Concerti di grande interesse alle stagioni OSI e Lugano Musica

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Spazio musicale

C’erano almeno due ragioni importanti per recarsi al LAC la sera del 17 ottobre ad ascoltare il secondo concerto della stagione OSI: innanzitutto l’esecuzione di tutte le quattro ouvertures composte da Beethoven per il “Fidelio”, poi la presenza del pianista inglese ventisettenne Benjamin Grosvenor come interprete della parte solistica nel concerto per pianoforte e orchestra op. 11 di Chopin.

La sovrabbondanza di ouvertures scritte da Beethoven per la sua unica opera impone di decidere quale delle tante si debba anteporre a una rappresentazione teatrale e come utilizzare le altre. In merito al primo punto esiste un ampio consenso sulla scelta dell’op.72b, ultima in ordine di composizione, designata con il nome dell’opera stessa, poiché contrasta meno con la scena comica del bisticcio tra i due servitori cui si assiste all’apertura del sipario. Quanto alle altre si è affermato l’uso di inserire quella chiamata “Leonora III” prima del quadro finale. È giusto o sbagliato? Chi scrive appartiene al gruppo dei favorevoli. Tra le tante ragioni di questa preferenza la più importante consiste nell’opportunità di creare una separazione tra due episodi di natura completamente diversa: da un lato il salvataggio di Florestano in condizioni estremamente drammatiche e poi la gioia incontenibile che si manifesta in un duetto eccitatissimo, dall’altro lato la pacata presenza del Ministro, venuto a fare giustizia in quella che si può considerare una specie di celebrazione ufficiale del Bene vittorioso. L’orchestra, che non mi ha convinto pienamente nell’ouverture “Fidelio”, ha trovato poi miglior forma nell’esecuzione delle altre tre.

Il programma, come si è detto, comprendeva anche il concerto per pianoforte e orchestra op. 11 di Chopin. Parole di elogio senza riserve vanno dette sulle prestazioni del Grosvenor: ha suonato impeccabilmente i passaggi virtuosistici ma soprattutto ha esposto il patrimonio melodico della composizione in modo semplice, limpido, trasparente, finemente espressivo, escludendo totalmente quella leziosità che si insinua purtroppo nell’interpretazione di altri pianisti.

Applausi vivissimi.

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Per i concerti del 21 e del 23 ottobre al LAC Lugano Musica ha ospitato l’orchestra del Gewandhaus di Lipsia, un complesso che occupa un posto glorioso nella storia della musica sinfonica. A partire dalla stagione 2017/2018 ne è a capo il giovane Andris Nelsons (ha poco più di quarant’anni). Riferisco in questa nota sulla serata del 21 ottobre, alla quale ha partecipato in qualità di solista Rudolf Buchbinder, a sua volta un nome di primo piano  a livello internazionale.

Il concerto per pianoforte e orchestra op. 15 di Beethoven, primo numero in programma, dopo un “allegro con brio” non ancora decisamente nello stile del compositore, prende quota con i due tempi successivi. Nel “largo” c’è l’intensità dell’intima riflessione e la nobiltà di accenti che caratterizzano i movimenti lenti più belli composti da Beethoven: una pagina grande, nonostante qualche ornamentazione di troppo. Semplicemente perfetto è il rondò, “allegro scherzando”, ricchissimo di mordente e spunti umoristici, beethoveniano al cento per cento, con sorpresa finale, in cui gli ascoltatori vengono assopiti da una corona seguita da due battute  “piano” e “adagio” per poi essere scossi e “spaventati” da sei battute “fortissimo” conclusive.

In una intesa perfetta il Buchbinder e il Nelsons hanno dato del concerto una lettura sciolta, fluida, morbida, nella quale la presenza di aspetti mozartiani, però eseguiti con una intensità espressiva che guarda in avanti, non ha fatto contrasto con le anticipazioni del Beethoven maturo, portate con moderazione, senza volerle presentare a ogni costo come tali. Tutto si è svolto nella semplicità e nella naturalezza. Se in questa composizione si può ravvisare una certa promiscuità dovuta a stili diversi, l’interpretazione ascoltata a Lugano vi ha in un certo senso posto rimedio, raggiungendo un insperato grado di coerenza e continuità. Solo una cosa non ho capito: le sfuriate dell’orchestra prima delle cadenze, con il timpano in vena di violenza.

Dopo la pausa è stata la volta della sinfonia “Grande” di Schubert. Qui il Nelsons ha concentrato l’attenzione sull’opulenza sonora e sulle forti pulsazioni ritmiche, conseguendo risultati notevoli, grazie anche al poderoso complesso di cui disponeva. Tuttavia la sua lettura ha bisogno di ulteriori affinamenti. Qualche melodia dei legni è finita in ombra. Alquanto invadenti, qua e là, gli ottoni.

Il pubblico ha applaudito molto calorosamente sia il Buchbinder dopo il concerto beethoveniano sia, alla fine, il Nelsons e l’orchestra.

Festival Verdi 

Il regista dei “Due Foscari” andato in scena per il Festival Verdi di Parma, ha giudicato opportuno trasferire la vicenda in un’epoca vicina a Verdi in quanto la musica è “fortemente ottocentesca, con forme chiuse, cabalette eroiche e leitmotiv che caratterizzano i personaggi”. Con tale criterio tuttavia quasi tutte le opere del XIX secolo dovrebbero essere date in ambiente ottocentesco e quasi tutte quelle del XVIII secolo in ambiente settecentesco. A parte questa osservazione, la sua regia è stata valida, discreta ma efficace, senza stravaganze e con lodevole riguardo nei confronti della musica. E a proposito della musica va detto che l’esecuzione ha avuto un importante punto di forza nella compagnia di canto. Vladimir Stoyanov (Francesco Foscari) è stato autore di una prestazione maiuscola, vero trionfatore della serata, subissato di applausi a scena aperta e alla fine. Un ottimo tenore si è rivelato Stefan Pop (Jacopo Foscari): bel timbro, acuti sicuri, volume notevole ma soprattutto significative doti di interprete. La soprano Maria Katzarava (Lucrezia) ha saputo produrre mezzevoci bellissime e, a voce calda, anche forti emissioni limpide e vibranti. A posto tutti gli altri e inappuntabile, come sempre, il coro, istruito da Martino Faggiani. Pregevole è stata la direzione di Paolo Arrivabeni, ma in certi punti avrebbe giovato più incisività e determinazione, ad esempio nel portare il motivo legato a Lucrezia, che avrei preferito più deciso e sferzante. Ho visto l’opera l’11 ottobre.

Per la “Luisa Miller” il Festival si è lanciato in una soluzione straordinariamente originale e coraggiosa: ha approfittato dei restauri in corso alla grandiosa Chiesa di San Francesco del Prato

per inserire, tra i ponteggi e altre attrezzature di cantiere, l’esecuzione dell’opera di Verdi. L’esito è stato soddisfacente: certamente nell’ambiente grandissimo la musica ha perso volume, però inconvenienti particolari non ce ne sono stati e gli equilibri fonici non hanno subito alterazioni. Il direttore Roberto Abbado ha avuto costantemente una mano felice, ad esempio nella scelta dei tempi, nella cura dei fraseggi melodici e nel rilievo conferito ai colori strumentali. In palcoscenico la soprano Francesca Dotto (Luisa) ha mostrato una voce non molto voluminosa, specialmente nell’ottava bassa, però assai bella, limpida, flessibile e capace di svettare sugli acuti senza sforzo apparente e con ammirevole delicatezza. Il tenore Amadi Lagha (Rodolfo) ha cantato e agito lodevolmente mentre il baritono Franco Vassallo (Miller) si è distinto grazie a mezzi forti e di pregevole qualità. Di buon livello gli interpreti delle altre parti. Questa nota concerne la rappresentazione del 12 ottobre.

 

Carlo Rezzonico

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