Il culto dell’accessibilità

Dalla Weltwoche dell’8.04.2036, un interessante articolo di David Mamet
Come l’eccellenza è diventata sospetta e tutti hanno imparato a sminuirsi.
L’accessibilità e la vicinanza nacquero come segni di cordialità. Dovevano avvicinare figure lontane, rendere più mite l’autorità, ricordarci che il potere, il talento e il successo non si basano sulla disumanità. Ma a un certo punto, anziché essere un ponte, la vicinanza si è trasformata in una porta.
La vicinanza richiede un atto di umiltà. Esige che chi ha successo se ne scusi.
Decidere quando gli altri danno consigli
Ciò che rende questo cambiamento culturale così significativo è che l’accessibilità o la vicinanza hanno assunto una connotazione morale. Non hanno più nulla a che vedere con una preferenza («Mi piace perché suscita qualcosa in me»), ma con una virtù («È importante perché suscita qualcosa nelle persone»). Così come un valore viene moralizzato, anche la sua contestazione diventa sospetta. Chi mette in discussione l’accessibilità corre il rischio di essere etichettato come elitario o privo di empatia. L’accusa è sottile, ma efficace: se non ti rendi accessibile, significa che non ti importa degli altri. E così le persone fingono che gliene importi, comportandosi come se fossero uguali.
Così, i leader politici ammettono debolezze accuratamente selezionate. Gli artisti spiegano preventivamente le loro opere. I pensatori ammorbidiscono le idee taglienti con aneddoti personali, affinché facciano meno male. Tutti imparano a segnalare che sono «proprio come te», anche se questa uguaglianza è falsa, riduttiva o fabbricata per ragioni strategiche. Ironia della sorte, questo «fare finta» spesso suscita l’opposto dell’empatia. Crea una messinscena di intimità, ma priva di sostanza. La vulnerabilità diventa una questione di stile. L’autenticità si basa su un copione.
Charles de Gaulle non era incline alla confidenza. Coltivava la formalità, la distanza, persino il rigore.
La leadership richiede, per sua natura, una certa distanza. Non una distanza emotiva – i leader possono e devono prendersi cura delle altre persone –, ma una distanza in termini di posizione. I leader hanno una visione più ampia perché si trovano in una posizione diversa. Decidono mentre gli altri offrono consigli. Si assumono una responsabilità che non può essere distribuita equamente senza che si dissolva. L’eccessiva vicinanza appiattisce questa differenza.
Prendiamo la politica. Anche personaggi che sembrano immuni alla richiesta di modestia funzionano secondo questa logica. Donald Trump, per esempio, non si presenta affatto come una persona riservata. Il suo fascino si basa tuttavia sull’immediatezza emotiva. Parla in modo impulsivo, mostra le sue reazioni in tempo reale, riduce sempre più la distanza tra i pensieri e la loro espressione. Il suo pubblico non deve mantenere le distanze, ma condividere le sue emozioni. La vicinanza prende il posto della formalità. L’identificazione prende il posto della riservatezza. Anche questa è accessibilità, forse non una forma particolarmente umile, ma anch’essa affonda le sue radici nell’immediatezza.
L’accessibilità non va confusa con il populismo. Il populismo sostiene che il potere appartenga al popolo. L’accessibilità insiste sul fatto che chi detiene il potere debba essere simile al popolo. Il populismo è politico. L’accessibilità è psicologica. Tuttavia, i movimenti populisti puntano spesso sull’accessibilità: tracciano una linea politica di demarcazione tra il «popolo» e l’«élite». L’accessibilità traccia un confine emotivo tra ciò che è familiare e ciò che è lontano. Il populismo organizza il potere. L’accessibilità organizza la percezione.
La competenza da sola non basta più
I modelli di leadership del passato si basavano su un presupposto diverso. Charles de Gaulle non era incline alla confidenza. Coltivava la formalità, la distanza, persino il rigore. L’autorità era qualcosa che si incarnava, non che si rivendicava. Non ci si aspettava di avere accesso alla sfera intima di de Gaulle. La sua carica implicava distacco. Questa separazione non era considerata un fallimento morale. Anzi, faceva parte della struttura stessa della leadership.
Da un leader moderno, invece, ci si aspetta che rassicuri prima di dare istruzioni, che si confessi prima di comandare e che mitighi con il dubbio su se stesso tutto ciò che afferma in virtù della sua carica. L’autorità viene tollerata solo se si mostra così modesta da sconfinare nelle scuse.
Anche la competenza da sola non basta più. Deve piuttosto esprimersi in un modo che lusinghi il pubblico. Il leader deve dare l’impressione di essere diventato tale per caso, contro la sua volontà, come se la sua carica gli fosse quasi motivo di imbarazzo. La conseguenza non è un rafforzamento della democrazia, ma una paralisi del governo. Le decisioni hanno carattere provvisorio. La responsabilità si dissolve. La leadership diventa una dimostrazione di consenso anziché l’attuazione di una decisione. Una cultura che fatica a mantenere le distanze è una cultura che fatica a dare istruzioni.
Un rifugio confortante
In nessun altro ambito il culto dell’accessibilità è più evidente che nell’arte. Un tempo, nell’arte si partiva dal presupposto che il pubblico venisse incontro all’opera a metà strada. Si confidava nel fatto che lo smarrimento facesse parte dell’esperienza. Si accettavano le difficoltà.
Consideriamo la differenza tra un artista come Gerhard Richter, la cui opera si sottrae a un consumo emotivo immediato, e artisti le cui immagini circolano proprio perché sono immediatamente comprensibili. La street art di Banksy si diffonde rapidamente perché rende subito chiaro il proprio significato. Il clamore intorno a Damien Hirst si basa sulla riconoscibilità e sulla ripetizione. Il problema non è l’accessibilità in sé, ma il fatto che essa sia data per scontata. Quando la leggibilità viene considerata una virtù, l’opacità diventa sospetta.
La difficoltà viene considerata un errore di comunicazione, non un invito a lasciarsi coinvolgere in qualcosa. Se un’opera d’arte non corrisponde al vocabolario emotivo del pubblico, le viene rimproverata l’inaccessibilità. Se richiede uno sforzo, viene sospettata di essere elitaria. Se si oppone all’interpretazione, si esige una giustificazione. Così gli artisti imparano ad anticipare le obiezioni alla loro opera. La spiegano con commenti, interviste, smentite. Ci assicurano che le loro intenzioni sono buone. Sottolineano l’accessibilità dell’opera come prova del suo valore. Questo non rende l’arte più umana. Rende solo il pubblico meno paziente. In questo caso, accessibilità significa che il pubblico rifiuta le sfide. Che dice: incontrami dove mi trovo; non pretendere che mi muova io.
L’accessibilità offre una consolazione e un rifugio. Ci dice che non dobbiamo crescere; dobbiamo solo essere visti.
Mascherano la loro serietà con l’umorismo, per non apparire troppo aggressivi.
I canali digitali hanno accelerato questo cambiamento, premiando l’immediatezza e la riconoscibilità. I contenuti che rassicurano il pubblico funzionano meglio di quelli che lo mettono in discussione. Gli algoritmi privilegiano ciò che risulta familiare al pubblico, perché la familiarità può essere condivisa con gli altri. Ciò ha portato a una produzione di contenuti sempre uguali. Le opinioni vengono formulate in modo da essere immediatamente comprensibili. Ciò che è complesso viene appiattito. Si rinuncia alle sfumature, non perché la gente le rifiuti, ma perché sono difficili da trasmettere. I creativi che resistono a questa pressione rischiano di diventare invisibili. Un pensatore che insiste sulla precisione rischia di essere frainteso. Così molti si adattano, non per vigliaccheria, ma per sopravvivere.
Con il passare del tempo, questo adattamento viene interiorizzato: le persone iniziano a ragionare in modo più lineare e meno spigoloso, giungendo a conclusioni meno rischiose. La cultura non censura direttamente l’eccellenza. La rende semplicemente qualcosa di poco pratico.
C’erano tempi, naturalmente non perfetti, in cui alle figure pubbliche non veniva richiesto di giustificarsi continuamente. Gli intellettuali non dovevano documentare cosa avessero mangiato a colazione. Gli artisti non dovevano spiegare ogni loro gesto. La distanza non veniva automaticamente equiparata al disprezzo. Veniva piuttosto intesa come un segno di serietà.
Uno dei presupposti taciti alla base del culto dell’accessibilità è che il pubblico non sopporta il disagio. Che va protetto da ciò che è difficile, ambiguo e distante. Questo viene spacciato come espressione di compassione, ma in realtà si tratta di una sottile forma di condiscendenza. Presumere che qualcuno non sia all’altezza di una cosa fa sì che non lo sia davvero.
Una cultura che insiste sul fatto che tutto sia accessibile educa i propri adepti ad aspettarsi la soddisfazione immediata dei propri bisogni emotivi. Scoraggia la pazienza. Trasforma l’istruzione in esclusione. E così, di soppiatto, si abbassa il livello di ciò che è ancora accettabile in termini di ambizione.
La cosa tragica è che spesso le persone sono più capaci di quanto la cultura loro riconosca. Sono in grado di confrontarsi con la complessità. Sono in grado di ammirare qualcosa che ancora non comprendono. Ma devono essere invitate a farlo, e nel culto dell’accessibilità un invito del genere non viene quasi mai espresso.
L’aspetto più distruttivo di questo cambiamento culturale è di natura interiore: le persone dotate di vero talento, visione o disciplina tendono a minimizzare le proprie qualità per prudenza. Sminuiscono i propri sforzi. Nascondono il proprio rigore. Mascherano la loro serietà con l’umorismo, per non apparire troppo aggressivi. L’eccellenza si abitua a scusarsi di esistere.
Questo atteggiamento di sminuire se stessi viene spesso elogiato come modestia, ma la modestia non significa cancellarsi dal mondo. La vera modestia riconosce i propri limiti senza negare la propria forza. Il culto dell’accessibilità incoraggia invece qualcosa di completamente diverso: il rendersi strategicamente invisibili per evitare attriti sociali.
Nel corso del tempo, ciò porta a uno strano ribaltamento: le figure più visibili non sono quelle più capaci, ma quelle più familiari. Non quelle con la maggiore conoscenza, ma quelle emotivamente più leggibili. Così la vita pubblica si riempie di persone facilmente riconoscibili, ma difficili da seguire.
Stiamo perdendo mentori che si esprimono in modo chiaro e diretto, perché farlo significa rischiare di essere emarginati.
Il livellamento quale progresso
Stiamo perdendo l’arte che mette a disagio, perché il disagio rischia di suscitare rifiuto. Stiamo perdendo i leader che prendono decisioni, perché la risolutezza rischia di apparire inaccessibile. Ma, soprattutto, stiamo perdendo l’autorizzazione ad ammirare. L’ammirazione richiede distanza. Richiede l’ammissione che qualcun altro vede più lontano, sa più di noi o ha realizzato cose che noi non abbiamo realizzato. Il culto dell’accessibilità riduce questa distanza e definisce questo livellamento come progresso. Ma un mondo senza ammirazione non porta all’uguaglianza. Porta alla stagnazione.
Nulla di quanto detto costituisce un argomento a favore della crudeltà, dell’arroganza o di atteggiamenti elitari. L’accessibilità ha certamente la sua ragione d’essere. Poter condividere le proprie esperienze è importante. L’empatia è importante. Ma quando l’accessibilità diventa la virtù suprema, soppianta le altre: la verità, l’eccellenza, il coraggio, la profonda riflessione. La questione non è se dobbiamo essere vicini e accessibili. La questione è se abbiamo dichiarato l’accessibilità come prezzo d’ingresso. E se così fosse: che tipo di persone stiamo formando, se tutto deve strisciare in ginocchio prima di potersi alzare?
Traduzione dall’inglese al tedesco di Thomas Bodmer
« Gemeinsam Flagge zeigen für die Schweizer Neutralität Kult der Zugänglichkeit »

