da impedire ogni godimento. Per fare un esempio, ho visto a Zurigo una «Carmen» in cui la protagonista, alla quale Bizet ha riservato una sortita a grande effetto, compare timidamente in un angolo della scena, abbigliata di nero, pudica e compunta: una distorsione totale del personaggio. Spesso la deformazione delle opere mira alla propaganda politica, come nella scena finale di un «Otello» di Rossini trasformata in una condanna del razzismo.

Nella tendenza alla quale ho accennato si inserisce, come caso particolare, l’idea di collocare melodrammi tradizionali in ambienti dominati dalla tecnica e quindi in contrasto stridente con il libretto, la musica e lo spirito dello spettacolo. Ancora a Zurigo mi capitò di vedere un «Otello» di Verdi ambientato all’interno di un’astronave, con i personaggi abbigliati più o meno da astronauti. Per venire ora al «Macbeth» scaligero dirò che, sconsigliato da un amico, non sono andato a Milano a vederlo. Ho acceso il televisore ma non ho resistito fino alla fine. Un’opera in cui avvengono tradimenti, omicidi, trame perfide, profezie tragiche, allucinazioni e pazzie, in un quadro scuro, fosco e soprannaturale, non poteva accordarsi con un ambiente di tecnica moderna, freddo e quasi industriale, dove Macbeth e Banco capitano in automobile nel luogo delle streghe (ma alla Scala non erano neppure tali) e parecchi personaggi vengono e vanno in ascensore.

Purtroppo, avviene spesso che regia e scene impediscano di godere un allestimento molto pregevole sul piano musicale. Anche il «Macbeth» della Scala, per quanto possa giudicare da un ascolto parziale alla televisione, mi è parso di ottima qualità. Come Lady Macbeth, la Netrebko è sfavorita, anche se ciò sembra assurdo, da una voce troppo bella. In un «Macbeth» visto al Teatro sociale di Como nel 2019, Silvia Dalla Benetta, una cantante meno dotata della collega russa e con qualche disuguaglianza nelle emissioni, ma proprio per questo capace di produrre un’ampia varietà di colori e accenti, ha conseguito risultati più convincenti. Detto questo, trovo troppo severe le contestazioni alla Netrebko, alla quale non si può negare un grosso sforzo di caratterizzazione. Così ho risposto – credo – anche all’ultima domanda del signor Burkhard: nelle prestazioni di un cantante o una cantante le doti tecniche contano, ma sono almeno altrettanto importanti quelle che il cortese corrispondente chiama «l’anima e lo spirito».

Carlo Rezzonico

Faccio ora una osservazione finale. Da alcuni decenni per le opere si fanno ricerche filologiche approfondite, si pubblicano puntigliose edizioni critiche, si cerca di ricostruire nei minimi particolari la presunta volontà del compositore, con una acribia che talvolta mi pare esagerata e perfino ridicola; viceversa per la parte visiva degli spettacoli furoreggiano sconvolgimenti, assurde trasposizioni di tempo e luogo, deformazioni dei personaggi, arbitri e contraddizioni. Strani tempi, i nostri.

 

 

 

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