E la storia si ripete
Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu. (Massimo Troisi)
«L’ex presidente UDC Marco Chiesa nel mirino della giustizia bernese» – titolava la stampa lo scorso 31 agosto. E continuava: «La magistratura bernese chiede alle Camere federali di revocare l’immunità parlamentare dell’ex presidente UDC Marco Chiesa e del suo ex segretario generale Peter Keller in relazione alla campagna per l’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”».
Un evidente parallelismo
La vicenda non può non riportarci al 2016, quando – per analoghi motivi – l’allora segretario di UDC Svizzera Martin Baltisser e la sua vice, Silvia Bär, furono condannati dall’Alta Corte di Berna (sentenza poi confermata dal Tribunale federale nel 2017) per «discriminazione razziale». Allora, l’oggetto messo all’indice era un cartellone pubblicitario che – nella campagna per l’iniziativa contro l’immigrazione di massa – riportava un fatto, peraltro realmente accaduto, di due Kossovari che avevano accoltellato uno Svizzero a Interlaken. Il problema, apparentemente, era dato dal fatto che «Dei Kossovari accoltellano uno Svizzero», in tedesco era scritto senza gli articoli, per cui poteva essere interpretato come «I Kossovari accoltellano gli Svizzeri», che l’accoltellamento di nostri compatrioti per opera di Kossovari fosse cosa di tutti i giorni, un comportamento comune a tutta la comunità balcanica in Svizzera.
Oggi, si tratta di Marco Chiesa (allora presidente del partito) e Peter Keller (segretario generale), rei di aver denunciato in un servizio di messaggistica, con lo slogan «Nuova normalità?», il comportamento criminale di richiedenti l’asilo e di stranieri. Nell’ambito della campagna per l’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni», nell’ottobre 2023, avevano scritto, a proposito della «Dreirosenlage», un luogo per lo spaccio di droga a Basilea, che «molti spacciatori sono richiedenti l’asilo provenienti dal Nord Africa». Anche in questo caso, un dato di fatto incontrovertibile ma la cui denuncia è – secondo l’interpretazione data dai querelanti – volta a dare l’impressione generalizzata che le persone di etnia straniera siano criminali e pericolose.
Un processo alle intenzioni a meri fini politici
Non a caso ho citato all’inizio di questo articolo la frase del tutto azzeccata di Massimo Troisi. In entrambi i casi, UDC Svizzera – e per essa i suoi responsabili legali – hanno riportato dei fatti inconfutabili, utili a giustificare le sue campagne politiche certamente, ma che, a prescindere dalla libera interpretazione data loro dai detrattori del partito, non facevano che riproporre al pubblico dei fatti peraltro realmente accaduti e già riportati dai media. Senza questo processo alle intenzioni, dovrebbero allora essere denunciati tutti gli organi di stampa che pubblicano notizie di cronaca nera, perché, seppure involontariamente, «incitano all’odio e alla discriminazione». Per inciso, forse è proprio per questo che i media, nei servizi di cronaca nera, parlano quasi esclusivamente di «svizzeri» (quelli, apparentemente, si possono discriminare), indipendentemente dalla data di rilascio del passaporto rossocrociato e dell’eventuale doppia cittadinanza del criminale. Salvo che si tratti di personalità dell’UDC, nel qual caso nome e cognome sono un «must». Ooops, scusate! In Ticino, anche far parte della Lega o essere degli ecclesiastici sembra esimere i media dal farne i nomi o, quantomeno, permette delle eccezioni.
Degli ignoti ben noti
È stata richiesta la revoca dell’immunità parlamentare nei confronti di Marco Chiesa e di Peter Keller (fino a dicembre 2023, consigliere nazionale del canton Nidvaldo) perché, senza di essa, non è possibile procedere penalmente contro dei deputati in carica. Per il momento, il procedimento è quindi effettuato contro «ignoti». A quanto pare, la nostra giurisprudenza non è priva di paradossi: contempla infatti degli ignoti peraltro perfettamente noti, visto che se ne fa il nome in lungo e in largo.
Personalmente, non ho un’alta opinione dell’immunità parlamentare. Non vedo perché a un deputato dovrebbero essere permesse cose precluse al comune cittadino, quand’anche limitate a delle espressioni verbali. È peraltro vero che, nella foga di un dibattito, può scappare qualche parola sopra le righe e che, se si dà a dei suscettibili avversari la possibilità di una denuncia penale per ogni sciocchezza, occorrerebbe raddoppiare gli effettivi della magistratura.
Il famigerato articolo 261bis del Codice penale
Purtroppo, con il 54,6 per cento dei voti, il 25 settembre 1994 il popolo accolse la revisione del Codice penale e con essa lo sciagurato articolo 261bis che stabilisce le norme contro la discriminazione razziale. Questo sì che andrebbe revocato, non l’immunità parlamentare dei deputati UDC.
Questa norma di legge è talmente vasta che permette qualsiasi interpretazione di un fatto per strumentalizzarlo a fini politici – in particolare, per contrastare la libertà d’espressione quando questa sia in aperto conflitto con il «mainstream» (pensiero unico politicamente corretto). E qual è il partito perennemente in contrasto con quest’ultimo? Evidentemente l’UDC! Le battaglie contro l’immigrazione di massa, contro la criminalità straniera, contro il pensiero unico pilotato da Bruxelles, a tutela dell’identità svizzera, a altri temi suscettibili di posizioni «politicamente scorrette» e quindi perseguibili dalla «libera interpretazione» dell’articolo 261bis del Codice penale, sono cavalli di battaglia solo ed esclusivamente dell’UDC (e a livello cantonale anche della Lega).
Un articolo di legge praticamente a senso unico, volto a reprimere la libera espressione e, quello che è peggio, che mira a censurare la diffusione nell’opinione pubblica di quelli che sono a tutti gli effetti dei dati di fatto; scomodi per certuni, ma accertati.

